|
articolo tratto dal libro
Gli Indoeuropei. Origini e
migrazioni, Edizioni di Ar, Padova 1978.
Quando la Grecia si avviava ormai alla denordizzazione, l'altro serbatoio
accumulato dall'ondata indoeuropea del 1200 era appena intaccato, e l'Italia
successe alla Grecia nella leadership della civiltà classica. Che le
lingue italiche - e tra esse il latino - siano state diffuse da un tipo
razziale relativamente «chiaro», appare verosimile, data la loro provenienza
dall'area centroeuropea. Nonostante le proteste del buon Sergi alla fine del
secolo («i veri Italici sono gli indigeni neolitici mediterranei»), la più
recente antropologia ha riconosciuto la connessione tra i linguaggi italici e
il tipo xantocroico (dal greco xanthòs = biondo e chròes =
colorazione). Già il Livi, il medico militare che eseguì i primi rilievi
antropologici in Italia sulle classi 1867-70, aveva notato due zone di
biondismo, una nell'Italia settentrionale (in particolare nella Lombardia
occidentale), che egli metteva in relazione con la migrazione longobarda,
l'altra più tenue, lungo l'arco dell'Appennino, riconducibile alle più antiche
migrazioni italiche. Scrive il Sera, nell'Enciclopedia Italiana: «Ma il
fatto più singolare che le due grandi carte del Livi pongono in luce, ... è la
presenza di una forte componente xantocroica in tutta l'Italia centrale e
soprattutto orientale: Umbria, Toscana, Abruzzo e parte settentrionale e
orientale dell'Italia meridionale, Molise, Beneventano, Puglia settentrionale,
parte settentrionale e orientale della Lucania. Da questa zona si
irradierebbero le propaggini disperse del tipo che si riscontrano nelle altre
parti della penisola e nella Sicilia... La localizzazione della maggiore massa
di questo tipo fa pensare a una provenienza dal Nord e dall'Oriente, cioè che
esso sia disceso in Italia seguendo la costa adriatica, senza penetrare
addentro nella pianura padana, ma - deduzione assai più importante - sembra che
a mano a mano che si discende verso il Sud, esso abbia sede tra i monti. Si può
pensare a una preferenza originalmente data a questo ambiente per una minore
resistenza del tipo stesso al clima caldo del mezzogiorno italiano, o anche
perché il tipo, un tempo esteso alla costa, sia ivi scomparso per fatti di
selezione eliminativa. A ogni modo... è chiaro che detto tipo dovette
respingere perifericamente una popolazione bruna e branchíoide, che si ha
ragione credere fosse autoctona nella regione... E' probabile che questo tipo
xantocroico sia disceso in Italia all'epoca del ferro, se non prima, e che sia
stato il portatore del linguaggio ariano. La serie preistorica di Alfedena
dovrebbe contenere abbondantemente tale tipo». Che i popoli italici - e tra essi i Romani -
si distinguessero per una maggiore impronta nordica da quelle genti che
affondavano le loro radici nella preistoria mediterranea, potrebbe mostrarlo lo
stacco esistente tra il carattere nazionale latino-italico da una parte, e
quello etrusco dall'altra, stacco tanto più considerevole se si tien conto
della vicinanza reciproca e della comunanza di civiltà. Agli Etruschi, con la
loro cultura piena di vivacità e di colore, con la loro intuizione sensuale del
mondo, ora cupa ora gioiosa, si contrappone la severità rigida, scabra,
quiritaria delle genti latine e sabelliche, prolificazioni di un ethnos differente.
Così un grande interprete dell'antichità ha sintetizzato il carattere nazionale
etrusco: «Etrusca era la gioia ai piaceri dell'esistenza, ai conviti, alle
donne e ai begli adolescenti, ai giochi scenici, crudeli o comici, alla lotta
dei gladiatori, al circo e alla farsa, all'indolenza, amabile e
contemplativa... Ma etruschi erano anche l'eroe cavalleresco e il combattente
individuale,che agognavano all'avventura e alla fama, profondamente diversi
dagli ubbidienti e disciplinati soldati di formazione romana. E come la vita
etrusca si svolgeva nell'opposta tensione di riso e crudeltà, di piacere
sensuale ed avventura, di indolenza svagata ed affermazione eroica, non
diversamente nell'opposizione di cavaliere e dama: la donna dominava sull'uomo
e nella casa e prendeva parte anche alla vita pubblica. Una visione femminile
del mondo s'esprime in Etruria dovunque ... ». E' l'elemento «dionisiaco», lo
«schiumante entusiasmo, il piacere e la sfrenata crudeltà dell'antico Mediterraneo»,
da Schuchhardt contrapposti all'apollineo «alto sentire, accorto agire e
misurato decidere del Nord»: come in Grecia l'orfismo, così in Italia gli
Etruschi rappresentano il polo «anticlassico». Di fronte alla sensuale vivacità
delle genti indigene, sta l'ethos dei popoli discesi dal Nord. Sono i
duri Sabini (Properzio, 1, 1, 32, 47) con le rigidae Sabinae (Ovidio, Amores,
11, 4, 15), fortissimi viri, severissimi homines (Cicerone, pro
Ligario 32; in P. Vattinium 15, 36), avi di forti generazioni di soldati e
contadini (rusticorum militum). Sono i Romani con la loro tenuta
asciutta, severa, impersonale, le generazioni latine d'età repubblicana che
presero le armi contro Annibale prima ancora che la «bionda peluria - flava
lanugo - imbiondisse loro le gote» (Silio Italico, Punica, 11, 319),
i militi romani dalle «teste bionde» (xanthà kàrena), di cui l'eco è
negli "Oracoli Sibillini" (XIV, 346): «Nel senato dell'epoca
repubblicana e del quinto fino al primo secolo l'essenza nordica ha sempre dimostrato
di essere la forza preponderante e deterrninante: audacia illuminata,
attitudine dominata, parola concisa e composta, risoluzione ben meditata,
audace senso di dominio. Nelle famiglie senatoriali, anzitutto nel patriziato,
e poi nella nobilitas, sorse e cercò di realizzarsi l'idea del vero
romano, come una particolare incarnazione romana della natura nordica. In tale
modello umano valsero le virtù etiche di impronta nordica: la virilità, virtus,
il coraggio, fortitudo, la saggia riflessione, sapientia, la
formazione di sé, disciplina, la dignità, gravitas, e il
rispetto, pietas... in più quella misurata solennità, solemnitas,
che le famiglie senatoriali consideravano come qualcosa di specificamente
romano».
Che questi caratteri spirituali fossero sostenuti da
una ben precisa sostanza razziale, è stato affermato dal Sieglin e dal Günther.
L'onomastica latina attesta una certa frequenza di caratteri nordici. «Ex
habitu corporis Rufos Longosque fecerunt», «dal fisico chiamavano Rufo uno
coi capelli rossi, e Longo uno di alta statura»: così Quintiliano ricorda della
origine dei nomi propri. Il Sieglin dà una lunga serie di Flavii, Flaviani,
Rubii, Rufi, Rufini e Rutilii. Questi nomi sembrano esser stati tradizionali
nelle genti Giulia, Licinia, Lucrezia, Sergia, Virginia, Cornelia, Junia,
Pompeia, Sempronia: ossia nella più gran parte della classe dirigente romana.
La famiglia degli Ahenobarbi (barba di rame) faceva risalire la sua
denominazione a una leggenda secondo la quale due giovinetti, messaggeri d'una
divinità, avevano toccato la barba d'un guerriero romano che era diventata
rossa. L. Gabriel de Mortillet suppone che rutilus, col significato d'un
biondo infuocato, sia stato usato soprattutto pel sesso maschile, flavus,
un biondo più mite, per le donne. Per l'azzurro degli occhi l'aggettivo comune
è caesius donde nomi come Caeso, Caesar, Caesulla, Caesilla, Caesennius
e Caesonius. Ancora la Historia Augusta (Aelius Verus, 2, 4) spiega
Cesare con caesius. Per gli occhi grigi l'aggettivo era ravus o ravidus,
donde nomi come Ravilia o Ravilla: Raviliae a ravis oculis, quemadmodum a
caesiis Caesullae. Ad alte stature si riferiscono ì nomi Longus, Longinus,
Magnus, Maximus, e anche Macer, Scipio (bastone). Albus, Albinus, Albius
indicano colorito chiaro. In appendice all'Incerti auctoris liber de
praenominibus, d'epoca tiberiana, si legge che nomi di fanciulla come
Rutilia, Caesella, Rodocilia, Murcula e Burra designano capelli e compressioni
chiare. Murcula viene da murex, porpora, Rodacilla dal greco rhodax,
rosellina, Burra - come anche Burrus - dal greco pyrròs: tutte a
colore ductae. Che il tipo fisico dei Romani, almeno in epoca repubblicana,
dovesse essere abbastanza settentrionale, può mostrarlo anche quel detto
tramandato da Orazio: hic niger est, hunc tu, Romane, caveto! «quello è nero, guardati da lui, Romano!»,
che esprime una diffidenza spontanea verso l'individuo troppo scuro di pelle
che non ha perduto neppure oggi la sua attualità. D'altra parte, la credenza
che al momento della morte Proserpina staccasse al moribondo il capello biondo
che ognuno doveva portare sul capo (Eneide, IV, 698: nondum illi Ilavom
Proserpina vertíce crinem abstulerat), non può che esser sorta in un'epoca
in cui i capelli biondi erano comuni tra i Romani. Il Sieglin, che ha passato
in rassegna le fonti sui caratteri fisici degli antichi Italici, scrive che
accanto a 63 biondi sono menzionati solo 17 bruni. Ancora nelle pitture dì
Pompei il 75% delle immagini ritrae individui chiari. Sempre secondo il
Sieglin, 27 divinità romane sono descritte come bionde, e solo 9 come scure. In
particolare, Giove, Marte, Mercurio, Minerva, Proserpina, Cerere, Venere, e
anche divinità allegoriche come Pietas, Victoria, Bellona, vengono spesso
ritratte come bionde. 10 personaggi delle antiche leggende sono biondi, nessuno
bruno. Così delle personalità poetiche: 17 bionde e due brune. Caratteri
nordici ci sono tramandati di diversi personaggi della storia romana. Rosso di
capelli e con gli occhi azzurri era Catone il Censore, questa personalità in
cui parvero incarnarsi tutte le più antiche virtù del romano. Biondo e
occhiceruleo era Silla, il restauratore. Coi capelli biondi e lisci, occhi
chiari, flemmatico e composto nella persona, ci appare Augusto, il fondatore
dell'Impero. Cesare aveva occhi e capelli neri, ma complessione bianchissima e
alta statura. L'ideale fisico d'un popolo s'esprime nell'ideale dei suoi poeti.
Tibullo canta una Delia bionda, Ovidio una bionda Corinna e Properzio una
bionda Cinzia. Una fanciulla troppo nera non doveva essere molto pregiata se
Ovidio (Ars Amandi, 11, 657) suggeriva si nigra est, fusca vocetur.
Le lodi maggiori van sempre alla candida puella. Giovenale ci parla
della flava puella Ogulnia di nobile stirpe. Importante è l'Eneide, per
quel suo carattere celebrativo delle origini che fa di Virgilio un poeta
«archeologo»,in una specie di passione per lo stile degli antichi Romani, in
una esaltazione della latinità. Nell'Eneide tutti i personaggi sono biondi.
Così Lavinia (Eneide, XII, 605: filia prima manu flavos Lavinia crinis et
roseas laniata genas: flavos è preferibile a floros); Enea,
spirante nobiltà nel volto e nelle chiome come avorio cinto d'oro (En. I, 592: quale
manus addunt ebori decus, aut ubi flavo - argentum Pariusque lapis circundatur
auro); il giovinetto Iulo; Mercurio nella sua apparizione (Eri. IV, 559: et
crinis Ilavos et membra decora iuventa), mentre tra i guerrieri è un fulvus
Camers di nazione ausonia (X, 562), tanto più notevole in quanto di nessuno
dei guerrieri o degli altri personaggi dell'Eneide si dice che abbiano capelli
neri. Persino la cartaginese Didone è bionda (IV, 590: flaventisque abscissa
comas), così forte è l'inclinazione a vedere antichi eroi ed eroine
circonfusi in una nube di biondezza originaria. Anche nei Fasti d'Ovidio,
composti con uno stesso intento archeologico e celebrativo, eroi ed eroine
dell'antichità romana ci appaiono biondi. Bionda è Lucrezia quando piacque a
Tarquinio (forma placet, niveusque color flavique capilli, 11, 763),
biondi Romolo e Remo, marzia prole: Martia ter senos proles adoleverat annos
et suberat flavae iam nova barba comae (III, 60). Ha scritto il Sieglin: «Gli invasori elleni e
italici erano, secondo le non poche testimonianze che possediamo, biondi.
Bionda è la maggioranza delle persone di cui ci viene descritto l'aspetto
fisico; in particolare erano gli appartenenti alle famiglie nobili che si
distinguevano per il colore chiaro della loro pelle e dei loro capelli. In
tutte le epoche dell'antichità classica, biondo ebbe il significato di distinto».
L'epoca aurea della romanità «nordica» va dalle origini alla fine delle guerre
puniche. E' l'epoca della repubblica aristocratica, sorta dal patriziato e dai
migliori elementi della plebe. E' l'epoca in cui Ennio poté scrivere moribus
antiquis res stat romana virisque, in cui i valori romani poggiavano ancora
su di un'adeguata base razziale. L'ideale della probitas, dell'integritas,
quello del vir frugi, del vir ingenuus, in cui simplex suonava
ancora come una lode, è difficilmente riducibile a uno standard meridionale:
«L'essenza del "vero romano", del vir ingenuus non si spiega
alla luce dell'anima "meridionale", delle popolazioni preitaliche di
razza mediterranea, che dovettero invece formare la maggioranza dell'antica
plebe, o almeno la plebe della capitale (plebs urbana)» . Questo prisco
ideale repubblicano d'una severità di contegno derivante non da astratti
precetti, ma da una nobile natura di sangue nordico, l'ha espresso Properzio
nella figura di Cornelia figlia dell'Africano:
Mihi natura dedit leges a sanguina ductas
(IV, 11). Già nel Il secolo a.C. son visibili tracce di decadenza. E' lo
spopolamento delle campagne, in seguito alla speculazione e al tasso di sangue
troppo alto estorto dalle continue guerre. Di qui, le lotte per la riforma
agraria, i Gracchi, e le difficoltà sempre crescenti in spedizioni militari di
second'ordine, come a Numanzia, o in Numidia. All'epoca di Pirro, e anche a
quella d'Annibale, i Romani avevano potuto mettere in campo quante truppe
avevano voluto: «I Romani, scrive Plutarco, colmavano senza fatica e senza
indugio i vuoti nelle loro truppe come attingendo da una fonte inesauribile».
Nel II secolo già il contadinato italico dava segni d'esaurimento. Ma con la
scomparsa del contadinato italico, delle forti generazioni contadine che
avevano fatto argine contro Annibale «prima ancora che la bionda peluria
vestisse le loro guance», incominciava la denordizzazione della romanità.
Contemporaneamente, i contatti con la grecità decaduta, con l'Oriente
levantino, portavano i primi germi di disfacimento in Roma. Syria prima nos
victa corrupit, rìconosceva Floro (Epitome, 1, 47). Già alla metà
del II secolo il numero degli schiavi eguagliava quello degli Italici, con
conseguenze incalcolabili pel tralignamento del carattere nazionale romano. Il
tipo del levantino portato schiavo e emancipato, del liberto di razza ignobile
ma ricco e potente, diventa sempre più frequente sulla scena romana per
dominarvi incontrastato nei secoli dell'Impero. Siri, greculi, ebrei -
nationes natae servituti - secondo il severo giudizio romano, diventavano
sempre più numerosi, con l'influsso dissolvente della brillante civilizzazione
ellenistica. «I nostri cittadini sembrano schiavi della Siria - diceva il nonno
di Cicerone - tanto meglio parlano il greco, e tanto più sono corrotti».
«Tacciano codesti, cui l'Italia non fu madre, ma matrigna», aveva detto
Scipione Nasica di fronte alla turba tumultuante nel foro, una turba
d'importazione. Al tipo del romano di ceppo italico succedeva una massa anonima
sempre più mediterranea e levantina. Anche la ritrattistica permette di
osservare l'avvento di tipi sempre più nettamente levantini - specialmente
banchieri e uomini d'affari - che si contrappongono al romano nobile d'impronta
nordica o nordico-dinarica. Il tipo fortemente scuro e così scarsamente europeo
che caratterizza ancora oggi tanta parte della popolazione dell'Italia - color
iste servilis, diceva Cicerone - si può far risalire all'invasione di
schiavi orientali, Asiatici Graeci, dell'ultima età repubblicana e di
quella imperiale. Che questa massa non potesse offrire sostegno alle vecchie
istituzioni aristocratiche repubblicane, e avesse bisogno d'un padrone, spiega
il trapasso dalla repubblica all'Impero. L'ordine imperiale romano era
destinato a reggere ancora alcuni secoli - anche perché la Roma repubblicana
aveva già sgombrato il campo da tutti i possibili competitori - in un quadro di
splendore ma anche nella coscienza d'una crescente putrefazione della società.
I confini di Augusto non dovevano più essere ampliati o quasi in quattro secoli
d'Impero. Una fioritura culturale non si ebbe più dopo la fine del I secolo
d.C. e si perpetuò un accademismo alessandrino. La filosofia dell'epoca è lo
stoicismo, l'individualismo orgoglioso e disperato d'un'anima nordica che si
chiude in sé stessa di fronte a una società orinai snordizzata che non le può
offrire sostegno. Malos homines nunc terra educat atque pusillos,
lamentava Giovenale (XV, 70). In effetti, la statura minima dell'esercito
imperiale era scesa fino a 1,48 e sempre più la Romanorum brevitas contrastava
con la Germanorum proceritas (Vigezio, 1, 1). Nonostante che le ultime
genti che potevano far risalire le loro origini ai Latini dei Colli Albani, tra
cui i Giulii, si fossero estinte agli albori del principato una certa impronta
nordica doveva continuare a tralucere tra i membri della classe dirigente
dell'Impero. Si potrebbe fare una lunga lista di Cesari biondi: da Augusto a
Tiberio, da Caligola a Nerone, da Tito a Traiano, da Claudio a Probo, da
Costantino a Valentiniano. I capelli biondi erano sempre pregiati nella
bellezza femminile - Poppea era bionda - e le donne romane se li tingevano (summa
cum diligente capillos cinere rutilarunt, Valerio Massimo, 11, 1, 5) o
mettevano parrucche di capelli tagliati alle prigioniere germaniche. Ma la
sostanza era che l'Impero Romano andava lentamente soggiacendo a una totale
orientalizzazione. La capacità dell'impero di reggersi nei secoli si dovette
alla forza della forma politico-spirituale creata da Roma. Una forma spirituale
è creata da un certo tipo razziale, ma almeno in parte gli sopravvive, almeno
finché trova una materia umana segnata anche da una minima parte di quel
sangue. Ma una volta che anche l'ultima parte del sangue originario è perduta, non
resta che una forma vuota, incapace di influenzare una materia umana totalmente
recidiva. L'arco della romanità è compreso tra le due affermazioni - moribus
antiquis res stat romana virisque - in cui l'età repubblicana aveva
orgogliosamente affermato la disponibilìtà d'un'adeguata sostanza razziale, e
quell'altra - mores enim ipsi interierunt virorum penuria - con cui la
romanità ammetteva l'incapacità di perpetuarsi in un ambiente umano ormai
levantino. Al vecchio contadinato italico d'impronta nordica, quasi estinto (la
desolazione e lo spopolarnento dell'Italia, la vastatio Italiae, è un
tema comune della pubblicistica d'età imperiale) poté surrogare, fino al II
secolo d.C., la romanità dei coloni delle provincie, delle guarnigioni
periferiche. Poi, estinto anche questo flusso d'italicità provinciale da cui
erano usciti Traiano, Adriano, Marc'Aurelio, l'orientalizzazione procedette
inarrestabile con una rapidità di cui testimoniano il diffondersi dei nomi
greci e i successi del cristianesimo. Il cristianesimo, uscito dalle viscere
della nazione ebraica - multitudo iudaeorum flagrans nonnunquam in
contionibus, civitas tam suspiciosa et malefica - viene dall'Oriente, si
afferma nelle province orientali, e incontra resistenza nella parte europea
dell'Impero, tranne nelle regioni marittime conquistate dal cosmopolitismo
orientalizzante. Col cristianesimo si diffonde anche un nuovo ideale fisico
orientale, presto visibile nei mosaici e negli ipogei. Il cristianesimo
nell'Impero Romano, una fede di individui politicamente, economicamente e
spiritualmente poveri, era la religione dello strato più basso della
popolazione, di immigrati d'origine orientale e africana, i quali non erano
sensibili né allo spirito ellenico né all'arte politica di Roma. L'ultima resistenza
nordica ed europea contro l'orientalizzazione del mondo classico - la
penetrazione eccessiva di elementi estranei nell'impero Romano mediante la
diffusione della concezione della vita e della religiosità dell'Oriente - viene
da parte degli Illirici, questa gente di soldati bionda e grande, che darà a
Roma Aureliano, Decio, Diocleziano. E', sotto il segno del Sole Invitto, la
reazione dei provinciali, degli europei, dei legionari, contro la
levantinizzazione dell'Impero e la civiltà cristiano-cosmopolitica. E'
l'estremo baluardo del paganesimo contro i demagoghi dell'Oriente e, insieme,
la difesa del danarium romano e della piccola borghesia italica contro
l'oro dell'Oriente. La svalutazione, e il trasferimento della capitale a
Costantinopoli, nel cuore dell'Oriente cristiano e antiromano, segnano la fine
della romanità europea di ceppo nordico. Invano il poeta Prudenzio doveva
mettere in versi la speranza che l'Impero si rinnovasse e che i capelli della
Dea Roma «divenissero di nuovo biondi» (rursus flavescere): la Roma
indoeuropea non era più. Paradossalmente, l'Impero dovette ancora un secolo di
vita ai suoi più acerrimi avversari, i Germani. Come alla romanità italica
d'epoca repubblicana era succeduta la romanità italico-provinciale del
principato, come a essa era succeduta, alla metà del II secolo, la romanità
illirica dei legionari e delle guarnigioni, così nell'ultimo secolo di Roma
prese forma una romanità-germanica la cui eco giunge fino a Teodorico.
L'esercito romano del IV secolo è già completamente germanizzato, germanici i
suoi generali, da Stilicone a Ezio, mentre sui vessilli delle legioni
conservatici dalla Notitia Dignitatum stanno le rune del sole, del
cervo: i primordiali simboli della Valcamonica ritornano, per un attimo ancora,
nella luce morente dello splendore romano. E' significativo come per questi
Germani la parola «romano» abbia acquistato il significato di «imbelle»,
«malfido». Il «romano» è ormai, nell'accezione corrente, un tipo umano piccolo,
nero, gesticolante, accorto e abile, ma anche vile e falso, esattamente come
era apparso il graeculus ai Romani d'età repubblicana, e come Platone, a
sua volta in una Grecia non ancora snordizzata - aveva descritto Siri ed
Egiziani. Questo trapasso di significati può illustrare meglio di ogni altro
esempio la parabola discendente della civiltà classica. I popoli parlanti greco
e latino nel secolo V d.C., serbavano l'eredità linguistica (Sprachenerbe)
degli Elleni e degli Italici indoeuropei, non quella del sangue (Blutserbe).
I Germani si stanziarono dapprima entro la cinta dell'Impero come coloni e
federati. Presero possesso delle campagne ormai spopolate e schiave dei pochi
centri urbani e marittimi dipendenti dall'Oriente (Roma, Ravenna). Si fecero
accogliere come soldati, coloni, contadini, poi quando l'esaurimento biologico
e spirituale della romanità fu troppo grande per restar loro velato dal residuo
mito di Roma - si imposero come condottieri, difensori, padroni. Ma con i
Germani tornava a penetrare nel bacino mediterraneo quello stesso elemento
nordico che già nella preistoria aveva indirizzato in senso «europeo» l'Europa
del Sud. La Scandinavia è di nuovo madre di popoli - Scandia insula quasi
vagina populorum velut officina gentium: Goti del Vástergótland, Burgundi
di Bornholm (Burgundholmr), Vandali del Vendsyssel. Di nuovo la Germania è
madre di bionde nazioni: ai biondi Indiani, Persiani, Elleni, Italici,
succedono i biondi Franchi, Lombardi, Goti, che vanno a rinsanguare l'esausta
Romània. Nasce un nuovo cielo di civiltà, la civiltà romanica-germanica
dell'Occidente: romanica, non più romana, perché anche i popoli latini sono
trasformati nella loro sostanza dall'apporto germanico. Una nuova élite
nordica rinsangua l'Europa col suo «sangue azzurro» - sangre azul, come
apparve alle popolazioni scure della Spagna la pelle rosea e mostrante le vene
dei loro signori visigoti. Sono i «figli dei biondi» - i beni asfar,
come apparvero agli Arabi quei crociati che, paradossalmente, rovesciavano il
movimento Oriente-Occidente invertito da Costantino ottocento anni prima, e
colpivano nell'Islam quella cultura arabomagica che proprio col cristianesimo
era mossa alla conquista dell'Europa . Sono i cavalieri tedeschi - decor
flavae Germaniae - che col Sacro Romano Impero di nazione germanica rialzano
il simbolo imperiale dell'Occidente.
|