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Visioni evoliane sul mondo moderno: la demonìa dell'azione |
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Da Algiza
12 (1999), pp. 4-8.
Si tratta, come si è accennato, di uno scritto di
particolare interesse; la quale cosa, se certo non stupirà chi già legga e
conosca Evola, converrà indicare a quanti ancora poco ne sappiano. L'articolo
che proponiamo si compone di una pars denstruens e di una pars
construens, come spesso avviene nella costruzione polemica evoliana: il
moderno "demonismo" dell'azione priva di un centro e di una direzione
è analizzato con particolari efficacia e incisività. Potrà forse stupire la
estrema attualità delle considerazioni, svolte quasi settanta anni orsono:
quando Evola scrive dell'azione materiale e passiva, spinta dall'esterno e
volta verso l'esterno pare descrivere la nostra società contemporanea, e ancora
più attuale pare il suo riferimento a quell azione segreta che non crea più
macchine, banche e società, ma uomini, asceti e guerrieri, esseri superbi
dominatori delle proprie anime, svincolati da ogni sete, liberati . Quel tipo
di azione, cioè, svincolata e liberata dal giogo delle passioni e del divenire,
che si fa fine di sè stessa, propria ormai di pochi rari individui. L'azione
cui, nel mondo di rovine che egli stigmatizza, vale unicamente dedicarsi, e in
funzione della quale davvero vale il vivere.
Come
il suo pensiero sia stato d'avanguardia, è facile indicarlo. Analoghe
considerazioni, su un piano leggermente diverso, aveva svolto l'anno precedente
Ernst Juenger nel suo prezioso saggio Der Arbeiter. Herrschaft und Gestalt,
che non a caso interessò particolarmente Evola, per la consonanza di vedute, e
al quale nel secondo dopoguerra dedicò un saggio, che di recente è stato
riproposto al pubblico italiano.
Significativamente affini sono le visioni
juengeriane sull Età della Tecnica, sull'Arbeiter che mobilita il mondo
tramite la tecnica, alle indicazioni che Evola fornisce circa l'atteggiamento
da tenere dinanzi a quest'epoca in cui la velocità è portata alle estreme
conseguenze, l'azione si fa parossistica, ogni senso pare smarrito. E su queste
basi, ci pare, le più brillanti conseguenze sono quelle che dal pensiero di
Evola (e anche di Juenger) trasse Adriano Romualdi, senza dubbio il migliore
esegeta del filosofo italiano, quando scrisse:
La risposta che Evola dà è semplice, e consiste
nella vera liberazione dell'azione dai suoi vincoli, nell'essenzializzazione,
che passa attraverso la riscoperta di uno stile e di un modo di vivere
tradizionale: in quello che egli definisce "nuovo classicismo dell'azione
e del dominio".
La speranza è che il riproporre oggi gli scritti di
Evola possa avere la funzione, davvero preziosa e significativa, di trasmettere
a qualcuno - anche a un'unica persona - l'interesse per quel Mondo della
Tradizione che Evola ci ha insegnato ad amare.
Alberto Lombardo.
Superamento dell'attivismo
E' un fatto difficilmente
contestabile, che l'attivismo costituisca la parola d'ordine dell'ultima
civiltà. L'esaltazione e la pratica dell'azione, quindi di tutto ciò che è
sforzo, slancio, lotta, divenire, trasformazione, perenne ricerca, inesausto
movimento, si vede affiorare da ogni dove. E non solo noi oggi abbiamo il
trionfo dell'azione, ma abbiamo anche una filosofia sui generis al
servigio di essa, che con una critica sistematica e con un forte apparecchio
speculativo volge a crearsi alibi d'ogni genere e a gittare a piene mani il
disprezzo sui valori proprii a ogni diverso punto di vista. Così, nelle cose
l'occhio del moderno si abitua a trascurare sempre più l'aspetto
"essere" per affissarsi invece sull'aspetto "divenire",
"sviluppo", "storia": "storicismo" e
"divenirismo" vanno a battere il ritmo all'"attivismo" e
noi vediamo che nelle stesse scienze i principii che ieri si ritenevano
immutabilmente validi e intrinsecamente evidenti oggi vengono considerati come
assunzioni ipotetiche da controllarsi in funzione del divenire della conoscenza
scientifica; noi vediamo che nelle stesse religioni un'esegesi di tipo nuovo
non tiene nessun conto delle pretese di assolutezza e di trascendenza che i
dogmi e le "rivelazioni" presentavano e tende a non vedere in tutto
ciò che dei momenti di un divenire, di una storia immanente dell'aspirazione
religiosa, non esitando, su questa base, a procedere alle umanizzazioni più
contaminatrici.
In filosofia la cosa è ancora più evidente. Pragmatismo, volontarismo,
attualismo, ecc., sono correnti che, sia pure in forma varia, convergono tutte
in un unico motivo il quale non fa che tradurre in sede speculativa il motivo
stesso della vita immediata d'oggi, il suo tumulto, la sua febbre di velocità,
la sua meccanizzazione volta a contrarre ogni intervallo di spazio e di tempo,
il suo ritmo congestivo e privo di respiro che nei popoli anglosassoni e
soprattutto americani giunge poi al suo limite. Qui il tema attivistico
perviene realmente a un acme parossistico e quasi diremmo pandemico, assorbe la
totalità della vita secondo un'accelerazione che sembra non conoscere più
freno, mentre gli orizzonti si riducono sempre più sensibilmente a quello buio
e impuro di realizzazioni affatto temporali e contingenti, dove la demonìa del
collettivo si fa onnipotente su esseri privi di ogni sostegno tradizionale,
tetanizzati da una irrequietudine che oltrepassa tutti i limiti, dominati da
forze scatenate sotto molti aspetti subpersonali e prive di volto che li
sospingono verso
l'"ideale animale" di una nuova civiltà arimànica.
Per
tale via, le cose sono giunte a un punto tale, che per coloro, i quali non sono
ancora del tutto dimentichi di quelle antiche tradizioni, che fecero la nostra
vera nobiltà spirituale, l'arrestarsi e il rendersi un conto preciso della
situazione col riportarsi a un punto di vista più alto si impone. E in realtà è
possibile muovere una critica e una reazione contro l'accennato orientamento
del mondo moderno non in nome della stasi o dell'astrazione intellettualistica
o estetizzante, bensì proprio in nome della stessa azione: mostrando che il mondo
moderno, in fondo, di ciò che sia veramente azione non sa quasi più nulla -
quel che esso esalta, è soltanto una forma inferiore d'azione - e che appunto
in ciò stanno la deviazione e il pericolo.
Noi abbiamo perduto il senso di ciò che nelle nostre tradizioni
classiche significava spiritualmente l'opposizione fra mondo
"naturale" e mondo "intelligibile". Il movimento - in tali
dottrine - era considerato come il principio delle cose di natura inferiore,
però il movimento come la "perenne fuga delle cose che sono e non
sono" (Plotino), come impotenza a compiersi e a possedersi in una legge e
in un limite, a realizzarsi come atto perfetto. L'altro mondo - il "mondo
intelligibile" - non era il mondo della non azione, ma era invece quello
dell'azione perfetta, quello di un azione che si differenziava dal modo proprio
alla "natura" in quanto era priva di desiderio e sufficiente a sè
stessa: in quanto azione assoluta, avente in sè stessa il proprio oggetto e il
proprio principio. Un ideale sovrannaturale, aristocratico dell'azione faceva
dunque da anima a tale visione antimoderna: né a essa soltanto. Chi prendesse
contatto con alcuni insegnamenti tradizionali dell'Oriente ariano si stupirebbe
forse dinanzi all affermazione, che tutto ciò che è movimento, attività,
divenire, cangiamento, è proprio a un principio passivo e feminile, mentre al
principio virile e "solare" vien riferita l'immobilità,
l'immutabilità, la fissità. E così non si renderebbe nemmeno troppo conto di
che cosa possa significare l'altra affermazione, che "il Saggio discerne
la non-azione nell'azione e l'azione nella non-azione". In ciò non si esprime affatto un quietismo, ma appunto la stessa
consapevolezza di un ideale superiore, aristocratico dell'attività, rispetto al
quale l'azione comune diviene quasi un non-agire. E' l'idea che in termini
metafisico-teologici si ritrova poi nella stessa dottrina aristotelica del
motore immobile. Chi è causa e signore effettivo del moto, non si muove egli
stesso. Egli suscita e dirige il moto, desta l'azione ma, egli, non agisce, nel
senso che non è "trasportato", non è preso dall azione, non è azione,
bensì una superiorità calmissima, impassibile e imperativa, da cui l'azione procede
e dipende. Ecco perché‚ il suo comando possente e invisibile si è potuto
chiamare un "agire-senza-agire". Dinanzi a questo ideale di azione
dominata, chi agisce preso dallo slancio, dalla passione, dall'immedesimazione,
dal desiderio, dall'inquieto bisogno non agisce veramente, ma è un agito. Per
quanto paradossale possa sembrare questa espressione, il suo è un agire
passivo. Ecco perché, rispetto al mondo trascendente, superiore, regalmente
freddo, puramente determinativo, "immobile" dei "Signori del
moto" lo si assomiglia appunto a femina: egli si muove, fa, crea, corre ma
la ragione, la causa assoluta della sua azione cade fuori di lui. Orbene, una volta compreso questo ideale tradizionale dell'azione e
della non-azione, se si esamina il senso proprio alle dottrine attivistiche,
diveniristiche, bergsoniane, ecc. in voga al giorno d oggi, di massima ci
troviamo dinanzi precisamente a questa forma inferiore e passiva di azione: ciò
che oggi si esalta, è uno slancio cieco e istintivo, onde si va senza sapere
perché si vada, senza avere potere di essere diversamente da quel che si è, di
dominarsi, di crearsi in sè stessi un centro, un limite, una luce, una ragione
assoluta. E' l'agire per agire, come era spontaneità e "elan vitae",
come necessità immediata e mai risolvibile - quand'anche il tutto non si riduca
a una volontà più o meno consapevole di stordirsi e di distrarsi, a
un'agitazione e a un rumore che tradisce la paura per il silenzio, per il
distacco interno, per l'assoluto essere degli individui superiori - mentre
dall'altra parte essa sostiene e fomenta in ogni modo la rivoluzione dell'uomo
contro l'eterno. Per quanto necessariamente tronche, queste considerazioni bastano per
dare il senso del punto centrale di riferimento. Al tumulto della vita moderna,
alla molteplicità scatenata delle forze e delle passioni che essa ha evocate
sia nell'ordine della società che in quello stesso della natura su cui,
attraverso la tecnica, l'uomo oggi fa sempre più profonda presa, dovrebbero
corrispondere forze di centralità: di ascesi, di comando, di assoluto dominio
spirituale, di assoluta individualità e di assoluta visione - forze che oggi
meno che in qualsiasi altro tempo ci è dato di constatare d'intorno. E questo
difetto è vano sperare che possa essere veramente rimosso, quando si continui a
ridurre l'azione all'unico tipo dell azione materiale e "passiva",
spinta dall'esterno e volta verso l'esterno; quando non si veda altro che essa
e si ritenga che l'azione interiore, l'azione segreta che non crea più macchine,
banche e società, ma uomini, asceti e guerrieri, esseri superbi dominatori
delle proprie anime, svincolati da ogni sete, liberati, non sia azione ma
rinuncia, astrazione, perditempo. Finché tale sia il criterio non c'è da
aspettarsi che una sempre più alta vertigine sempre più lontana da qualsiasi
centro e a qualsiasi controllo che non sia quello della reciproca dipendenza di
parti di un mostruoso ingranaggio lanciato a vuoto, senza nessuno che possa più
nulla. Se nella sua febbre di correre, di andare sempre più in là come degli
assetati o degli inseguiti il mondo moderno non realizza che le estreme
conseguenze del romanticismo, ciò che di nuovo potrà stabilire un equilibrio e
non estinguere, ma integrare, centralizzare, rendere maschia, solare e attiva
l'azione, non può essere che una rievocazione di quel che, in senso lato, si
può chiamare l'esperienza classica: amore del cosmos contro il caos;
della forma contro l'informe, dell'ethos contro il pathos, della chiarità
contro la penombra, del distinto e del "dorico" contro il promiscuo,
l'inquieto e il senza limite. L'ideale di un nuovo classicismo dell'azione e del dominio, animato da
nuovi contatti col supertemporale, preparato dai valori di un ascesi virile e
di una superiorità aristocratica al semplice "vivere", è ciò che oggi
ci occorre. Esso varrà a creare lentamente centri, qualità e individualità
nuove - nuove per essere "tradizionali" nel senso più profondo e vivo
del termine - dinanzi a cui, per una legge naturale irresistibile, non potranno
non piegarsi e non subordinarsi in un migliore futuro le forze senza centro,
senza persona e senza luce emerse attraverso il mito dell'azione nei tempi
ultimi. | |