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Brano tratto da Le ultime
ore dell'Europa, Edizioni Ciarrapico, Roma 1976.
Ogni
anno, quando aprile volge alla fine e il vento di primavera impolvera le
strade, la rumorosa celebrazione del 25
Aprile ci strappa dagli abituali pensieri per richiamare alla nostra
coscienza la tragica fine della guerra. Il crollo politico e spirituale
dell’Italia e dell’Europa. In verità nessuna occasione è più propizia per
consentirci di valutare adeguatamente l’entità morale della catastrofe: le
bandiere alle finestre per celebrare una sconfitta militare, il giubilo
concorde del partito russo e di quello americano che, alla distanza di tanti
anni, continuano a rappresentare gli interessi dei loro padroni contro
l’interesse nazionale europeo, l’apologia e la celebrazione del 25 Aprile ci
strappano dagli abituali pensieri e ci portano a quelli del massacro e dell’odio
civile. Ma, al di là dell’agiografia commemorativa, rimane la drammatica
importanza dell’anniversario. Poiché la guerra la cui fine si celebra non fu
solo guerra civile e mondiale ma la tragedia storica che ha portato alla
detronizzazione dell’Europa e ha trasferito le insegne del comando del
territorio del nostro continente alla Russia e all’America. Con questa tragedia
il tramonto dell’Occidente, profetizzato da Spengler nel 1917, diviene una
schiacciante, evidente realtà. Vi sono epoche nella storia, spesso concluse nel
breve giro di mesi o di anni, che ardono da lontano di inestinguibile chiarore,
come isolate da un cerchio di luce sull’opaca scena della storia del mondo.
Recinti da questa magica cintura di fuoco uomini ed avvenimenti riappaiono con irreale
lentezza e ricchezza di particolari come l’estremo profilarsi di costruzioni
inghiottite da un incendio che divampa all’orizzonte in una notte serena. Sono
le epoche cruciali, quelle in cui l’angelo della storia batte con le sue grandi
ali a sollievo o a terrore dei popoli e in cui, nel volgere di pochi, turbinosi
eventi, si decidono i destini delle civiltà. A queste epoche appartiene la
seconda guerra mondiale, che segna la lotta estrema dell’Europa contro la morte
politica e si conclude con la sua lunga, disperata agonia. In essa ogni breve
episodio si cristallizza nella memoria dei secoli, ogni figura subisce una
stilizzazione eroica, ogni battaglia diventa epopea e mito.
L’agonia
dell’Europa è
lunga. Essa incomincia
all’alba del 6 giugno 1944 quando il mare di Normandia, d’un tratto, nereggia
di navi. È un’armata navale immensa e paurosa, la più grande flotta di tutti i
tempi radunata per rovesciare sulle difese del Vallo Occidentale una marea di
uomini e di armi. L’America, con le sue forze intatte ed il suo poderoso
potenziale industriale scaglia centinaia di migliaia di soldati contro i
bastioni della madrepatria europea. E’ la Nemesi storica che si volge contro il
vecchio continente colpevole di non aver saputo garantire adeguate possibilità
di vita a milioni di suoi figli e di averli lasciati fuggire oltre l’Oceano ad
alimentare la forza della grande repubblica materialistica dei deracinés. La
lotta divampa crudele sul bianco nastro costiero della penisola di Cotentin.
Ogni minuto, ogni ora rimbomba di paurosi boati, di schianti mortali: è il
giorno più lungo della guerra, come Rommel lo aveva chiamato. La difesa è
impari ma disperata: «Gli uomini della SS – racconterà un superstite di parte
americana – si gettavano sui nostri carri armati come lupi sulla preda. Ci
costringevano ad ucciderli anche quando ci saremmo accontentati di prenderli
prigionieri». È il momento decisivo della guerra: se gli Americani vengono
ributtati a mare, se le difese del Westwall tengono, la grande invasione del
continente potrà essere ritentata tra due, tre anni. In quel tempo tutto
potrebbe cambiare. Ma la schiacciante superiorità delle forze e il totale
dominio dell’aria decidono la lotta.
Se
il pensiero ripercorre quegli avvenimenti si fissa su alcuni ossessivi dettagli
che portano il segno della fatalità. Così la mancata utilizzazione della
segnalazione del controspionaggio tedesco che aveva individuato la parola
d’ordine dell’invasione diffusa in linguaggio cifrato dalle emittenti inglesi;
così l’assenza di Rommel, in visita alla moglie per il compleanno di lei. Ma,
due giorni prima dello sbarco di Normandia, ben altro presagio si era mostrato
a segnalare sciagura e fine per l’intero continente: la caduta di Roma. Roma la
città creatrice della civiltà dell’Occidente il 4 giugno era stata occupata
dalle truppe alleate. Pure, sulla via di Roma, dal lontano gennaio in cui erano
sbarcati nel porto di Anzio, gli Americani avevano lasciato caterve di morti. E
su questo medesimo fronte si erano verificati alcuni oscuri fatti d’armi,
piccoli nella cronaca generale della guerra, ma gravidi di significato per
l’onore del nostro popolo: per la prima volta dopo l’otto settembre soldati
italiani avevano combattuto in prima linea contro l’invasore. In aprile, dopo
l’incontro con Hitler a Klessheim, Mussolini aveva visitato le divisioni
italiane addestrate in Germania. Con giubilo indescrivibile Mussolini era stato
accolto da un unico grido levatosi dalle bocche di quei dodicimila uomini: «A
Nettuno! A Nettuno!». Ora quella prima invocazione alla lotta e al sacrificio
aveva trovato conferma nel sangue. Il battaglione Barbarigo, insieme ai
volontari delle SS italiane, aveva tenuto valorosamente il fronte tra Borgo
Piave e il lago Fogliano. Di mille ne rimasero meno di 400. Ad Ardea e a
Pratica di Mare i giovanissimi della Folgore compirono prodigi di valore.
Anch’essi si fecero uccidere fino all’ultimo uomo muovendo all’assalto dei cari
nemici col moschetto e, all’occorrenza, anche col pugnale. Di 980 andati in
linea il 31 maggio, il 3 giugno non ne rimanevano che 30. E questi trenta
eroici disperati, ritirandosi verso Roma col cuore pieno d’angoscia per la
scomparsa dei loro camerati, ancora trovavano la forza di fermarsi, di piantare
le mitragliatrici, di scagliare le ultime, rabbiose raffiche contro il nemico.
Il crollo del Vallo Atlantico e la occupazione della Francia, portata a termine
per i primi di settembre, costituirono il primo esempio di “liberazione” in
grande stile e, conseguentemente, la grande prova generale del nuovo costume
“liberatorio”. L’Europa, che ancora non aveva avuto modo di impratichirsi nella
nuova moda politica, trattenne il respiro di fronte ai nuovi orrori, di marca
prettamente democratica. «Oh libertà, quanti delitti si commettono in tuo
nome!»: queste parole che Madame Roland pronunciò salendo alla ghigliottina
costituiscono il miglior commento alla sanguinosa carneficina con la quale si
tentò di distruggere tutti quei francesi che avevano collaborato con la
Germania per la creazione di un nuovo ordine europeo. Le vittime, secondo le
dichiarazioni ufficiali di un ministro francese del dopoguerra, ascendono a
oltre centocinquemila. Altri, innumerevoli, vennero stipati nelle prigioni
rigurgitanti di uomini e di donne. I volontari antibolscevichi, che hanno
bagnato del loro sangue la terra di Russia per difendere l’Europa dal
comunismo, subiscono la crudele vendetta dei copartigiani rossi che li
braccano, li massacrano, li seviziano. È un’immensa tragedia che prelude a
quella che dilagherà in tutta Europa pochi mesi più tardi. Tra le vittime della
“libertà” sono alcuni dei migliori ingegni francesi: gli scrittori Céline e
Chateaubriand, costretti all’esilio, Charles Maurras, che paga con l’ergastolo
la sua battaglia contro il farisaismo democratico, Drieu La Rochelle,
suicidatosi per la incapacità di sopravvivere in un mondo crollato, Brasillach,
fucilato nel febbraio del ’45 dopo che, nel settembre dell’anno precedente, si
era costituito per far liberare la madre. Brasillach non aveva mai svolto una
vera e propria attività politica, non era mai stato iscritto a nessun partito.
Ma aveva messo la sua opera di poeta e di scrittore al servizio di quella che
riteneva la causa della gioventù europea. Nel carcere egli verga ancora gli
ultimi scritti, i versi degli indimenticabili poemi di Fresnes: «Sento il
dolore del mio paese con le sue città in fiamme – le sofferenze inflittegli dai
suoi nemici e dai suoi alleati – sento l’angoscia del mio paese lacerto nel
corpo e nell’anima – chiuso nella ferrea trappola della sofferenza».Intanto,
nella torrida estate che vede la liberazione della Francia, gli alleati
risalgono la penisola italiana verso la Linea Gotica. Al Nord la Repubblica
Sociale si prepara alla lotta più aspra e disperata. L’invasione del territorio
nazionale, l’intensificarsi del terrorismo comunista richiedono una
mobilitazione nazionale delle forze combattenti. Gli iscritti al partito, dei
18 ai 60 anni, vengono armati. Nascono così le Brigate Nere. L’anima di questa
resistenza accanita, di questo nuovo Fascismo che ritrovato lo spirito e
l’audacia delle squadre d’azione, è Pavolini. Giovane, dinamico, interessato ai
problemi della cultura e scrittore egli stesso, Pavolini, che proviene da una
delle migliori famiglie fiorentine, incarna l’energia disperata dell’ultima
battaglia, la volontà della lotta ad oltranza. È lui che organizza i fascisti
di Firenze per l’estrema resistenza nella città. A Firenze, sgomberata dai
Tedeschi, i franchi tiratori fascisti resistono per una settimana. Uomini,
donne, fanciulli, sparano dai tetti sugli alleati e sui comunisti. Dopo la fine
della guerra un ufficiale americano, chi gli chiede quale città italiana gli
sia piaciuta di più, risponderà: «Firenze, perché è l’unica città dove ho
veduto degli italiani che hanno avuto il coraggio di spararci addosso».
Malaparte dedicherà un’indimenticabile pagina de La Pelle alla descrizione
della fucilazione di franchi tiratori e franche tiratrici fiorentine, ragazzi e
ragazze di quindici o sedici anni che muoiono beffandosi dei loro carnefici
gridando: «Viva Mussolini!». È l’unica pagina pulita e luminosa in quel libro
così tetramente sudicio e opaco, l’unica nella quale il nome italiano esca
onorato.
Ma
la grande, paurosa minaccia incombe da Oriente. Dalle tragiche giornate di
Stalingrado il bolscevismo ha continuato la sua inarrestabile marcia verso
Ovest. Nell’estate del ’44 esso forza le porte orientali d’Europa e dilaga nei
Balcani. Il tradimento della Romania e delle Bulgaria permette ai sovietici di
congiungersi con le bande di Tito e di entrare a Belgrado il 22 ottobre. Pochi
giorni prima, il 15, mentre i Russi forzavano i passi dei Carpazi, Horthy aveva
chiesto un armistizio. Fulmineamente i Tedeschi ristabiliscono la situazione
formando un governo capeggiato dal maggiore Szalazy, il condottiero delle Croci
Frecciate, sostenitore della resistenza all’ultimo sangue contro le orde
sovietiche che dilagano in tutta l’Ungheria, bruciando, saccheggiando,
stuprando. Contemporaneamente le truppe sovietiche hanno continuato la loro
avanzata nel settore nord del fronte orientale. Ad agosto hanno occupato il
sobborgo orientale di Varsavia, Praha, separato dalla Vistola dal resto della
città. Nella capitale polacca divampa la rivolta. Essa sarà miseramente
schiacciata dai Tedeschi sotto lo sguardo impassibile dei Russi che, di là dal
fiume, assistono con soddisfazione al massacro delle ultime forze “borghesi”
polacche. In settembre e in ottobre si compie la tragedia dei paesi baltici,
rioccupati dai Russi. Ben trecentomila profughi seguono la ritirata delle
armate tedesche mentre le forze superstiti della Wehrmacht si trincerano in una
sacca in Curlandia. La guerra divampa ormai alle frontiere della Germania
mentre le città tedesche ardono, notte e giorno, in un continuo rogo di bombe.
Ma la volontà di resistenza è incrollabile. Gli alleati insistono nell’offrire
l’inconditional surrender. Dall’altra parte i Russi hanno eloquentemente
chiarito le loro intenzioni massacrando
fino all’ultima donna e all’ultimo bambino la popolazione del primo villaggio
tedesco caduto nella loro mani. La risposta a tutto ciò sono le V1 e le V2, le
micidiali armi nuove che portano il nome della vendetta (Vergeltung 1 und 2) e
che volano oltre la Manica come frecce di fuoco. Di fronte alla minaccia
d’invasione del suolo della Patria si decreta la mobilitazione totale. Nasce
così il Volksturm, l’“uragano di popolo” nelle cui fila combattono vegliardi e
giovinetti. Il 2 ottobre gli Americani giungono davanti alla prima città
tedesca, Aquisgrana. All’intimazione di resa il comandante della piazza
risponde che «una città dove sono stati incoronati 14 imperatori tedeschi non
si arrende senza l’onore di un combattimento». La lotta divampa per venti
giorni. Nel centro della città le SS si sacrificano fino all’ultimo uomo per
permettere la ritirata dei difensori e la ricostituzione di un fronte sulla
Roer che reggerà per ben 4 mesi. Dalle città arse, dalle vie ingombre di
cariaggi e di feriti, dalle profonde foreste germaniche si leva ancora l’inno
dei giovani hitleriani: «Tremano le fradice ossa del mondo – di fronte alla
grande guerra – ma noi continueremo a marciare – anche quanto tutto ci cadrà
intorno in pezzi».
Pure,
nel tumulto della guerra, la fine del 1944 arreca un poco di sollievo, un
momento di tranquillità insperata, di nuova speranza. La fortezza europea è
stata invasa ma sul fronte della Vistola, sulla linea Sigfrido, sulla Gotica,
in Ungheria la situazione tende a stabilizzarsi. Il mondo si copre di un manto
di neve che, come il cielo nebbioso che impedisce il volo ai bombardieri
alleati, sembra distendersi a sollievo e protezione dell’Europa. Sono ancora
possibili giornate di speranza, di euforia, come quella in cui Mussolini parla
a Milano, al Teatro Lirico. All’uscita, una folla indescrivibile gli è intorno,
lo saluta col braccio levato, si accalca gridando enfaticamente “Duce, Duce!».
È l’ultimo discorso di Mussolini e l’ultimo trionfo. Egli ha parlato con
moderazione e fermezza, ha illustrato le realizzazioni della Repubblica, ha
polemizzato coi Tedeschi. L’eco è immensa in tutta l’Italia che deve ammettere
che il Fascismo è riuscito è riuscito a superare la crisi del 1943, che ha
ancora uomini e chances, e che, soprattutto, può ancora affascinare i giovani.
Ma ben altra speranza viene dal fronte occidentale. Un giorno di dicembre
l’esercito tedesco, che tutti danno per spossato e boccheggiante, passa
violentemente all’offensiva. Le SS escono dalle loro buche nevose e travolgono
le sorprese ed impreparate difese americane. È la battaglia delle Ardenne, il
canto del cigno della Wehrmacht. Obbiettivo, Anversa, il grande porto belga
senza il quale gli Americani non potrebbero continuare l’offensiva contro la
Germania. È la estrema, geniale mossa di Hitler, che tenta di ripetere la
manovra del 1940, la frattura del fronte nemico e l’insaccamento di una parte
di esso. Per quest’ultima, disperata sorpresa si è provveduto al possibile e
all’impossibile. Skorzeny, il leggendario liberatore di Mussolini, passa le
linee con soldati travestiti da americani cambiando i cartelli stradali e
creando lo scompiglio nelle retrovie nemiche. Per un istante il sole della
vittoria risplende ancora sulla rossa bandiera crociuncinata. Ma è l’ultimo
barbaglio di un astro cadente. Presto la schiacciante superiorità nemica
ristabilirà l’equilibrio.
È così che, al principio del
1945, si leva il sipario sull’ultimo atto della tragedia europea.
Simbolicamente la prima città martire è Budapest, circondata il 24 dicembre e
assediata fino al 20 febbraio. Le Croci Frecciate versano il loro sangue a
fianco dei militi tedeschi. È da quel sangue che nascerà la scintilla della
rivolta del 1956. Poi è la volta delle provincie orientali tedesche, raggiunte
dall’offensiva sovietica del 12 gennaio 1945. Il Gauleiter slesiano Hanke aveva
battezzato i lavori difensivi apprestati contro i Russi “Unternehmen Barthold”,
l’operazione Barthold, dal nome del leggendario margravio tedesco che fermò i
Mongoli in Slesia. Ora sono veramente le nuove orde di Gengis Khan quelle che
vengono avanti. La guerra sembra ritornata ai tempi primordiali, quando lo
stupro e il saccheggio erano il premio del vincitore. «Soldati dell’Armata
Rossa! – scrive in un proclama propagandistico il raffinato letterato ebreo
Ilija Ehrenburg – prendete le donne tedesche, umiliate il loro orgoglio
razziale!». Mai nessun invito fu più fervidamente preso sul serio. Anche le
bambine vengono ripetutamente violentate da dieci, venti soldati fino a morire
di dissanguamento. Di fronte ad un così efferato nemico ogni viltà, ogni
ritirata, è un crimine intollerabile. In Italia il terrore slavo infuria sul
Carso. Militari e civili vengono seviziati, uccisi gettati nelle cupe voragini
dette foibe. Ancora adesso quella terra restituisce gli scheletri dei
“giustiziati”, l’uno incatenato all’altro col filo spinato, il vivo accanto al
morto che col suo peso trascinava il compagno nell’abisso. È alla Repubblica
Sociale che spetta l’orgoglio di aver compiuto l’estrema difesa dell’italianità
della Venezia Giulia. Negli ultimi giorni di sfacelo i militi fascisti si
dirigono verso il fronte orientale per tentare di salvare il diritto
dell’Italia in quelle terre. Siamo ormai all’epilogo. Il 20 aprile, giorno del
suo cinquantaseiesimo compleanno, Adolf Hitler ha preso la drammatica decisione
di rimanere a Berlino fino alla fine. I manifesti annunciano alla popolazione,
ignara della sua presenza in città, che «il Führer è a Berlino, il Führer
rimarrà a Berlino, il Führer difenderà Berlino fino al suo ultimo respiro». Il
23 tutte le sirene suonano: i Russi sono penetrati nei quartieri orientali
della città. Incomincia l’ultima battaglia. I giovani hitleriani, in calzoni
corti, si gettano sui carri nemici. Particolare significativo: gli ultimi
difensori della Cancelleria del Reich non sono tedeschi ma i norvegesi della
divisione SS Nordland e i francesi della Charlemagne. Il 30 aprile Hitler si
uccide. Il rogo divampa nel cortile della Cancelleria mentre gli ultimi fedeli
alzano il braccio nel saluto. Il giorno seguente lo seguirà Goebbels con la
moglie e i figli. Lascia scritto: «Credo che in un momento come questo la
nostra causa abbia bisogno di esempi più che di uomini». Anche per l’Italia è
giunta l’ora della sua più grande tragedia storica. Gli alleati dilagano ormai
oltre la Linea Gotica, invano contrastati dai soldati repubblicani sul Senio e
sul Reno. Le bande partigiane possono finalmente scendere al piano per mietere
i frutti dell’altrui vittoria. Frutti di sangue. La parola d’ordine è “Uccidete
il fascista ovunque lo trovate”. Lo sterminio dei fascisti è sempre legittimato
anche quanto si tratta dei 120 allievi diciassettenni della Guardia
Repubblicana di Oderzo, arresisi pattuendo di aver salva la vita, o dei prigionieri
di Schio, uccisi a tradimento all’interno del carcere. Non è disordinato
tumulto o ira di popolo ma una sistematica, precisa disposizione del partito
comunista che vuole sbarazzarsi per tempo di tutti gli uomini che possano
ancora lottare per impedirgli di prendere il potere. Gli ultimi difensori della
Repubblica Sociale, sorpresi dalla catastrofe e dal tradimento dei comandanti
tedeschi in Italia, che si arrendono separatamente agli alleati, vengono
catturati, disarmati, fucilati. Nel caos finale risplende il miraggio della
ridotta in Valtellina, dell’ultima battaglia combattuta tra le nevi eterne
delle Alpi. Ma il destino ha deciso le sorti dei capi fascisti e del Duce. Essi
condividono il martirio degli oscuri 60.000 assassinati in questa settimana di passione.
«Mirate al petto!»: queste le ultime parole di Mussolini trapelate dal silenzio
ufficiale imposto dai dirigenti comunisti agli esecutori materiali della
fucilazione.
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