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L'operaio tra gli dei e i titani |
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Alain de Benoist L’OPERAIO FRA GLI DEI E I TITANI
Ernst
Jünger «sismografo» dell’era tecnica
Prefazione di Manuela Alessio
Traduzione di Marco Tarchi
Prefazione
Nel
testo qui proposto, lo scrittore e saggista francese Alain de Benoist, grande
ammiratore ed interprete del pensiero jüngeriano, sembra quasi tentato dal
sostituire il titolo, tanto discusso e spesso incompreso, L’Operaio con quello
assonante Tempesta d’acciaio, ricalcato ovviamente sul titolo del celeberrimo
diario della Grande Guerra che riscosse un enorme successo e consacrò Ernst
Jünger scrittore di fama mondiale. Il motivo di quella piccola voglia di
sostituzione non risiede tanto in una presunta affinità tra i due scritti,
quanto piuttosto nella definizione dell’Operaio da parte di de Benoist come di
un “libro metallico”. L’acciaio corrisponderebbe dunque a questo aspetto
effettivamente metallico caratteristico del trattato jüngeriano sulla tecnica,
la tempesta invece alla repentina irruzione dell’elementare, che sconvolge la
sicurezza borghese in cui il mondo sembra essere ricaduto nell’epoca tra i due
conflitti che hanno scosso nelle sue viscere il Novecento. D’altronde lo stesso
Jünger si era quasi pentito di aver intitolato Nelle tempeste d’acciaio quel
suo primo scritto diaristico, al quale egli in seguito avrebbe più volentieri
apposto il seducente titolo, questa volta di esplicita assonanza stendhaliana,
Il rosso e il grigio, colori che indicherebbero letteralmente, il rosso del
sangue ed il grigio delle armi. Anche a prescindere da Stendhal, Ernst Jünger è
stato del resto non solo uno scrittore straordinariamente fecondo, ma anche un
accanito lettore, col risultato che in molti dei suoi testi rivivono, seppure
in diversa forma, concezioni precedenti, e bene fa de Benoist a richiamare
l’attenzione sulla parentela tra il concetto di Gestalt, di Figura, così come
esso affiora nell’Operaio jüngeriano, e la Urpflanze, la Pianta originaria di
Goethe. La Figura è altresì imparentata con l’Idea platonica: ciò è stato
sottolineato in terra tedesca da Martin Heidegger e, in terra italiana, da
Julius Evola, che si spinse anzi a definire l’intero Operaio come una
grandiosa, impareggiabile visione. Anche altri personaggi per molti versi
opposti tra loro come Gottfried Benn ed il nazionalbolscevico Ernst Niekisch
furono grandi ammiratori del libro jüngeriano del 1932, ma in realtà i più lo
fraintesero, interpretando la figura dell’operaio in senso economico e quindi
restringendone di molto la portata. Fra questi detrattori vanno annoverati nomi
di grande spicco come quelli di Carl Schmitt e di Oswald Spengler. Va detto
peraltro che il volume jüngeriano in questione non può essere capito fino in
fondo se non si legge prima il saggio altrettanto celebre La mobilitazione
totale, che de Benoist addita infatti ai lettori come “una sorta di prefazione
a L’Operaio”. Parimenti acuta è, da parte del saggista francese, la messa in
rilievo dell’estendersi a macchia d’olio della corsa alla mobilitazione, che
finì con lo smuovere gli stessi pacifisti. Tra di loro spicca Barbusse.
Dicevamo prima che Alain de Benoist è un grande interprete del pensiero
jüngeriano. Ciò però non significa che egli, che non è del resto propriamente
uno specialista, non cada talvolta in fallo, e quindi, in sede di prefazione, è
bene segnalare queste sue seppur rare défaillances, allo scopo di accompagnare
i lettori in una considerazione critica e non meramente passiva del testo
presentato. Ci riferiamo in particolare alla mancata distinzione da parte
dell’autore tra guerriero e soldato. Lo scrittore francese afferma che con la
mobilitazione totale “le Figure del Lavoratore e del Soldato si sono fuse in
una sola”. Ebbene, ciò è vero se ci si riferisce al soldato-lavoratore
impegnato a far funzionare cannoni ed a progettare carri armati, ma è
limitativo nei confronti in primo luogo dello stesso Ernst Jünger, che da parte
sua non è stato certo un soldato, bensì un guerriero. E come lui lo sono stati
tutti coloro che si sono lanciati all’attacco lasciando baluginare quella che
nella prima versione del Cuore avventuroso, più volte citata anche da de
Benoist ma inedita in italiano, è detta essere la scintilla animale, che
illumina il carattere originario dell’ardore con cui i guerrieri avanzano a
testa alta fino all’orlo dell’abisso della morte. Oltretutto, si badi bene,
quella distinzione tra soldato e guerriero non è destinata a rimanere sepolta
sui campi di battaglia della Grande Guerra, ovvero tra le relative pagine
jüngeriane di diario, ma verrà assai significativamente richiamata alla memoria
da Ernst Jünger in un’altra delle sue opere più famose, vale a dire nel romanzo
Eumeswil, in cui vi ricorre proprio per esemplificare il senso della celebre
figura dell’anarca: il guerriero è anarca, il soldato no. Il soldato è infatti
un personaggio istituzionale, il guerriero invece non va all’attacco obbedendo
a un ordine, ma seguendo un impulso di libertà che scaturisce dalla sua stessa
interiorità. Ernst Jünger ha avuto un fratello scrittore e poeta, a tutt’oggi
semisconosciuto in Italia: Friedrich Georg, al quale era molto affezionato ma
dal quale ha anche tratto spunto per la sua evoluzione culturale. Grande merito
di de Benoist è di essersi ampiamente soffermato su questo legame fraterno e,
in particolare, sul ruolo svolto dalla Perfezione della tecnica, importante
opera scritta in pieno secondo conflitto mondiale da Friedrich Georg Jünger e
pubblicata finalmente proprio in questi giorni in traduzione italiana. De
Benoist si mantiene su toni soft e si limita ad affermare che nell’Operaio
Ernst Jünger declina la tecnica in senso positivo, mentre Friedrich Georg ne
criticherà aspramente il carattere illusorio, ma c’è stato anche chi, come quel
von Krockow autore di un noto studio sul concetto di decisione in Jünger,
Schmitt e Heidegger, ha definito senza mezzi termini La perfezione della
tecnica una netta smentita dell’Operaio. Non a caso Ernst Jünger si riferirà
favorevolmente al libro del fratello in Maxima-Minima, che si presenta come una
sorta di postfazione di Der Arbeiter. Veniamo ora alla scottante questione del
rapporto di Jünger con il nazionalsocialismo, questione che peraltro può essere
liquidata in poche parole visto che Jünger nel suo libro respinge
esplicitamente la concezione della razza in senso biologico e visto che gli
stessi nazionalsocialisti accolsero tutt’altro che entusiasticamente l’uscita
dell’Operaio, che fu anzi stroncato in sede di recensione dai critici del
partito. Per attestare l’estraneità di Jünger al movimento nazionalsocialista
de Benoist cita, come spesso fa nel corso del testo, le parole di Jean Michel
Palmier, valente studioso francese recentemente scomparso. È altresì
interessante rilevare che uno dei pochi che compresero L’Operaio e addirittura
vi si affezionarono considerandolo il risultato principale della riflessione
jüngeriana fu niente meno che Martin Heidegger, che iniziò subito col
dedicargli un seminario accademico peraltro infine proibito dagli
nazionalsocialisti. Peccato solo che Alain de Benoist si limiti a riportare la
critica heideggeriana, in base alla quale Jünger rimarrebbe troppo ancorato al
pensiero di Nietzsche, senza problematizzarla alla radice, cioè senza mettere
in discussione l’interpretazione che Heidegger ha dato dello stesso pensiero
nietzscheano e, in particolare, della volontà di potenza. Ne deriva che,
seguendo questa linea di lettura, anche la riflessione jüngeriana continuerebbe
a dipendere “dalla nozione di valore”. Purtroppo il saggista francese lascia
per così dire interrotto il suo testo, in quanto non si spinge ad esaminare
l’importante articolo jüngeriano del 1934 intitolato Sul dolore ed inserito
nella bella raccolta Foglie e pietre, nella cui premessa leggiamo che la chiave
di lettura non va cercata nel valore, ma nel dolore. Se La mobilitazione totale
può essere considerata un’anticipazione dell’Operaio, Sul dolore va senz’altro
inteso come una sua prosecuzione, e in esso de Benoist avrebbe potuto trovare
lo spunto per oltrepassare agevolmente la critica heideggeriana. Jünger infatti
non è rimasto prigioniero della metafisica dei valori, avendo tra l’altro
notato con acume come nella scena novecentesca il dolore abbia con la sua nuda
crudezza spazzato via ogni ozioso carosello di valori. Rispetto a molti
interpreti italiani, Alain de Benoist ha il merito di distinguere il cosiddetto
ribelle, o meglio il Waldgänger, colui che va nel bosco, dall’anarca, che è
meno dipendente e più libero rispetto a ciò da cui si ritrae, vale a dire dalla
vita in società. La vita stessa di Ernst Jünger è stata un fulgido esempio di
libertà. Non solo di libertà “negativa”, cioè di fuga dai vincoli rappresentati
agli occhi dello scrittore tedesco dai legami accademici (rifiutò infatti senza
esitazioni la proposta fattagli già in gioventù di intraprendere la carriera
universitaria), ma anche di libertà immaginativa e creativa. A questo
proposito, è interessante concludere facendo notare che de Benoist trae la
bella definizione di “sismografo” da Ernst Niekisch. Jünger sembra avere quasi
delle antenne così come gli insetti da lui tanto amati. Egli peraltro non è
stato capace soltanto di captare, ma anche di pronosticare: “qualità - dice de
Benoist - che lo avvicina ai profeti e ai poeti”. Cos’è dunque che Ernst Jünger
ha intuito e previsto in questa sua veste di veggente? Ai lettori l’ardua
risposta e il piacere di addentrarsi nei meandri seducenti ed inquietanti
dell’universo jüngeriano, in cui è racchiuso il senso del Novecento ma in cui
si profila anche il contorno metallico ma tutto sommato ancora umano, troppo
umano del nuovo secolo e Millennio.
Manuela
Alessio
L’operaio fra gli Dei
e i Titani
I
Menzionando
L’Operaio assieme alla prima versione de Il cuore avventuroso, Armin Mohler,
autore di un ormai classico manuale sulla Rivoluzione Conservatrice tedesca,
scrive: «Ancora oggi, la mia mano non può afferrare queste opere senza mettersi
a tremare». In un altro contesto, definendo L’Operaio «un blocco erratico»
all’interno dell’opera di Ernst Jünger, egli afferma: «Der Arbeiter è più che
una filosofia: è una creazione poetica» . La parola è giusta, soprattutto se si
concede che ogni autentica poesia è creativa e che è, nel contempo,
impossessamento del mondo e disvelamento degli dei. Libro “metallico’’ si
sarebbe tentati di utilizzare nel suo caso l’espressione «tempesta d’acciaio»,
L’Operaio possiede infatti una portata metafisica in senso proprio, che va ben
al di là del contesto storico e soprattutto politico entro cui è nato. Non solo
la sua pubblicazione ha segnato una data capitale nella storia delle idee, ma
esso rappresenta anche, in Jünger, un tema di riflessione che per tutto il
corso della vita dell’autore non ha mai cessato di scorrere dentro la sua mente
come una vena nascosta. Nato il 29 marzo 1895 a Heidelberg Jünger compie i suoi
studi dapprima al liceo di Hannover e a Schwarzenberg, negli Erzgebirge, poi a
Braunschweig e di nuovo ad Hannover, oltre che alla Scharnhorst-Real-schule di
Wunstorf. Nel 1911 si iscrive alla sezione di Wunstorf del Wandervogel. Lo
stesso anno, pubblica la prima composizione poetica (Unser Leben) sul giornale
locale del Wandervogel. Nel 1913, all’età di diciotto anni, scappa dalla casa
paterna. Scopo della fuga: arruolarsi nella Legione Straniera, a Verdun! Alcuni
mesi dopo, quando ha già brevemente soggiornato ad Algeri e cominciato a
seguire corsi di istruzione a Si-di-bel-Abbès, il padre riesce a convincerlo a
rientrare in Germania. Riprende quindi gli studi al Gildemeister Institut di
Hannover, dove si familiarizza in particolare con l’opera di Nietzsche. La
prima Guerra mondiale scoppia il primo agosto 1914. Sin dal primo giorno,
Jünger si offre volontario. Assegnato al 73° reggimento fucilieri, riceve
l’ordine di marcia il 6 ottobre. Il 27 dicembre parte per il fronte della
Champagne. Combatte a Dorfes-les-Epargnes, a Douchym, Monchy. Caposezione nell’agosto 1915,
sottotenente nel novembre, segue a partire dall’aprile 1916 dei corsi a
Croisilles per diventare ufficiale. Due mesi più tardi prende parte ai
combattimenti sulla Somme, dove viene ferito due volte. Di ritorno al fronte,
in novembre, col grado di tenente, è nuovamente ferito vicino a
Saint-Pierre-Vaast. Il 16 dicembre riceve la Croce di ferro di prima classe.
Nel febbraio 1917 è Stosstruppführer, capo di un gruppo d’assalto. È il momento
in cui si è aperta la guerra di logoramento e le perdite umane raggiungono
un’ampiezza terrificante. Da parte francese fervono i preparativi per la
sanguinosa ed inutile offensiva di Nivelle sul Chemin des Dames. Alla testa dei
suoi uomini, Jünger si infiltra nelle trincee e moltiplica i colpi di mano. Scontri incessanti, Godesberg 1965; WALTER LAQUEUR, Die deutsche
Jugendbewegung. Eine historische Studie, Wissenschaft und Politik, Köln 1978;
OTTO NEULOH e WILHELM ZILIUS, Die Wandervögel. Eine empirisch-soziologische
Untersuchung der fröhen deutschen Jugendbewegung, Vandenhoeck und Ruprecht,
Göttingen 1982. Nuove
ferite: a luglio sul fronte delle Fiandre e ancora in dicembre. Jünger è
decorato con la croce di cavaliere dell’Ordine degli Hohenzollern. Durante
l’offensiva del marzo 1918 conduce di nuovo le sue truppe all’assalto. Viene
ferito. In agosto una nuova ferita, questa volta vicino a Cambrai. Finisce la
guerra in un ospedale militare, dopo essere stato ferito quattordici volte. Ciò
gli vale l’attribuzione della croce «Pour le mérite», la più elevata
distinzione dell’esercito tedesco. Solamente dodici ufficiali subalterni
dell’armata di terra, fra i quali il futuro maresciallo Rommel, riceveranno
questa decorazione durante l’intera prima Guerra mondiale. Fra il 1918 e il
1923 Jünger, di stanza in una caserma della Reichswehr a Hannover, comincia a
scrivere i primi libri, ispirati all’esperienza del fronte. Nelle tempeste
d’acciaio (In Stahlgewittern), pubblicato in una prima versione alla fine del
1919 a spese dell’autore, verrà riedito nel 1922 e conoscerà un immenso successo.
Lo seguiranno Der Kampf als inneres Erlebnis (1922), Das
Wäldchen 125 (1924), Feuer und Blut (1925). Ben presto, Jünger si impone come uno dei più
brillanti scrittori della sua generazione, anche se, come ha ricordato Henri
Plard (La carrière d’Ernst Jünger, 1920-1929), in «Etudes germaniques»,
aprile-giugno 1978), egli si è fatto in un primo momento conoscere soprattutto
in virtù dei suoi articoli sulla guerra moderna pubblicati sul
«Militär-Wochenblatt» e come specialista di problemi militari. Jünger non si
sente tuttavia a suo agio in un esercito in tempo di pace. E non è tentato
dall’avventura dei corpi franchi. Il 31 agosto 1923 si dimette dalla Reichswehr
e si iscrive all’università di Lipsia per studiare biologia, zoologia e
filosofia. Come professori avrà soprattutto Hans Driesch e Felix Krüger. Il 3
agosto 1925 sposa Gretha von Jeinsen, all’epoca diciannovenne, che gli darà due
figli: Ernst, nato nel 1926, e Alexander, nato nel 1934. Nel frattempo le sue
idee politiche vanno maturando sull’onda del ribollimento che agita tutti i
settori dell’opinione pubblica tedesca: lo sciagurato trattato di Versailles,
di cui la Repubblica di Weimar ha accettato senza batter ciglio ogni clausola,
viene ovunque sentito come un insopportabile Diktat. Nell’arco di pochi mesi
Jünger diverrà uno dei principali rappresentanti dell’ambiente
nazional-rivoluzionario, importante corrente della Rivoluzione Conservatrice,
le cui punte estreme verso “sinistra’’ sono i movimenti nazional-bolscevichi
raccoltisi soprattutto attorno a Niekisch. I suoi scritti politici si collocano
all’interno di quella fase centrale della Repubblica (l’«era Stresemann») che
si chiude nel 1929, periodo di provvisoria tregua e di apparente calma. «A quei
tempi si viveva soltanto per l’Idea», dirà in seguito (Diario, tomo II, 20
aprile 1943). In un primo tempo, le sue idee troveranno espressione in alcune
riviste. Nel settembre 1925, l’ex comandante di corpi franchi Helmut Franke,
che ha da poco pubblicato un saggio intitolato Staat im Staate (Stalhelm,
Berlin 1924), lancia la rivista «Die Standarte», che intende recare un
«contributo all’approfondimento spirituale del pensiero del fronte». Jünger ne
è condirettore in compagnia di un altro rappresentante del «nazionalismo dei
soldati», lo scrittore Franz Schauwecker, nato nel 1890. Edita inizialmente
come supplemento del settimanale «Der Stalhelm», organo dell’omonima
associazione di ex-combattenti diretto
da Wilhelm Kleinau, «Die Standarte» avrà una tiratura non trascurabile: circa
170.000 lettori. Fra il settembre del 1925 e il marzo del 1926, Jünger vi
pubblica diciannove articoli. Helmut Franke firma i suoi con lo pseudonimo
Gracchus. Tutta la giovane destra nazional-rivoluzionaria vi si esprime: Werner
Beumelburg, Franz Schauwecker, Hans Henning von Grote, Friedrich Wilhelm Heinz,
Goetz Otto Stoffregen ed altri ancora. Su «Die Standarte» Jünger adotta
immediatamente un tono molto radicale, ben diverso da quello di gran parte dei
membri dello Stalhelm. Già nell’ottobre del 1925 critica la tesi secondo cui la
rivoluzione di Novembre avrebbe costituito per l’esercito tedesco una
«pugnalata alle spalle» (Dolchstoss), tesi che all’epoca raccoglieva la quasi
unanimità dei consensi negli ambienti nazionalconservatori). E arriva al punto
di sottolineare che alcuni rivoluzionari di estrema sinistra sono stati
notevoli combattenti durante la guerra (Die Revolution, in «Die Standarte», 7,
18.10.1925). Sono opinioni che suscitano violente diatribe. Ben presto la
direzione dello Stahlhelm si secca e decide di prendere le distanze nei
confronti della giovane équipe che si agita al suo fianco. Nel marzo del 1926
«Die Standarte» 1933 Seldte fu nominato ministro del lavoro nel primo gabinetto
Hitler. Il regime nazionalsocialista procedette quindi all’integrazione forzata
dello Stahlhelm nel Nationalsozialistischer Deutscher Frontkämpferbund (NSDFB).
Theodor Duesterberg, dal 1924 vice di Seldte, che aveva immediatamente
abbandonato le sue funzioni, fu arrestato ed imprigionato nel giugno 1934. Nel
1935, la liquidazione dello Stalhelm era cosa fatta. Scompare, ma rinascerà già
il mese seguente, col titolo abbreviato di «Standarte» e con Jünger,
Schauwecker, Kleinau e Franke come coeditori. I legami con lo Stahlhelm non
sono ancora completamente interrotti: gli ex-combattenti continuando a
finanziare indirettamente «Standarte», che viene pubblicato dalla casa editrice
di Seldte, la Frundsberg Verlag. Jünger e i suoi amici riaffermano a chiare
lettere la loro vocazione rivoluzionaria. Il 3 giugno 1926, Jünger pubblica un
appello all’unione di tutti gli ex-soldati del fronte allo scopo di creare una
«repubblica nazionalista dei lavoratori», appello che non suscita ovviamente
alcuna eco. In agosto, su proposta di Otto Hörsing, cofondatore della
«Reichsbanner Schwarz-Rot Gold», la milizia di sicurezza dei partiti
socialdemocratico e repubblicano, il governo, prendendo a pretesto un articolo
su Rathenau uscito sullo «Standarte», decreta la messa al bando del giornale
per cinque mesi. Approfittando dell’occasione, Seldte solleva Helmut Franke
dalle sue responsabilità Per solidarietà con Franke, Jünger preferisce allora
lasciare il giornale e nel novembre diventa coeditore, assieme a Helmut Franke
e Wilhelm Wiss, di un’altra rivista, intitolata «Arminius» («Die Standarte»
continuerà ad uscire sino al 1929, sotto la direzione di Schauwecker e
Kleinau). Nel 1927, Jünger lascia Lipsia per installarsi a Berlino, ove stringe
strette relazioni con alcuni ex-appartenenti ai corpi franchi e con l’ambiente
della gioventù “leghista’’ (bündisch), che, oscillando tra la disciplina
militare e uno spirito di banda molto chiuso, tenta di conciliare l’avventuroso
romanticismo del Wandervogel con un’organizzazione di tipo più comunitario e
gerarchizzato. Jünger si lega più particolarmente a Werner Lass, nato a Berlino
nel 1902, che nel 1924 ha fondato, assieme all’ex-comandante di corpi franchi
Rossbach, la Schilljugend (movimento giovanile che nel nome perpetua il ricordo
del maggiore Schill, caduto nel corso della lotta di liberazione dall’occupazione
napoleonica). Nel 1927 Lass si stacca da Rossbach e dà vita alla Freischar
Schill, gruppo bündish del quale Jünger diviene rapidamente il mentore
(Schirmherr). Dall’ottobre 1927 al marzo 1928, Lass e Jünger uniscono gli
sforzi per pubblicare la rivista «Der Vormarsch», creata nel giugno 1927 da un
altro celebre comandante di corpi franchi, il capitano Ehrhardt. All’epoca,
Jünger ha già subito un certo numero di influenze letterarie e filosofiche.
Durante la guerra, l’esperienza del fronte gli ha consentito di scindere il
triplice ascendente di taluni scrittori francesi della fine del XIX secolo come
Huysmans e Leon Bloy, di un certo espressionismo che traspare ancora nettamente
in Der Kampf als inneres Erlebnis e soprattutto nella prima versione del Cuore
avventuroso, e di una sorta di dandysmo baudelairiano, di cui Sturm, opera
romanzesca giovanile tardivamente pubblicata, reca nettamente l’impronta. Armin
Mohler ha paragonato il giovane Jünger al Barrès del Roman de l’énergie
nationale: per l’autore de Il combattimento come esperienza interiore, come per
quello di Scènes et doctrines du nationalisme, il nazionalismo, surrogato
religioso e mezzo di espansione e rafforzamento dell’anima, è innanzitutto il
frutto di una scelta deliberata, e l’aspetto decisionistico di questo
comportamento deriva dallo sgretolamento delle norme conseguente alla prima
Guerra mondiale. L’influenza di Nietzsche e di Spengler è peraltro evidente.
Nel 1929, in un’intervista concessa ad un giornale inglese, Jünger si definirà
«discepolo di Nietzsche», sottolineando che costui è stato il primo a
respingere la finzione di un uomo universale astratto, a «lacerare» tale
finzione in due tipi concreti diametralmente opposti: il forte e il debole.
Nell’agosto 1922, legge appassionatamente il primo tomo de Il tramonto
dell’Occidente, e scrive Sturm nel dicembre dello stesso anno, mentre esce il
secondo tomo. Non è però, come vedremo, un discepolo passivo. Ed è ben lungi
dal seguire Nietzsche e Spengler nella totalità delle loro affermazioni. La
decadenza dell’Occidente non è a suo avviso una fatalità ineluttabile; esistono
alternative diverse da una semplice accettazione del regno dei «Cesari». E se
fa suo l’interrogarsi nietzscheano, è in primo luogo con l’intenzione di
mettervi un termine. L’esperienza più forte è comunque quella rappresentata
dalla guerra. Da essa Jünger ha in primo luogo tratto la lezione dell’agonalità
La guerra deve suscitare l’ardore ma non l’odio: il soldato della trincea di
fronte non è un’incarnazione del male ma semplicemente una raffigurazione
dell’avversità del momento. Poiché non esiste un nemico (Feind) assoluto, ma vi
è solamente un avversario (Gegner), «la battaglia è sempre qualcosa di santo».
Un’altra lezione è che la vita si nutre della morte e viceversa: «Il sapere più
prezioso acquisito alla scuola della guerra», scriverà Jünger, «è che la vita,
nel suo cuore più segreto, è indistruttibile» (in «Das Reich», I. 1, ottobre
1930, 3). Certo, la guerra è stata persa. Ma in virtù del principio di
equivalenza dei contrari, anche questa sconfitta impone un’analisi positiva. In
primo luogo, la sconfitta o la vittoria non è quel che più importa nella
guerra. Fondamentalmente attivistica, l’ideologia nazional-rivoluzionaria
professa un certo disprezzo degli scopi: chi vi si richiama, a ben guardare,
non si è battuto per vincere, si è battuto per fare la guerra. Del resto,
afferma Jünger, «la guerra non è tanto una guerra fra nazioni, quanto piuttosto
una guerra fra razze di uomini. In tutti i paesi che hanno partecipato alla
guerra ci sono sia vincitori che vinti» (Der Kampf als inneres Erlebnis). Anzi,
la sconfitta può trasformarsi in fermento di unavittoria. È addirittura la
condizione della vittoria. Ad epigrafe del suo libro Aufbruch der Nation
(Frundsberg, Berlin 1930), Franz Schauwecker ha posto questa frase
sconcertante: «Dovevamo perdere la guerra per vincere la nazione». Ricordando
forse le parole di Leon Bloy: «Tutto quel che accade è adorabile», Jünger
afferma a sua volta: «La Germania è stata vinta, ma la sua sconfitta è stata
salutare, perché ha contribuito a far scomparire la vecchia Germania [...]
Bisognava perdere la guerra per vincere la nazione». Sconfitta dalla coalizione
alleata, la Germania potrà ritornare a se stessa e trasformarsi in modo
rivoluzionario. La sconfitta deve essere accettata a fini di trasmutazione:
quasi alchemicamente, l’esperienza del fronte dev’essere «trasmutata» in una
nuova esperienza della vita della nazione. Questa è la base del «nazionalismo
soldatesco». Nella guerra, dice ancora Jünger, la gioventù tedesca ha acquisito
«la certezza che i vecchi sentieri non conducono più da nessuna parte, e che
bisogna aprirne di nuovi». Cesura irreversibile (Umbruch), la guerra ha abolito
tutti gli antichi valori. Tutti gli atteggiamenti reazionari, tutti i desideri
di tornare indietro sono diventati impossibili. L’energia che ieri veniva
impegnata in una difesa puntuale della patria, e per la patria, può adesso
servire la patria in un’altra forma. In altre parole, la guerra fornisce il
modello della pace. Ne L’Operaio si leggerà: «Il fronte della guerra e il
fronte del Lavoro sono identici». L’idea centrale è che la guerra, per quanto
superficialmente insignificante possa apparire, ha in realtà un senso profondo,
che non può essere colto da una ricerca razionale ma può solamente essere
sentito (ahnen). L’interpretazione positiva che Jünger dà della guerra non è,
contrariamente a quanto si è detto troppo spesso, essenzialmente legata
all’esaltazione dei “valori guerrieri’’. Essa discende da una preoccupazione
politica di ricerca di ciò per cui il sacrificio dei soldati morti non può
essere considerato “inutile’’. Dal 1926, Jünger fa continuamente appello alla
formazione di un fronte unito dei gruppi e dei movimenti nazionali. Nel
contempo, quel che cerca, e senza alcun successo di rilievo, è di spingerli a
trasformarsi. Anche il nazionalismo deve essere «trasmutato» alchemicamente.
Deve disfarsi di ogni attaccamento sentimentale alla vecchia destra e diventare
rivoluzionario. Deve prendere atto del tramonto del mondo borghese che traspare
dai romanzi di Thomas Mann (Die Buddenbrooks) o di Alfred Kubin (Die andere
Seite). In una simile prospettiva, l’essenziale è la lotta contro il
liberalismo. Su «Arminius» e «Der Vormarsch», Jünger se la prende con l’ordine
liberale simboleggiato dal Literat, l’intellettuale umanista sostenitore di una
società «anemica», l’internazionalista cinico nel quale Spengler vede il vero
autore della rivoluzione di Novembre, che pretende che i milioni di morti della
Grande Guerra siano caduti per niente. Ma nel contempo stigmatizza la
«tradizione borghese» alla quale si richiamano i nazionalconservatori e i
membri dello Stalhlem, «piccoli borghesi che, approfittando della guerra, si
sono infilati nella pelle del leone» («Der Vormarsch», dicembre 1927).
Instancabilmente se la prende con lo spirito guglielmino, con il culto del
passato, con il gusto dei pangermanisti per la «museologia». Nel marzo 1926
conia il termine «neonazionalismo», che contrappone al «nazionalismo dei patriarchi».
Difende la Germania, ma la nazione per lui è molto più di un paese. È un’idea:
la Germania è ovunque questa idea infiamma gli animi. Nell’aprile 1927, su
«Arminius», Jünger si dichiara implicitamente nominalista: dichiara di non
credere ad alcuna verità generale, ad alcuna morale universale, ad alcun
concetto dell’ “uomo’’ come essere collettivo che ha ovunque la stessa
coscienza e i medesimi diritti. «Noi crediamo», dice, «al valore del
particolare». In un’epoca in cui la destra tradizionale predica
l’individualismo contro il collettivismo, i gruppi völkisch si rinchiudono
nella tematica del ritorno alla terra e nella mistica della “natura’’, Jünger
esalta la tecnica e condanna l’individuo. Nata dalla razionalità borghese,
spiega su «Arminius», la tecnica onnipotente si rivolta adesso contro ciò che
l’ha generata. Più il mondo diventa tecnico, più l’individuo scompare; il
neonazionalismo deve essere il primo a trarne gli insegnamenti, e sarà nelle
grandi città che «ci si guadagnerà la nazione»; per i nazionalrivoluzionari,
«la città è un fronte» Attorno a Jünger si costituisce in breve tempo un
«gruppo di Berlino», all’interno del quale si ritrovano rappresentanti di
correnti diverse della Rivoluzione conservatrice: Franz Schauwecker e Helmut
Franke, lo scrittore Ernst von Salomon, il nietzscheano anticristiano Friedrich
Hielscher, editore di «Das Reich», i neoconservatori August Winnig (che Jünger
incontra per la prima volta nell’autunno del 1927 dietro presentazione del
filosofo Alfred Baeumler) e Albrecht Erich Günther, coeditore con Wilhelm
Stapel di «Deutsches Volkstum», i nazionalbolscevichi Ernst Niekisch e Karl O.
Paetel e, naturalmente, Friedrich Georg Jünger, fratello minore di Ernst, lui
pure teorico di fama. Friedrich Georg, il cui itinerario rivestirà una grande
importanza rispetto all’evoluzione di Ernst Jünger, è nato ad Hannover il primo
settembre del 1898. La sua carriera ha seguito dappresso quella del fratello
maggiore. Volontario anch’egli nella prima Guerra mondiale, partecipa nel 1916
ai combattimenti della Somme e diventa comandante di compagnia. Nel 1917,
gravemente ferito sul fronte delle Fiandre, passa varii mesi in ospedali
militari. Rientrato ad Hannover alla fine delle ostilità, dopo un breve periodo
come tenente della Reichswehr nel 1920 si dedica agli studi di diritto e
discute nel 1924 la tesi di dottorato. Dal 1926 scrive con regolarità articoli
sulle riviste alle quali collabora anche il fratello, «Die Standarte»,
«Arminius», «Der Vormarsch», ecc., e in quell’anno pubblica nella collana «Der
Aufmarsch», diretta da Ernst, un breve saggio intitolato Aufmarsch des
Nationalismus. Influenzato da Nietzsche, Sorel, Klages, Stefan George e Rilke,
che cita spesso nelle sue opere, si dedica in seguito all’attività di scrittore
e poeta. Il primo studio pubblicato su di lui (Franz Josef Schöningh, Friedrich
Georg Jünger und der preussische Stil, in «Hochland», febbraio 1935, 476477),
lo accosta allo «stile prussiano». Nell’aprile del 1928, Ernst Jünger affida al
suo successore, l’amico Friedrich Hielscher , la direzione di Hielscher
dirigerà «Der Vormarsch» per qualche mese; dopodiché il giornale, edito da
Fritz Söhlmann, passerà sotto il controllo del Jungdeutscher Orden (Jungdo) e
prenderà tutt’altro orientamento. Di Hielscher, al quale fu assai legato (e a
cui nei suoi taccuini affibbia il soprannome di «Bodo» o «Bogo»), Jünger un
giorno ha detto che presentava una curiosa «mistura di razionalismo e
ingenuità». Nato il 31 maggio 1902 a Guben, egli si arruola dopo la prima
Guerra mondiale nei corpi franchi, poi milita negli ambienti böndisch, in
particolare nella Freischar Schill di Werner Lass. Nel 1928 pubblica una tesi
di dottorato, Die Selbstherrlichkeit (Vormarsch, Berlin), nella quale tenta di
definire le basi di un diritto tedesco partendo da Nietzsche, Spengler e Max
Weber. Si appassiona inoltre, con l’amico Gerhard von Tevenar, al
«social-regionalismo europeo» e cerca di coordinare l’azione dei movimenti
regionalisti ed autonomisti per creare una «Europa delle patrie» di tipo federale.
Influenzato anche dal pensiero di Scoto Eriugena, Meister Eckart, Lutero,
Shakespeare e Goethe, scrive una «teologia politica dell’Impero» (Das Reich,
Das Reich, Berlin 1931) e fonda una piccola chiesa neopagana, cosa che lo
avvicina per qualche tempo alla tendenza völkisch. Sotto il Terzo Reich svolge
un ruolo direttivo nei servizi di ricerca della Ahnenerbe, pur tenendo legata a
sé una cerchia di studenti in stretto contatto con gli ambienti
dell’«emigrazione interna» vicini allo Stato Maggiore. Il regime hitleriano,
che gli rimprovera soprattutto il suo «filosemitismo» (cfr. Das Reich, cit.,
pag. 332), ne ordina l’arresto nel settembre 1944. Gettato in prigione,
Hielscher sfugge alla morte solo grazie ad un intervento di Wolfram Sievers.
Ritiratosi nella Foresta Nera, Hielscher ha pubblicato dopo la guerra
un’autobiografia (Fünfzig Jahre unter Deutschen, Rowohlt, Hamburg 1954), ma la
maggior parte dei suoi scritti (la «liturgia» della sua chiesa neopagana, una
versione poetica dell’epopea dei Nibelunghi, ecc.) rimangono inediti. Sul suo
ruolo nella resistenza contro Hitler, cfr. ROLF KLUTH, Die Widerstandgruppe
Hielscher, in «Puls» 7, dicembre 1980, 22-27. Considerato uno dei principali
rappresentanti, con Niekisch, del nazionalbolscevismo tedesco, Karl O. Paetel è
nato a Berlino il 23 novembre 1906. Bündisch, poi nazionalrivoluzionario,
aderisce nazionalbolscevismo verso il 1930. Dal 1928 al 1930 anima il mensile
«Das junge Volk». Fra il 1931 e il 1933 è editore della rivista «Die
sozialistische Nation». Incarcerato a più riprese dopo l’avvento al potere di
Hitler, riesce nel 1935 a raggiungere Praga e poi la Scandinavia. Nel 1939
viene privato della nazionalità tedesca e condannato a morte in contumacia.
Internato in campi di concentramento francesi fra il gennaio e il giugno del
1940, evade, raggiunge il Portogallo e alla fine si stabilisce a New York nel
gennaio del 1941. Negli Stati Uniti pubblica a partire dal 1946 il giornale
«Deutsche Blätter». Lo stesso anno, in collaborazione con CARL ZUCKMAYER e
DOROTHY THOMPSON, fa uscire una raccolta di documenti sull’«emigrazione
interna»: Deutsche innere Emigration. Dokumente und Beiträge.
Anti-nationalsozialistische Zeugnisse aus Deutschland, Friedrich Krause, New
York. Ha anche
dedicato vari saggi a Jünger: Ernst Jünger. Die
Wandlung eines deutschen Dichters und Patrioten, Friedrich Krause New York
1946; Ernst Jünger. Weg und Wirkung. Eine Einführung, Stuttgart 1949; Ernst
Jünger. Eine Bibliographie, Lutz und Meyer, Stuttgart 1953; Ernst Jünger in
Selbstzeugnissen und Bilddokumenten, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1962. Dopo
aver lanciato un nuovo giornale, Deutsche Gegenwart (1947-1948),
simultaneamente a «Die Kommenden», a «Die sozialistische Nation» e alle
«Antifaschistische Briefe». Ernst Jünger collabora anche alla rivista «Widerstand», fondata e
diretta da Niekisch a partire dal luglio del 1926. I due uomini si sono
conosciuti nell’autunno del 1927, e ben presto si è instaurata fra di loro una
vera amicizia. Jünger scriverà: «Volendo mettere il programma che Niekisch
sviluppò su «Widerstand» sotto forma di una alternativa secca, è qualcosa come:
contro il borghese, per l’Operaio, contro il mondo occidentale, per l’Est». Il
nazionalbolscevismo, all’epoca diviso in molteplici e variegate tendenze, si
rifà in effetti all’idea della lotta di classe partendo da una definizione
comunitaria, se non collettivista, dell’idea di nazione. «La
collettivizzazione», afferma Niekisch, «è la forma sociale che la volontà
organica deve assumere se vuole affermarsi di fronte agli effetti omicidi della
tecnica» (Menschenfressende Technik, in «Widerstand», 4, 1931). Secondo
Niekisch, il movimento nazionale e il movimento comunista hanno in fin dei
conti lo stesso avversario, come la lotta contro l’occupazione della Ruhr è parsa
dimostrare; ragion per cui due «nazioni proletarie» quali la Germania e la
Russia devono cercare di trovare un’intesa. «Il parlamentarismo democratico
liberale sfugge la decisione», dichiara ancora Niekisch. Non vuole battersi ma
discutere [...] Il comunismo, invece, cerca la decisione [...] Nella sua
rudezza, c’è qualcosa della durezza del campo; c’è in esso più durezza
prussiana di quanta non ne conosca o addirittura non ne senta un borghese
prussiano» (Entscheidung, Widerstand, Berlin 1930, pag. 134). Queste idee
toccano una frazione non trascurabile della corrente nazionalrivoluzionaria. Lo
stesso Jünger, come ha ben notato Louis Dupeux, è «affascinato dalla
problematica del bolscevismo» ma non è mai stato nazionalbolscevico in senso
proprio. Werner Lass e Jünger si ritirano nel luglio 1931 da «Die Kommenden».
Il primo lancia, nel mese di settembre, la rivista «Der Umsturz», della quale
fa l’organo della Freischar Schill, che sino a quando non scomparirà, nel
febbraio 1933, si richiamerà apertamente al nazionalbolscevismo. Il secondo è
invece in tutt’altra disposizione d’animo. Nell’arco di pochi anni, utilizzando
tutta una serie di riviste come altrettanti muri su cui incollare manifesti
(erano, dirà, degli omnibus «che si prendono a prestito e si abbandonano quando
si vuole»), ha percorso l’intero campo della sua evoluzione propriamente
politica. Le parole d’ordine che ha formulato non hanno avuto il successo che
sperava, i suoi appelli all’unione non sono stati ascoltati. Da qualche tempo,
Jünger si sente estraneo a tutte le correnti politiche. Non ha simpatia né per
il nazionalsocialismo in ascesa né per le tradizionali leghe nazionali. Tutti i
movimenti nazionali, spiega in un articolo delle «Süddeutsche Monatshefte»
(settembre 1930, 843-845), tradizionalisti, legittimisti, economicisti,
reazionari o nazionalsocialisti che siano, traggono ispirazione dal passato e,
da questo punto di vista, sono dei movimenti «liberali» e «borghesi». Presi fra
i neoconservatori e i nazionalbolscevichi, i gruppi nazionalrivoluzionari non
riescono ad imporsi. Nei fatti, Jünger non crede più alla possibilità di
un’azione collettiva. Come sottolineerà in seguito Niekisch nella sua
autobiografia (Erinnerungen eines deutschen Revolutionärs, Wissenschaft und
Politik, Köln 1974, vol. I, pag. 191), egli desidera prendere le distanze dall’attualità,
tracciarsi una via più personale e più interiore. «Jünger, questo perfetto
ufficiale prussiano che si sottomette alla disciplina più dura», scrive Marcel
Decombis, «non potrà mai più inserirsi in una collettività» (Ernst Jünger:
dall’«ideale nuovo» alla «mobilitazione totale», Edizioni del
Tridente/Akropolis, La Spezia 1981). Suo fratello, che già nel 1928 ha
abbandonato la carriera giuridica, evolve nel medesimo senso. Scrive di poesia
greca, di romanzi americani, di Kant, di Dostoevskij. I due fratelli
intraprendono una serie di viaggi: Sicilia (1929), Baleari (1931), Dalmazia
(1932), mare Egeo. Ernst e Friedrich Georg Jünger continuano, certo, a
pubblicare alcuni articoli, soprattutto su «Widerstand»; ma il periodo
propriamente giornalistico del loro impegno è al termine. Fra il 1929 e il
1932, Ernst Jünger concentra tutti i suoi sforzi su nuovi libri. Innanzitutto
la prima versione del Cuore avventuroso (Das abenteuerliche Herz, 1929), poi il
saggio su La mobilitazione totale (Die totale Mobilmachung, 1931) ed infine
L’Operaio (Der Arbeiter. Herrschaft und Gestalt), pubblicato nel 1932 ad
Amburgo dalla Hanseatische Verlagsanstalt di Benno Ziegler e riproposto prima
del 1945 in varie riedizioni successive.
II
La
prima parte de L’Operaio si articola attorno ad un concetto fondamentale, che
Jünger sceglie di esprimere con la parola Gestalt, letteralmente «forma», di
fatto «Figura». Non è un concetto facile da definire. Vi si deve vedere una
totalità, una globalità, ma anche un tipo significativo. Già nei suoi libri
sulla guerra, Jünger sottolineava una netta predilezione per l’enumerazione e
l’analisi dei «tipi». La Gestalt è stata anche oggetto di un accostamento
all’archetipo junghiano. Reagendo contro la ragione dissociante e il pensiero
analitico o intellettualista, Jünger precisa che la Figura possiede un senso in
quanto costituisce un insieme dotato di proprietà che non si ritrovano in
alcuna delle sue componenti. La Figura, dice, è «un insieme che racchiude più
della somma delle sue parti». Si nota subito l’analogia con il principio
«antiriduzionistico» sistematizzato dalla psicologia della forma (Wolfgang
Köhler). Ma in questo caso non ci troviamo di fronte ad una nozione psicologica.
La Gestalt jüngeriana è un «concetto organico» direttamente connesso al mondo e
alla vita. In quanto tale, si contrappone all’idea, al senso di perceptio della
rappresentazione di un soggetto. Il concetto di Figura, scriverà Jünger, «si
apparenta più alla monade di Leibniz che all’idea platonica, più alla Pianta
originaria di Goethe che alla Sintesi di Hegel» (lettera ad Henri Plard, 24
settembre 1978). La Figura è un tipo, ma anche, più ancora, una potenza
costruttrice di tipi, che incarna lo spirito dominante di una determinata
epoca, dando così al mondo il suo significato principale. La Figura è infatti
fonte di senso. «Con il termine Figura», scrive Jünger, «noi designiamo una
realtà superiore che conferisce un senso ai fenomeni». Questo problema del
senso è essenziale. Il senso, in questo contesto, è un relativo che ha valore
di assoluto. La Figura non conferisce un senso nell’accezione della causalità
classica, ma piuttosto a mo’ di impronta. Rimanda ad una umanità che, a sua
volta, è, in quanto subjectum, alla base di ogni ente. Se l’epoca ha un senso,
è perché è segnata come da un sigillo da una determinata Figura. Heidegger,
rivolgendosi a Jünger, dirà: «Anche la Figura resta per Lei ciò che è
accessibile soltanto in un vedere. Si tratta di quel “vedere’’ che, nei Greci,
si dice idein, parola che Platone impiega per uno sguardo che considera, non il
cangiante della percezione sensibile ma l’immutabile, l’essere, l’idea,
l’idea...». In quanto fonte di senso è fonte di ogni «donazione di senso», (dunque
di ogni giustificazione), la Figura è una «grandezza agente» di valore
metafisico. È una «potenza preformata». È quella potenzialità destinale che
accede all’altro solamente tramite la volontà dell’uomo che ne sente
l’«appello». Non dipende dall’uomo che la Figura sia qualcosa d’altro da ciò
che è «una Figura è, e non vi è evoluzione che possa aumentarla o diminuirla»,
ma dipende da lui che essa acceda pienamente al proprio status di esistenza,
che acquisisca pienamente la propria dimensione di profondità. La Figura può
essere compresa solo «dialetticamente», dati i molti aspetti differenti che
ingloba. Bisogna abituarsi a pensarla come qualcosa di immutabile e nel
contempo localizzato. Il suo rapporto con la storia è d’altronde complesso. La
Figura non è tanto il prodotto della storia, quanto piuttosto ciò che consente
alla storia di avvenire. Pur rimanendo immutabile, essa determina il movimento
della storia: «Una Figura storica è, in fondo, indipendente dal tempo e dalle
circostanze da cui sembra nascere [...] La storia non genera figure, anzi si
trasforma assieme alla Figura». La storia è dunque legata ad una metafisica
dell’essere. (Nel Trattato del Ribelle, Jünger dirà che la nostra epoca è
povera di grandi uomini, ma è ricca in figure). Possedendo l’individuo e
dissolvendolo in se stessa, la Figura «reca la propria scala dentro di sé». È
misura di sé. Dal punto di vista della filosofia della conoscenza, essa è
dunque naturalmente orientata verso una nuova determinazione del valore. Ma
tale valore, si vedrà, è legato alla metafisica della volontà di potenza e non
può essere apprezzato secondo il metro corrente. La Figura si colloca al di là
del bene e del male. Non solo non è soggetta alla morale, ma una morale può
essere elaborata solo a partire da essa. La Figura «non può essere giudicata in
base al triplice criterio della verità, della bellezza e della moralità: è anzi
essa a determinare le norme esteti che, scientifiche e morali» (Marcel
Decombis, op. cit.). Compito del teorico non è dunque emettere un qualsivoglia
giudizio, morale o d’altro genere, sulla Figura di un’epoca, ma piuttosto
cercare di identificarla, di riconoscerla intuitivamente. «L’essenziale non è
sapere se qualcosa sia buono o cattivo, bello o brutto, vero o falso, bensì
cercare a quale Figura esso appartenga». Non esistono un valore, una morale o
un ideale universali, ma figure storiche identificate e assunte «eroicamente».
La presa di coscienza della Figura è legata alla sua realizzazione. La sua
percezione, la sua identificazione totale è un «atto rivoluzionario che
restituisce alla vita tutta la sua pienezza e la riconosce come tale». Qual è
dunque la forma dominante del nostro tempo? È il Lavoro, risponde Jünger e di
conseguenza è nella Figura del Lavoratore che risiede il «tipo della
generazione nascente». Il Lavoro di cui parla Jünger non è né un’attività
incentrata sulla produzione economica, né una “legge dell’umanità’’. E non è
neppure il risultato di un “peccato originale’’, non rappresenta un’
“alienazione’’, non si riduce a un’attività professionale. Comprende piuttosto
ogni creazione che mira alla messa in forma del mondo, ogni affermazione di
potenza, ogni dispiegamento di energia. Il Lavoro è ciò attraverso cui il mondo
viene totalmente mobilitato. È «l’espressione di una particolare essenza, che
cerca di disporre del proprio spazio, dei propri tempi, delle proprie leggi».
Forma dominante della nostra epoca, esso rappresenta un principio privo di
contropartita negativa. Situandosi al di là dei contrarii, supera e risolve tutte
le contraddizioni. Oggi non può esistere nulla che non sia concepibile come
Lavoro: «il tempo del pugno, del pensiero e del cuore, la vita che scorre
giorno e notte, la scienza, l’amore, l’arte, la fede, il culto, la guerra,
tutto è Lavoro; ed è Lavoro anche la vibrazione degli atomi, e la forza che
muove le stelle e i sistemi solari». In questo senso, il Lavoro non è tanto
l’attività in sé quanto piuttosto la volontà che agisce all’interno di ogni
attività, volontà di volontà che, diventando Lavoro, passa dall’ambito
dell’elementare a quello della storia. Anche l’idea che la qualità essenziale
del Lavoratore sia di natura economica è secondo Jünger una «leggenda»,
prodotto tipico di un pensiero di origine borghese: definendo il Lavoratore
come agente economico, la borghesia non fa altro che esprimere la «dittatura»
del proprio modo di pensare. Jünger insiste di continuo sul fatto che il
Lavoratore non è una «Figura economica». «Con il termine Lavoratore», scrive,
«non bisogna intendere né uno stato nel senso antico né una classe nel senso
della dialettica rivoluzionaria del XIX secolo [...] Il Lavoratore non è il
rappresentante di una nuova classe, di una nuova società, di una nuova economia
perché non è niente se non è qualcosa di più di tutto ciò, ovvero il
rappresentante di una Figura particolare che agisce secondo leggi proprie,
seguendo una propria missione e possedendo una propria libertà». Così come il
Lavoro domina tutti gli ambiti sociali, il Lavoratore non si identifica con il
proletariato oppure, in questo caso, incarna un nuovo proletariato presente in
tutte le classi. Per definirlo, bisogna far ricorso a nozioni di tutt’altro
genere: una sostanza sotterranea dalle potenzialità nascoste, uno spirito nel
quale «il destino e la libertà si incontrano sul filo di un coltello», un modo
d’intendere il mondo freddo e nel contempo tragico, una «umanità nuova, uguale
in valore a tutti i grandi personaggi della storia». Lo Stato del Lavoratore
non ha dunque niente a che vedere con lo Stato dei lavoratori di cui parla
Marx. All’Arbeiterschaft, la «condizione operaia», Jünger contrappone
l’Arbeitertum, che è simultaneamente appartenenza e identificazione con
l’essenza del Lavoro, e comunità organica di tutti coloro che partecipano di
questa. Bisogna tuttavia diffidare di un’interpretazione strettamente
antimarxista del libro, contro la quale lo stesso Jünger ha messo in guardia: «
l’interpretazione antimarxista. Marx ha la sua collocazione nel sistema de
L’Operaio, ma non la occupa completamente. Si può dire la stessa cosa del suo
atteggiamento di fronte a Hegel. Presumo del resto che Hegel si sarebbe trovato
più a suo agio con il Lavoratore inteso come Figura che con la sua riduzione
alla dimensione economica, che ne rappresenta soltanto uno degli aspetti» (lettera
ad Henri Plard, cit.). Il marxismo, di cui Jünger su «Die Kommenden» (13, 28
marzo 1930) diceva che «è utile perché corrosivo», è incluso (e superato) ne
L’Operaio. Ciò che Jünger di fatto rifiuta è l’idea di una determinazione in
ultima istanza del divenire storico da parte dell’economia. Il Lavoro non
dipende dall’economia. Non è determinato dalla spesa, dal plusvalore o
dall’interesse commerciale; il profitto, anche se può esserne una delle
conseguenze, non può costituirne lo scopo. Marx considerava il lavoro
esclusivamente nella sua formulazione storica e sociologica. Jünger ne
percepisce la dimensione metafisica e gli assegna una portata che si estende
«dall’atomo alle galassie». Marx credeva che il lavoratore si sarebbe
trasformato in «artista». Jünger vede il modo in cui l’artista si trasforma in
Lavoratore. Il Lavoratore può certamente essere definito in termini economici,
ma questa definizione deve essere ricollocata nella dipendenza della potenza. È
infatti attraverso la potenza che si manifesta il Lavoratore: la
rappresentazione della Figura, scrive Jünger, è il dominio del Lavoratore in
quanto «nuova e particolare volontà di potenza». Questo dominio (Herrschaft) è
«oggi possibile solo come rappresentazione della Figura del Lavoratore». In altre
parole, la volontà di potenza si esprime tramite il Lavoro e in quanto Lavoro
all’opera in un mondo che esso «mobilita». La Figura, dirà ancora Jünger,
«rappresenta lo Spirito del Mondo di una determinata epoca, vale a dire lo
spirito dominante in generale, punto di vista dell’economia incluso. Il
problema fondamentale è la potenza; essa determina il resto. Lo si constata
perfettamente al giorno d’oggi: ovunque i partiti dei lavoratori sono al
potere, dalla Cina alla Germania dell’Est passando per la Russia, le questioni
di potenza prevalgono sulle questioni economiche. Se si fa notare a questi
Stati, e ai comunisti occidentali, che si allontanano da Marx, l’obiezione è
fondata, benché un po’ abusata. Dietro la rappresentazione dello Spirito del
mondo sta la materia, non l’idea pura. Sebbene Hegel lo affermi spesso e in
modo radicale, la teoria non determina la realtà, ma è al contrario la realtà a
generare le idee e a modificarsi da sola per proprio impulso. Anche la scoperta
tecnica, che in definitiva non è né accidentale né “inventata’’, ne subisce la
costrizione. Ecco una concezione della materia che rinvia ad uno stadio
anteriore a Platone è non è materialista, ma materiale» (lettera ad Henri
Plard, cit.). Nello stesso periodo dichiarerà: «L’elemento economico è per me
secondario. Chi ha il potere regna sull’economia, mentre quest’ultima non solo
non permette di accedere al potere ma ha un effetto debilitante ogni volta che
si esprime in politica» (intervista a Jean-Louis de Rambures, «Le Monde», 20 giugno
1978). Nella misura in cui si manifesta attraverso la potenza, la Figura del
Lavoratore è senz’altro una figura eroica. Ma è prima di tutto, come aveva già
fatto notare Albrecht Erich Günther («Deutsches Volkstum», gennaio 1933), una
figura metafisica. «La figura del Lavoratore», scrive Jünger, «è coricata ed
immobile nell’essere, in modo più profondo di tutti gli ordini e simboli
attraverso i quali essa si conferma, più profondamente delle costituzioni e
delle loro opere, degli uomini e delle loro comunità, che sono i tratti
cangianti di una Figura il cui carattere fondamentale persiste in modo
immodificabile». Ciò è percepibile già a livello di vocabolario: i termini
usati ne L’Operaio «non sono neppure onde, ma soltanto uno scintillio al di
sopra dell’insondabilità dell’essere». Il Lavoratore non è il Superuomo di
Nietzsche: rapportato alla Figura, quest’ultimo è oltrepassato, diventa
«paleontologico» (lettera a Walter Patt, 4 agosto 1980). Depositario
dell’elementare, il Lavoratore è di fatto un personaggio titanico: «È, nel mio
spirito, un personaggio metafisico, il primo dei titani a fare la sua comparsa
nel nostro tempo» (intervista con Jean-Louis de Rambures, cit.). La figura
antitetica a quella del Lavoratore non può ovviamente essere che quella del
Borghese. In Jünger, lo si è visto, l’antiliberalismo è prima di tutto un
antiborghesismo, le cui basi non sono soltanto politiche ma anche spirituali ed
etiche. Ai tempi di «Arminius» e di «Der Vormarsch», Jünger denunciava con
vigore la filosofia liberale, che concede solo diritti astratti ad individui
artificialmente considerati come esseri in sé, rimproverandole di essere
estranea allo spirito tedesco, e persino allo spirito tout court. È la
sincerità nella lotta contro il borghesismo, diceva, che consente di
riconoscere nel contempo il vero sentimento nazionale e l’autentico socialismo.
Ne Il lavoratore, questa critica viene ripresa, ma portata su un livello
assolutamente diverso. Come il Lavoratore, ovviamente, anche il Borghese non va
definito principalmente come il rappresentante di una classe sociale. È
piuttosto, anch’esso, un tipo portatore di un modo di vivere e di pensare, di
una scala di valori, di uno stato d’animo, che si riscontrano in tutte le
categorie sociali, comprese quelle del «proletariato», la cui unica ambizione è
accedere alla classe economica borghese. La critica che Jünger fa del Borghese
è quindi di tutt’altra natura rispetto a quella di Marx. Al Borghese, Jünger
nega ogni valore metafisico. Il Borghese, contrariamente al Lavoratore, ragiona
esclusivamente in maniera utilitaria. Vuole ricevere il più possibile dalla
vita e darle il meno possibile. Al di sopra di tutti i valori colloca la
sicurezza. Per secoli si è rinchiuso in castelli fortificati e grossi borghi.
Poi ha visto con assoluta naturalezza nelle grandi città dei «centri ideali di
sicurezza». Mosso dal timore e dall’invidia, alla ricerca del profitto e del
riposo, oggi continua a barricarsi contro la vita. È incapace, per il suo
livello dell’essere, di concepire un’azione storica, di realizzare azioni
energiche decisive. Si tiene sempre in disparte rispetto ai poteri di
quell’«elementare» da cui il Lavoratore trae la sua potenza. Considera tali
poteri, che siano quelli della guerra o dell’amore, della natura o della morte,
«irragionevoli» o «immorali». La società, per il Borghese, è il risultato di un
atto razionale volontario, di un contratto, che si fonda sul principio
rassicurante dell’eguaglianza di tutti. (Anche per questo, in caso di conflitto
internazionale, gli importa così tanto di sapere chi ha «torto» o «ragione»).
Insomma, Lavoratore e Borghese differiscono come l’alba e il crepuscolo.
L’avvento della Figura del Lavoratore è legato ad un nuovo stato della società,
al quale Jünger dà il nome di «mobilitazione totale». L’espressione è
ampiamente esplicitata in un saggio pubblicato con tale titolo, che costituisce
una sorta di prefazione a L’Operaio e nel contempo un approfondimento della
riflessione intrapresa sull’argomento-guerra nel periodo precedente. È infatti
l’evoluzione delle tecniche belliche a segnalare nel modo più caratteristico
l’ingresso nell’era della mobilitazione totale. Dall’epoca in cui Clausewitz
aveva, per primo, evocato l’idea di «guerra assoluta», le condizioni della
guerra hanno subìto una grande evoluzione. In Germania, agli inizi del secolo,
la fanteria è considerata l’arma principale: «Essa sola viene a capo
dell’ultima resistenza. Essa sopporta il fardello principale della battaglia e
compie i maggiori sacrifici. Anche per questo l’attende la gloria più elevata»
(regolamento della fanteria del 1906). Consacrando il declino della cavalleria
e la scomparsa del duello autonomo di artiglieria, la prima Guerra mondiale è
parsa confermare l’idea che la fanteria decide la sorte della battaglia, e che
tutte le altre armi debbono esserle considerate ausiliarie. Parallelamente, la
mitragliatrice è diventata l’arma offensiva e difensiva per eccellenza. Le
«sezioni d’assalto» o commandos d’intervento, ai quali apparteneva Jünger,
costituiscono all’epoca una categoria particolare della fanteria, addestrata
specialmente per l’azione offensiva nel contesto della guerra di posizione (che
fu la più grande innovazione storica del conflitto del 1914-1918). «Attacco
risoluto» e «tutto per tutto» erano le parole d’ordine di quei piccoli gruppi
d’intervento: «L’attacco consiste nel portare il fuoco nel campo del nemico, ed
eventualmente alla distanza più corta. Nell’assalto all’arma bianca si suggella
la vittoria». Infine si vedono apparire l’arma aerea (aviazione), i cannoni di
trincea e i gas. Soprattutto dal 1916 in poi, il «genio della guerra» e lo
«spirito di progresso» stabiliscono pertanto una stretta alleanza, che si
traduce nel primato sempre più marcato dell’elemento tecnico e nella messa in
moto di quantità di energia sempre più considerevoli. Questa evoluzione ha
fatto della prima Guerra mondiale una guerra incomparabile alle altre. Ha
segnato la fine della “cavalleria’’, la fine dell’era dei valori eroici
tradizionali. Nelle trincee, Jünger ha visto la battaglia classica evolvere in
Materialschlacht (Franz Schauwecker), in «combattimento di materiali». Ormai la
funzione delle truppe è relegata a quella di «materiale»; la guerra è
«totalmente impregnata dello spirito che crea le macchine». Nel contempo,
l’esaltazione guerriera si è trasformata in una routine simbolizzata dalla
posizione. «La trincea ha fatto della guerra un mestiere, dei guerrieri i
cottimisti della morte, levigati e rilevigati da una sanguinosa routine»,
scriveva già Jünger in Der Kampf als inneres Erlebnis. E nel Boschetto 125,
constatando l’importanza assunta dal «capo di truppe d’assalto istruito
tecnicamente, osservava: «I figli più duri della guerra, gli uomini che
marciano alla testa dei loro uomini, quelli che maneggiano i carri d’assalto,
l’aereo, il sottomarino, sono tutti dei sorprendenti tecnici; ed è da loro che
lo Stato moderno si fa rappresentare in battaglia». Per cui la domanda che si
impone è: in un contesto di questo genere, la morte del soldato conserva ancora
un significato? La risposta sta nella mobilitazione totale. Mentre la guerra
diventava un’impresa tecnica, le distinzioni tradizionali tra il combattente e
il non-combattente, il militare e il civile, la prima linea e la retroguardia
ed anche, in definitiva, tra stato di belligeranza e di non belligeranza, si
sono cancellate. Non c’è più né guerra né pace, ma una battaglia globale
permanente, che mobilita tutti gli uomini indistintamente. Questo processo di
mobilitazione, nato dalla tecnica, la supera. È spirituale e “ideologico’’.
Ovunque si manifesta una «disponibilità» alla mobilitazione, che tocca persino
i pacifisti. «Il versante tecnico della mobilitazione totale», scrive Jünger,
«non ne costituisce l’aspetto decisivo. Il suo principio, così come il presupposto
di ogni tecnica, è sepolto più in profondità: noi lo definiamo disponibilità ad
essere mobilitato». La capacità di mobilitazione si rivela sempre più come un
fattore-chiave del destino dei popoli. D’altro canto, la trasformazione della
guerra ha rapidamente comportato una trasformazione generale della società.
Mettendo fine al ruolo del combattente individuale, la guerra ha fatto dei
soldati un semplice tassello di un insieme, di una collettività globalmente
orientata verso il combattimento, e contemporaneamente ha svelato questo
combattimento in quanto aspetto del Lavoro. «L’immagine della guerra che la
rappresenta come un’azione armata», sottolinea Jünger, «si attenua sempre più a
profitto della rappresentazione assai più ampia che la concepisce come un gigantesco
processo di Lavoro [...]La mobilitazione totale cambia terreno, ma non senso,
quando invece degli eserciti mette in moto le masse ed innesca il processo di
una guerra civile». Tale «processo di lavoro» trasforma l’universo in
«paesaggio-cantiere», in una vera e propria «forgia di Vulcano». Il mondo è
ormai nel contempo mobile e mobilitato. Il significato, che il campo di
battaglia è parso dissolvere, in realtà è presente dappertutto in una
dimensione superiore. Il sacrificio degli uomini non è quindi assurdo: questo è
il senso della morte dei soldati. Se la Grande Guerra, per la «requisizione
radicale» di cui ha fornito l’occasione, deve essere vista come «un avvenimento
storico che oltrepassa in importanza la Rivoluzione francese», è perché ha fatto
nascere un uomo nuovo. La Grande Guerra ha prodotto il tipo dell’«uomo
martellato», e con esso ha fatto la sua comparsa un nuovo modo di agire. Con la
mobilitazione totale, le Figure del Lavoratore e del Soldato si sono fuse in
una sola: «Il fronte della Guerra e il fronte del Lavoro sono identici». Il
Soldato si è trasformato in Lavoratore, il Lavoratore è diventato Soldato. Per
essere più precisi, la Figura del Soldato, nata dal Lavoro (attraverso lo
sviluppo della tecnica), ha dato a sua volta forma a quella del Lavoratore, che
ne conserva i tratti essenziali ma ad essi conferisce una portata più generale.
Con la prima Guerra mondiale comincia anche il tempo del «noi» collettivo
(Wirzeit), in contrasto con quello dell’«io» individuale (Ichzeit). È chiaro
che, per Jünger, il tempo dell’individuo è finito. Egli enumera del resto le
caratteristiche sociali che agiscono come fattori di uniformità: il tramonto
del mondo rurale, lo sviluppo delle reti stradali automobilistiche, la comparsa
degli svaghi collettivi, l’evoluzione dei partiti, la perdita di terreno del
teatro dinnanzi al cinema, della scena dinnanzi alla tribuna, del ritratto
dinnanzi alla fotografia, la riapparizione della maschera a fini “utilitari’’,
l’importanza assunta dalla pianificazione nella vita delle nazioni,
l’allineamento del valore delle monete, l’uniformarsi della produzione, il
grande sviluppo della statistica e delle tipologie, la fissità «metallica»
(maschile) o «cosmetica» (femminile) dei volti, le restrizioni arrecate dall’automatizzazione
alle libertà individuali, la convergenza degli sforzi verso obiettivi economici
che vanno al di là del loro contesto, la collaborazione fra Stati Maggiori e
industria, e via dicendo. Ovunque «l’uniforme e il tipico si sostituiscono
all’unico e all’individuale». Tutti questi fatti, va sottolineato, riflettono
nella visuale di Jünger un’evoluzione positiva. Per celebrare la potenza e
l’importanza assunte dalle macchine, egli trova accenti che evocano a volte il
futurismo italiano. L’uniformità del mondo Più tardi, in Maschine und Eigentum
(Klostermann, Frankfurt am Main 1949), egli riprenderà, ma in un’altra
prospettiva, questa analisi del modo in cui la tecnica sfocia nella
mobilitazione totale. Nella misura in cui la «migliore tecnologia» significa
una maggiore probabilità di vittoria, dirà, tutti i conflitti vanno in
direzione della «perfezione tecnica». Viene assunta in questo contesto come
qualcosa di equivalente, in un certo senso, all’indossare l’uniforme
(militare). Jünger non vi scorge un segno di decadenza, ma al contrario una
promessa di futuro: la condizione necessaria dell’annientamento del tipo
dell’individualismo borghese. Il Lavoratore non deve quindi rallentare, bensì
accelerare questa uniformizzazione. Soltanto la morte dell’individuo consentirà
al Lavoratore di instaurare il suo regno. Solo la distruzione permette di
costruire, solo la decomposizione permette di ricomporre ad un livello più
elevato. L’individuo di cui Jünger proclama gioiosamente la scomparsa non è
però affatto identico alla persona individuale. Si tratta piuttosto
dell’individuo borghese (Individuum), nato dalla filosofia dell’Illuminismo,
separato dalla sua eredità, dalle sue origini e dalle sue appartenenze,
contrapposto all’individuo personale (der Einzelne), la cui identità rimane
chiaramente situata nel suo ambiente organico. Jünger definisce del resto
l’individuo «l’invenzione più affascinante della sentimentalità borghese».
Certo, è invalsa l’abitudine di considerare l’individuo alla stregua di un
atomo di umanità. Ma l’umanità come entità non esiste, così come non esistono
le piccole particelle che si suppone la compongano. L’individuo non è che una
componente della massa, che è il contrario del popolo: «L’individuo e la massa
sono una sola e medesima cosa». Va anche rimarcato che, parlando della
«scoperta del Lavoro» (il cui ger fra la prima Guerra mondiale e l’uscita de
L’Operaio (1930) e quella di Curzio Malaparte, dall’epoca del giornale «La
conquista dello Stato» e de La rivolta dei santi maledetti (1921) sino alla
Tecnica del colpo di Stato (1931). Questo parallelismo potrebbe proseguire con
da una parte Kaputt (1944) e dall’altra La pace e Heliopolis (1949). Su questo aspetto, cfr. ARTHUR R. EVANS JR., Assignment to Armageddon:
Ernst Jünger and Curzio Malaparte on the Russian Front, 1941-1943, in «Central
European History» XIV, 4, dicembre 1981, pagg. 295-321. «zoccolo», dice, già esiste),
Jünger la presenta come un «elemento di pienezza e di libertà». Questa libertà
non è ovviamente la libertà astratta richiamata dall’ideologia dei diritti
dell’uomo; né ha a che vedere con l’agiatezza prodotta dall’abbondanza
economica (che può essa pure rivelarsi mera alienazione). Come la Figura del
Lavoratore non deve conformarsi ad un modello morale, ma è la morale a doversi
costruire in funzione di tale Figura, così la libertà non può essere concepita
ed affermata se non all’interno di una adesione profonda a tutto ciò che è
specificato dalla Figura. («Non vi è uno scopo da raggiungere», rileva Marcel
Decombis, «ma un’intima spinta alla quale è necessario obbedire»). Quando lotta
per la libertà, il Lavoratore si batte innanzitutto per la possibilità stessa
del suo Lavoro. Libertà e Lavoro sono indissociabili. Jünger constata che
«l’uomo fornisce il massimo di energia ovunque si trovi al servizio di un
comando»: è quando gli si dà il mezzo di essere tirato «dall’alto» che dà il
meglio di sé. La libertà non può quindi risiedere in un affrancamento da ogni
costrizione; non può legittimare alcun desiderio di secessione. Consiste
viceversa in un’adesione volontaria ad una Figura attraverso la quale le
capacità di ciascuno possono pienamente esprimersi. La via della libertà si
inserisce in quella del servizio: «Si può avere la sensazione della libertà
soltanto se si partecipa ad una vita unificata e piena di senso». Essere liberi
consiste nel prendere parte, e di conseguenza «la volontà di libertà assume
l’aspetto di volontà del Lavoro». Si è liberi quando si è in grado di
dispiegare la massima energia; e per dispiegare la massima energia occorre
aderire alla Figura, che ne incarna l’essenza. Grazie a questa
libertà-partecipazione, il Lavoratore può realizzare la propria integrazione
nella struttura generale che ne realizza il tipo, integrazione che tocca tutti
gli aspetti del suo carattere e della sua personalità. L’uomo non deve più
essere considerato come un individuo in sé, ma come un’incarnazione della
Figura che gli conferisce la libertà. E inversamente, l’uomo è tanto più libero
in quanto partecipa a questa Figura. Nella società futura evocata da Jünger, il
posto di ciascuno non sarà determinato né dalla nascita, né dalla fortuna, né
dal rango, bensì dal grado di adeguamento alla Figura del Lavoratore. La
persona individuale sarà un Lavoratore o non sarà nulla. Come si vede, il
pensiero di Jünger, anche se parte dall’esperienza della guerra, supera
rapidamente questo contesto. Quando parla dell’avvento della «guerra di
materiali», Jünger non fa solo un’osservazione, tutto sommato banale,
sull’evoluzione delle tecniche di scontro militare. Ne trae l’idea che la
trasformazione “tecnica’’ della guerra ha prodotto una rottura che tocca ormai
l’intera società e l’intero pianeta. Questa rottura segna simultaneamente la
fine del regno dell’uomo sostenuto da una certa immagine degli dei e
l’irruzione titanica dell’elementare nella vita quotidiana. Le religioni
antiche dicono che all’origine delle attuali civiltà vi è stata una lotta degli
dei contro i titani. Per millenni, gli dei hanno tenuto i titani in soggezione.
Ma ci avviciniamo al crepuscolo degli dei, e i titani ritornano. Ovvero:
l’elementare ritorna attraverso il predominio di mezzi tecnici di un’estrema
potenza. In questo scatenamento dell’elementare, tutte le vecchie difese, tutte
le vecchie attitudini, tutte le vecchie dottrine diventano superate. Anche le
forme classiche dell’azione politica sono sorpassate. Dinanzi alla situazione,
la risposta non può che essere “vitalistica’’: così come la sconfitta militare
tedesca del 1918 poteva essere «trasmutata» in vittoria, la vita deve essere
«alchemicamente» intensificata: un’umanità nuova deve trasmutare tutte le forme
esistenti. Si instaurerà allora il regno del Lavoratore. Julius Evola ha
riassunto efficacemente la situazione scrivendo, a proposito de L’Operaio: «Il
merito di Jünger in questa prima fase del suo pensiero, è di avere riconosciuto
l’errore fatale di tutti coloro che pensano che tutto possa essere riordinato,
che questo nuovo mondo minaccioso, sempre avanzante, possa essere domato o
fermato sulla base della visione della vita e dei valori dell’era precedente,
ovvero della civiltà borghese» (Est et Ouest, Arché, Milano 1982, pag. 69). E
inun’altra occasione: «È come una forza non-umana svegliata e messa in moto
dall’uomo, alla quale il singolo come soldato non può sfuggire: deve misurarsi
con essa, farsi strumento della meccanicità e in pari tempo tenervi testa:
spiritualmente, oltre che fisicamente. Ciò è possibile solo rendendosi capace
di una nuova forma di esistenza, forgiandosi come un nuovo tipo umano che, proprio
in mezzo a situazioni distruttive per ogni altro, sappia cogliere un senso
assoluto del vivere [...]occorre che prenda forma un tipo umano nuovo, capace
di affrontare le distruzioni attivamente, cioè di esserne più il soggetto che
non l’oggetto, accettandole in quei loro aspetti da cui si può essere condotti
verso un superamento di tutto ciò che è semplicemente individuale, verso una
nuova impersonalità attiva, verso un “realismo eroico’’ per via del quale né
l’edonismo né lo stesso eudemonismo siano più i moventi essenziali
dell’esistenza. Questo realismo, questa impersonalità, differenzieranno
nuovamente la sostanza umana di là da tutte le antitesi e i problemi del mondo
borghese e dei prolungamenti crepuscolari di esso» (Il cammino del cinabro,
Scheiwiller, Milano 1972, pagg. 194-195). L’importante per l’uomo non è la
felicità. E non è neppure la ricchezza. Essendo allo stesso livello della
Figura, entrando in risonanza con essa, «l’uomo scopre la sua determinazione,
il suo destino, ed è questa scoperta a renderlo capace di sacrificio». Il
Lavoratore, scrive ancora Jünger, «non considera la legge marziale
un’eccezione, ne fa propria la disciplina; e questa risolutezza gli assicura
un’indisponibile superiorità». Jünger aggiunge che la Figura dell’Operaio «dev’essere
considerata, da un lato, per come si presenta a livello storico, come il milite
ignoto, e dall’altro per come si presenta oggi, come padrone del mondo, come un
tipo che possiede la perfezione della potenza sino ad oggi solo vagamente
intuita». Questa accettazione di una vita chiamata a divenire una «parabola
della Figura» corrisponde a quello che Jünger chiama il «realismo eroico». In
esso si può vedere un atteggiamento che consiste nell’accettare freddamente
tutto quello che viene, nello spingere tutti i processi è anche quelli negativi
è sino in fondo, sino al momento in cui essi si capovolgono. La «virtù» del
realismo eroico, dichiara Jünger, porta a trovare un modus vivendi con ogni
cosa, dimodoché «persino la prospettiva dell’annientamento totale e della
vanità dei propri sforzi non può far tremare». Il concetto-chiave, qui, è
quello di movimento. Il realismo eroico si fonda su una lucidità che, invece di
paralizzare l’atto, lo stimola. Viene da pensare alla formula nietzscheana
dell’amor fati e anche a quella di Evola, «cavalcare la tigre». Sia la messa in
forma dell’uomo che quella del mondo diventano allora possibili: «L’importante
non è che viviamo, ma che ridivenga possibile condurre sulla terra una vita in
grande stile secondo criteri elevati». Il compito del Lavoratore, come abbiamo
visto, consiste nel mettere forme nel caos generale del mondo. Il Lavoratore è
un demiurgo. D’altro canto, «ciò che viene» è per l’appunto il regno del
Lavoratore. L’opposizione tra Borghese e Lavoratore non appartiene solamente
all’ambito del concetto o della tipologia. Interviene anche un elemento
«cronologico» o storico. Per Jünger, l’avvento del Lavoratore è una fatalità
ineluttabile, un fatto acquisito che non deve suscitare né entusiasmo né
rimpianti: «È diventato inutile occuparsi di un rovesciamento dei valori. Basta
vedere il nuovo e prendervi parte». La sostituzione del Borghese con il
Lavoratore, non essendo in rapporto con la sostituzione di una classe ad
un’altra, non può essere comparato, ad esempio, con il modo in cui la borghesia
è succeduta all’antica aristocrazia. La cesura, il «rovesciamento», è più
profondo. La Figura, ricordiamolo, non è il prodotto della storia ma ciò che fa
sì che la storia possa accadere. «Solo con la comparsa [del Lavoratore],
afferma Jünger, diverranno realizzabili l’arte della politica e la sovranità in
grande stile, cioè su scala mondiale». Radicalmente rivoluzionario, nel senso
che chiude un’epoca nel mentre ne apre un’altra, il Lavoratore non deve quindi
esitare a ricorrere alla forza per completare la disintegrazione del mondo
borghese: «Sarà la forza a decidere dei problemi futuri. Il regno della forza
restituirà alla vita la sua semplicità sottraendola al dualismo che la
complicava e sopprimerà radicalmente le tensioni dialettiche che ci si
compiaceva di stabilire fra l’individuo e la società o fra la barbarie e la
civiltà». Mobilitare significa «esser pronto, render pronto», nel senso in cui
il soldato si «rende pronto» per la guerra. Ma significa anche rendere mobile,
mettere in movimento. Come farà dunque il Lavoratore a mobilitare il mondo e ad
affrontare i modi di esistere «antiquati»? Mobiliterà il mondo ricorrendo alla
tecnica, a quella tecnica che è di per sé la causa della «mobilitazione
totale». E attraverso questa utilizzazione, la tecnica riceverà di colpo tutto
il suo significato. Le conseguenze del macchinismo ossessionano, al tempo, gli
europei. Il film di Fritz Lang Metropolis (sceneggiato da Thea von Harbou) è
del 1926. Il libro di J.L. Duplan Sa Majesté la machine (Payot) è del 1931.
Orbene: secondo Jünger, solo il Lavoratore coltiva una relazione «reale» con la
tecnica; lui solo è capace di avere un rapporto autentico con il «carattere
totale del Lavoro», che è identico all’essere nel senso della volontà di
potenza. La tecnica non è solamente «il simbolo della Figura dell’Operaio»,
rappresenta altresì «la maniera (die Art und Weise) in cui questa Figura
mobilita il mondo». La vera ragion d’essere della tecnica non è nel fatto di
«accelerare il progresso», ma nell’intensificare la potenza: la tecnica
costituisce «lo strumento più potente e meno discutibile della rivoluzione
totale». D’altronde, non solo il “progresso’’ è una chimera, ma si sbaglierebbe
a credere che la tecnica sia destinata ad uno sviluppo infinito. Essa deve
stabilizzarsi attorno ad un «punto di perfezione», che segna la massima
estensione delle sue possibilità. Accade con la tecnica ciò che accade ad ogni
altra forma: raggiunge la sua «perfezione» quando si esprime totalmente («Non esiste
evoluzione che sia in grado di trarre dall’esistenza più di quanto essa
contenga»). Dell’idea di una «perfezione» tecnica, nel senso di «compimento»,
di «compiutezza» (Vollendung), che Friedrich Georg Jünger esplorerà in seguito
sul versante critico, Ernst Jünger sottolinea invece gli aspetti positivi. Un
giorno apparirà una tecnica «semplificata», che realizzerà la perfezione della
sua essenza. Essa sola consentirà al Lavoratore di instaurare il proprio
dominio sulla terra; ma, reciprocamente, solo l’instaurazione del regno del
Lavoratore potrà consentire alla tecnica di raggiungere la «perfezione».
Rifiutando il mito del progresso, Jünger se la prende con l’idea che la tecnica
sia neutra, che sia a disposizione di tutti o, viceversa, che sia intrinsecamente
liberatrice o intrinsecamente oppressiva. Ne sottolinea il carattere
mediatorio, rivelatore. Possono infatti far ricorso alla tecnica senza
diventarne schiavi solo coloro che dal loro adeguamento alla nuova forma di
vita che questa tecnica ha suscitato sono predisposti a trovare in essa il loro
mezzo di espressione e di azione specifico. È quindi solamente il Lavoratore a
poter far ricorso alla tecnica senza cadere sotto il suo giogo, mentre il
Borghese si condanna in anticipo o a spaventarsi della sua stessa audacia (mito
del Golem) o a meravigliarsi scioccamente dei «radiosi futuri» ai quali essa
dovrebbe in un qualche modo condurre passivamente. «Jünger paragona la tecnica
ad un linguaggio che tutti possono parlare», scrive Marcel Decombis, «ma che posseggono
solamente coloro di cui esso è il modo di espressione materno. Nata dal Lavoro,
del quale è risultato e nel contempo strumento, essa è estranea alla natura del
Borghese, mentre appartiene a quella del Lavoratore» (op. cit.).
L’assimilazione della tecnica ad un linguaggio è assolutamente appropriata. Il
Lavoratore fa ricorso ad un «nuovo linguaggio», un nuovo dire, provocato
dall’irruzione dell’elementare; viene messo a confronto con le potenze di vita
elementari in quanto è appunto consegnato alla totalità dell’ente. La tecnica
rappresenta la messa in forma di tali potenze; essa equivale alla «padronanza
del linguaggio che è valido nello spazio del Lavoro» (Jean-Pierre Faye).
Secernendo dalle proprie viscere il tipo d’uomo capace di dominarla, la tecnica
segna la fine dell’era dell’individuo. I due fenomeni procedono di pari passo:
l’uomo che resta «individuo» non può che essere schiavo della tecnica; per
diventare padrone della tecnica deve invece accedere al livello di
impersonalità attiva che corrisponde allo stadio del «realismo eroico». Il
regno del Lavoratore è il regno dell’uomo tecnicizzato dal Lavoro: contadino
operaio o prete che sia; ed è per questa via che la tecnica conduce «ad un
ordine ben definito, uniforme e necessario». Jünger risponde così alla
preoccupazione che già coltivava dieci o dodici anni prima. Feuer und Blut
(1926) chiedeva dubitativamente se l’uomo possa o no dominare la macchina e
realizzare le proprie volontà attraverso di essa, se possa «dirigere la sorte,
e non subirla». In Tempeste d’acciaio, il gruppo d’assalto rappresentava un
inizio di “risposta’’ alla sfida lanciata dalla «guerra di materiali». Ne
L’Operaio anche il Lavoro è un interrogativo, che ha in sé la soluzione. La
Figura del Lavoratore fa nascere una «élite tecnologica» che si situa nella
scia della Stosstrupp. In entrambi i casi, si tratta di accettare un processo
caratterizzato soprattutto dalla scomparsa dell’individuo, al fine di
assicurarsene più strettamente il controllo. L’avvento del regno del Lavoratore,
preludio alla formazione totale dello spazio del Lavoro, equivale all’irruzione
dell’elementare nello spazio borghese. Questo avvento deve consacrare il «conio
di una razza totalmente priva di equivoci», razza «prudente, forte, ebbra
d’energia», formata secondo il modello della «razza» dei soldati, e per la
quale Jünger respinge seccamente ogni interpretazione di ordine biologico. Si
completerà a quel punto il processo aperto dalla comparsa, dal disvelamento,
della Figura. Il Lavoro come modo di vivere si schiuderà diventando stile di
vita. L’arte diventerà la messa in forma (Gestaltung) del mondo del Lavoro. Il
Lavoratore porrà fine, in una volta sola, al regno borghese dell’individuo e al
regno della massa proletaria. Fondando il suo Stato, egli «spezzerà le catene
giuridiche» della società borghese, respingerà le «utopie concettuali» sia del
materialismo che dell’idealismo, e «farà del proprio essere la scala di
interpretazione del mondo». Il marxismo, preso sin dalle origini fra il fascino
per il modello borghese e il proclamato desiderio di combatterlo, scomparirà.
Lo stesso accadrà con le antiche religioni. «La tecnica», nota Jünger, «è [...]
come la distruttrice di ogni fede in genere, e di conseguenza anche come la
potenza anticristiana più decisiva che si sia mai mostrata a tutt’oggi». Ed
aggiunge: «Fra la Figura del Lavoratore e l’anima cristiana non può sussistere
alcun rapporto, né più né meno che fra quell’anima e le antiche immagini degli
dei». Rivelando che la tecnica non è neutra, Jünger mostra anche l’illusorietà
della stessa idea di neutralità. O, per meglio dire, legittima la soppressione
della neutralità in ogni ambito, e in particolare in quello del politico,
annunciando la fine di quello «Stato (pretesamente) neutro» che è lo Stato liberale
borghese. Per contrasto de con «volontà di formare una razza nuova» (Wille zur
Rassenbildung), compito essenzialmente storico, completamente rivolto verso il
futuro. Lo «Stato totale» non è lo Stato totalitario (e non corrisponde
all’idea marxista di statalizzazione), ed è significativo che i teorici
nazionalsocialisti se la siano violentemente presa con questa formula, alla
quale contrapponevano quella di «partito totale». In Italia, Julius Evola ha
efficacemente mostrato l’abisso esistente fra lo Stato totale e lo Stato
totalitario. Con le democrazie parlamentari e le democrazie socialiste, Jünger
dà il nome di «democrazia di Stato» alla società destinata a raffigurare lo
spazio totale del Lavoro, società di forma «piramidale», fondata su principi
«prussiani» di comando, ma in cui «il capo si distingue solo perché è il primo
servitore, il primo soldato, il primo lavoratore». (Il che risolve il problema
del dispotismo: «Il Lavoratore non conosce la dittatura, perché‚ per lui la
libertà e l’obbedienza sono una cosa sola»). Uno schema tripartito ne definisce
la struttura generale. Jünger distingue un primo livello, soggetto
all’esercizio della funzione economica e che, per la sua omogeneità, realizza
passivamente l’immagine della Figura; un secondo livello, in cui s’incarna il
tipo attivo, più specificamente delegato all’addestramento e all’inquadramento,
ed infine un terzo livello, sovrano, la cui «azione esprime direttamente il
carattere totale del Lavoro» e la cui autorità «di stile imperiale» realizza la
Figura «allo stato puro». Va notato che questa tripartizione sembra essere un
adattamento di uno schema molto antico, al quale corrispondevano, in una certa
misura, i tre «stati» (Stände) della tradizione politica tedesca. Ne La
mobilitazione totale, la prospettiva aperta da Jünger rimaneva ancora
essenzialmente nazionale: soltanto il popolo tedesco era giudicato capace di
affrontare se stesso, di molitarsi in quanto Tedesco. Il saggio si concludeva
del resto su queste righe rivelatrici: «Ad un livello più profondo di quanto
non lo siano i campi in cui si applica la dialettica delle finalità della
guerra, un ciclo. Il secondo è un’entità rigida, pietrificata, meccanizzata;
segna la fine di un ciclo. Mentre lo Stato totale non presenta alcuna dissociazione
fra le sue parti, lo Stato totalitario manifesta simultaneamente una tendenza
all’atomizzazione e al livellamento; i rapporti sociali vi rivestono un
carattere meccanico o burocratico; è l’estremo irrigidimento di uno Stato già
morto, che spera in tal modo di impedire la propria decomposizione. Il Tedesco
ha incontrato una forza più potente: se stesso. Così questa guerra è stata per
lui anche e soprattutto l’occasione di realizzarsi. Per questo motivo la nuova
organizzazione che da tempo già ci comanda deve essere una mobilitazione di ciò
che è tedesco e di nient’altro». Ne L’Operaio, invece, Jünger abbandona ogni
visione nazionalistica classica, e si colloca immediatamente in una prospettiva
universale. In un primo momento, dice, le nazioni diverranno «spazi
pianificati»; dopodiché l’avvento del dominio planetario della Figura
realizzerà il superamento di «tutti i processi di Lavoro guerrieri e pacifici».
Al termine di una lotta «alla vita e alla morte», l’instaurazione generalizzata
dell’Arbeitertum metterà fine al «nichilismo occidentale» generato dal regno
del Borghese. La «sovranità in grande stile», come si è detto, non può infatti
esercitarsi se non «su scala mondiale». Questo orientamento è importante per
capire i punti di vista che Jünger esprimerà in seguito sullo «Stato
universale». L’uomo, come aveva intuito Nietzsche, è giunto al momento storico
in cui non ha altra scelta se non quella di rinunciare alla propria umanità o
di prendere in mano il «dominio della terra».
III
Nel
suo libro sul nazionalbolscevismo, Louis Dupeux ricorda, non a torto, il
«disagio» che circondò in Germania la pubblicazione de L’Operaio. «Né i
nazionalsocialisti né i loro avversari poterono sfruttarlo», dirà Jünger
(lettera ad Henri Plard, cit.). L’opera, bisogna riconoscerlo, non
assomigliava, all’epoca, a nessuna di quelle già note. Nel momento
dell’irresistibile ascesa del nazionalsocialismo, ignorava il razzismo e
l’antisemitismo. In un’epoca in cui i movimenti dell’area “nazionale” tessevano
l’apologia del mondo rurale e delle differenze individuali, reclamava la
soppressione dell’individuo ed esaltava senza ritegno l’onnipotenza della
tecnica. In quel quadro di lotte politiche esacerbate, prendeva radicalmente le
distanze nei confronti di ogni forma di politica esistente e si collocava
deliberatamente nella prospettiva di una scomparsa del contesto nazionale,
ipotesi assolutamente inimmaginabile per i commentatori contemporanei. Infine,
si situava in una certa misura sul terreno del marxismo, ma solo per oltrepassarne
immediatamente tutti i termini. All’infuori dell’influenza di Nietzsche,
L’Operaio non recava in apparenza il segno di alcuna idea esteriore facilmente
riconoscibile. Chi ricordava il polemista di talento di «Die Standarte» o di
«Arminius» fu nella maggior parte dei casi deluso. Gli altri non si
interessarono affatto al libro, e questa fu senza dubbio la ragione per cui la
sua pubblicazione, in definitiva, non sollevò sommovimenti decisivi. «Alla fine
de L’Operaio, osserverà ancora Jünger, «si dice che questa Figura non è
circoscritta ad un piano nazionale o sociale, ma ha un carattere planetario.
“La tecnica è l’uniforme del Lavoratore”. La cosa venne notata senza
divertimento sia a destra che a sinistra» (lettera ad Henri Plard, cit.). Con
la notevole eccezione dell’ex-poeta espressionista Gottfried Benn, che vide in
esso un saggio fondamentale per la comprensione del mondo contemporaneo,
L’Operaio fu piuttosto mal accolto nei settori di “destra” della Rivoluzione
Conservatrice. Hermann Sinsheimer, nel «Berliner Tageblatt» (4 ottobre 1932),
descrive il Lavoratore come un «fantasma». Hans Bogner, vicino a Wilhelm
Stapel, accusa Jünger di «bolscevismo» («Die Neue Literatur», novembre 1932).
Tale è anche l’opinione di Max Hildebert Boehm, uno dei principali membri del
circolo di Moeller van den Bruck, che attaccò violentemente Jünger in un
pamphlet del 1933, Der Bürger im Kreuzfeuer, dichiarando in particolare che
L’Operaio costituiva «il programma di una sorta di bolscevismo». Il libro di
Jünger sarà peraltro oggetto di commenti piuttosto ostili non solo da parte dei
rappresentanti della tendenza völkisch, sconcertati nel veder considerare tutte
le forme di neoromanticismo e di radicamento rurale alla stregua di
affermazioni dei «valori borghesi», ma anche di uomini come Hermann Rauschning
o Oswald Spengler. Benché meno sommaria, e soprattutto meno caricaturale,
l’analisi de L’Operaio condotta in seguito da Julius Evola in Italia si
ricollega in una certa misura al punto di vista del neoconservatorismo tedesco.
Evola, che in un primo tempo aveva pensato di pubblicare una traduzione
italiana del libro di Jünger, gli ha alla fine dedicato un saggio, intitolato
L’«Operaio» nel pensiero di Ernst Jünger (Armando Armando, Roma 1960; seconda
edizione riveduta, Giovanni Volpe, Roma 1974). Vi fa inoltre cenno ne Gli
uomini e le rovine (terza edizione riveduta, Giovanni Volpe, Roma 1972) e ne Il
cammino del cinabro. Evola critica essenzialmente il concetto di Lavoro (che
assume in un significato sensibilmente più ristretto di quello in realtà
adottato da Jünger). Tale concetto, afferma l’autore di Rivolta contro il mondo
moderno, non sfugge alla «demonia dell’economia», sia che nel Lavoro si veda
una fine in sé, una via di redenzione o di giustificazione, sia che si parteggi
per un «umanesimo del lavoro», sia anche che ci si accontenti di associare il
Lavoro «al mito dell’attivismo produttivo parossistico». La «superstizione
moderna del lavoro», che si manifesta tanto a destra quanto a sinistra, deve
essere ovunque denunciata. «Una delle caratteristiche dell’èra economica
secondo i suoi aspetti più squallidi e plebei», scrive Evola, «è appunto questa
specie di autosadismo, che consiste nel glorificare il lavoro come valore etico
e dovere essenziale, e nel concepire sotto specie di lavoro qualsiasi forma di
attività». È d’altronde paradossale ricercare un valore etico nel lavoro in
un’epoca in cui la tecnica tende a sopprimere tutto ciò che ancora poteva
esservi, nel lavoro, di autentica qualità. Secondo Evola, «la parola “lavoro”
ha sempre designato le forme più basse dell’attività umana, quelle appunto che
sono condizionate più univocamente dal fattore economico. «Tutto quanto non si
riduce a simili forme, è illegittimo chiamarlo lavoro; la parola da usare è
invece azione: azione, e non lavoro, è quella del capo, dell’esploratore,
dell’asceta, dello scienziato puro, del guerriero, dell’artista, del
diplomatico, del teologo, di chi pone una legge o di chi la infrange, di chi è
spinto da una passione elementare o guidato da un principio, del grande
imprenditore e del grande organizzatore» (Gli uomini e le rovine, cit., pagg.
100-101). In questa prospettiva, anche la scelta del termine Arbeiter da parte
di Jünger diventa un «indice sospetto», poiché «tale concetto [...] appartiene
sostanzialmente al mondo del Quarto Stato, dell’ultima casta» (Il cammino del
cinabro, cit., pag. 197). Jünger resterebbe così prigioniero della «mentalità
proletaria»: «lo spirito proletario, la qualità spiritualmente proletaria,
sussiste quando non si sa concepire un tipo umano più alto di quello del
“lavoratore”, quando si fantastica sulla “eticità del lavoro”, quando si
inneggia alla “società” o “Stato del lavoro”, quando non si abbia il coraggio
di schierarsi decisamente contro tutti questi nuovi miti contaminatori»; «il
compito è anzitutto sproletarizzare la visione della vita, compito non
assolvendo il quale tutto resta obliquo e vincolato» (Gli uomini e le rovine,
cit., pag. 102). Inoltre, ad avviso di Evola, che si richiama prima di tutto ad
una tradizione spirituale, l’opzione metafisica de L’Operaio è
insufficientemente marcata. Il dominio della tecnica, se intende uscire dal
livello dell’elementare, deve essere elaborato nettamente al di sopra dei
valori attuali, nell’ambito della pura trascendenza. La Figura dell’Operaio
rimane, da questo punto di vista, equivoca: «con esso si potrebbe anche restare
nel circolo chiuso di un attivismo e di una formazione interiore da cui esula
la dimensione della trascendenza, quindi ogni elemento trasfigurante e capace
di generare e legittimare nuove vere gerarchie» (Il cammino del cinabro, cit.,
pag. 196. L’accusa di «bolscevismo» rivolta a Jünger da taluni neoconservatori
sembra a prima vista giustificata dal fatto che i nazionalbolscevichi furono
pressoché gli unici a salutare con soddisfazione la pubblicazione de L’Operaio.
In particolare Niekisch, che aveva già preso visione del manoscritto prima
della pubblicazione, fece uscire su «Widerstand» nell’autunno del 1932 una
recensione assai elogiativa (Zu Ernst Jüngers neuem Buche), nella quale
affermava che «le tesi jüngeriane presentano una inquietante somiglianza con i
fondamenti della dottrina marxista». Una similitudine però solo apparente,
aggiungeva. Jünger infatti supera la «risposta sentimentale» data dal marxismo
e «mostra in maniera magistrale come, sul piano fondamentale, si possa
eliminare, liquidare, lo spirito borghese». E Niekisch conclude: Jünger «non è
un bolscevico, ma testimonia suo malgrado quanto la Russia bolscevica sia in
accordo con la tendenza dominante nel mondo». Questa opinione, che non era
fatta per migliorare l’immagine di Jünger negli ambienti “borghesi”, è
piuttosto discutibile, e deve essere ricollocata nel quadro della problematica
più generale del movimento nazionalbolscevico tedesco. All’interno di tale
movimento essa non riscosse del resto l’unanimità dei consensi: la prospettiva
«planetaria» di Jünger venne messa in discussione da taluni
nazionalbolscevichi, così come il carattere piuttosto vago delle sue posizioni
su questioni come l’«alleanza russa», il concetto di proprietà e via dicendo. I
sostenitori del marxismo ortodosso, d’altronde, non sono caduti in errore.
Eccezion fatta per il leader comunista Karl Radek, che ebbe l’intelligenza di
scrivere: «portare un Ernst Jünger nella KPD sarebbe più importante che
raccogliere i voti di tutti i nuovi elettori», la loro ostilità alle tesi
contenute ne L’Operaio non si è mai smentita da mezzo secolo a questa parte. A
loro avviso, Jünger si è semplicemente accontentato di battezzare «lavoratori»
gli «attivisti della classe dominante» (Wittfogel). Per György Lukács, che
classifica Jünger fra i responsabili della «distruzione della ragione» (Die
Zerstörung der Vernunft, Hermann Luchterhand, Neuwied-Berlin 1962, tr. it. La
distruzione della ragione, Einaudi, Torino 1959), la Figura dell’Operaio non è
altro che una mistificazione dell’«imperialismo prussiano», nella misura in cui
è priva di qualsiasi riferimento alla lotta di classe. Questa tesi, di cui
Jean-Michel Palmier è arrivato a dire che «impedisce ogni accesso autentico
all’opera di Jünger», è stata ripresa fra gli altri da Jean-Pierre Faye, la cui
ostilità nei confronti di Jünger si spiega apparentemente con il fatto che il
pensiero di questi è concepito «espressamente in termini destinati ad annullare
quelli di una storia pensata nel linguaggio di Marx» (L’archipel total, in Lion
Murard e Patrick Zylberman (a cura di), Le soldat du travail, cit., pag. 17).
La ritroviamo inoltre in Unione Sovietica, nel libro di Stépan Odouev, Par les
sentiers de Zarathoustra. Influence de la pensée de
Nietzsche sur la philosophie bourgeoise allemande (Progrès, Moskva 1980, pagg.
208-242).
Secondo
Odouev, la cui opera è redatta dall’inizio alla fine nell’inimitabile lingua
burocratica del marxismo-leninismo ortodosso, l’opera di Jünger, ispirata da
Nietzsche, discende da una «mitologizzazione della realtà» e da un «macabro
romanticismo avventurista». Il mito dell’Operaio mira surrettiziamente a
«superare attraverso una sintesi la contrapposizione inconciliabile tra la
borghesia e il proletariato», e rappresenta uno strumento del «fascismo» per
«conquistare le masse attraverso la demagogia», nella prospettiva della
«realizzazione dei suoi piani sanguinari». Tacciato di «bolscevismo» ma
respinto dai marxisti, che lo considerano invece «fascista», L’Operaio si
scontra con un’ostilità ancora più viva da parte dei nazionalsocialisti, che
reagiscono con grande vigore all’uscita del libro. Il 20 ottobre 1932, il
«Völkischer Beobachter» pubblica, a firma Thilo von Trotha, una recensione in
cui il Lavoratore viene descritto come «una mostruosità astratta, un
uomo-luna». Jünger si vede rimproverare il reciso rifiuto di tutta la
«problematica Blu-Bo» (Blut und Boden, «sangue e suolo»). Dell’autore de
L’Operaio, von Trotha arriva al punto di scrivere che si avvicina ormai «alla
zona delle pallottole in testa» (in die Zone der Kopfschüsse). È un fatto che
il nazionalsocialismo è un movimento «al quale Jünger rimarrà sempre estraneo
ed apertamente ostile» (Jean-Michel Palmier). Già nel 1925 Jünger critica la
NSDAP, che solo allora comincia a riprendere slancio due anni dopo il putsch.
Nel gennaio 1927, prendendo la parola ad un’assemblea del Tannenbergbund,
sottolinea di nuovo nettamente la differenza esistente fra nazionalsocialismo e
neonazionalismo. Lo stesso anno, Hitler, che ammira il suo talento di scrittore
del fronte, gli propone di presentarsi alle elezioni legislative per cercare di
conquistare sotto l’etichetta del suo partito un mandato di deputato al Reichstag.
Jünger gli risponde: «Considero più meritorio scrivere un unico buon verso che
rappresentare sessantamila cretini» (Trottel! Due anni dopo, Jünger, che
sostiene con tutte le sue forze il movimento di rivolta contadino dello
Schleswig-Holstein (Landbewegung), si indigna nel vedere la NSDAP proporre un
premio per la cattura dei «bombaroli» del movimento, con un atteggiamento,
dettato da una pregiudiziale legalitaria, che all’epoca coincide con quello dei
comunisti. In un articolo che fa scalpore, Jünger vede in ciò la prova del
carattere fondamentalmente «borghese» di quei due partiti che si pretendono
rivoluzionari ma in realtà non sono capaci di capire la gravità dei problemi
che il movimento contadino si trova in quel frangente a dover fronteggiare («Nationalismus»
und das Nationalismus, in «Das Tagebuch», 21 settembre 1929). Nello stesso
periodo, Jünger critica senza mezze misure il razzismo e l’antisemitismo dei
nazisti (cfr. Reinheit der Mittel, in «Widerstand», 10, ottobre 1929), cosa che
gli vale un violento attacco da parte del giornale di Goebbels, «Der Angriff».
Ne L’Operaio, Jünger associa nettamente il nazionalsocialismo a quello che
chiama «pensiero museologico». Come molti altri esponenti della Rivoluzione
Conservatrice, condanna lo «stile plebeo» del movimento hitleriano, la sua
adulazione delle masse, il suo ricorso all’«opportunismo elettorale» e al
«parlamentarismo democratico», il suo misticismo völkisch, il suo «biologismo»
sommario, l’assenza al suo interno di una vera ideologia, persino l’antistatalismo
e il pangermanesimo. È una critica nel contempo conservatrice e rivoluzionaria.
Ad avviso di Jünger, una politica storica su scala mondiale è per natura
incompatibile con posizioni razziste. «È poi assurdo il progetto, perseguito da
Hitler, di voler coniugare insieme la politica dell’egemonia mondiale e quella
razzista», scriverà. «Sui problemi razziali le opinioni possono essere
differenti; tuttavia non si può mescolare il razzismo con il suo contrario. Il
modo in cui Hitler si lasciò guidare dal razzismo non costituì soltanto il
motivo principale del fallimento dei suoi piani, ma fu fin dall’inizio il segno
più sicuro che in lui mancava una sostanza imperiale» (Ernst Jünger - Carl
Schmitt, Il nodo di Gordio, Il Mulino, Bologna 1987, pag. 121). Jünger è
peraltro assolutamente estraneo alla mistica del “grande uomo”. Crede che
l’epoca abbia bisogno non di un Führer carismatico bensì di un tipo d’uomo
collettivo nuovo» 29. Nel 1953, Evola esprimerà un parere affine, scrivendo ne
Gli uomini e le rovine che tutto ciò che rassomiglia alla tirannde, al
dispotismo, al bonapartismo, alla dittatura dei tribuni del popolo, non è altro
che una degenerazione o un’inversione di un sistema fondato sul principio di
autorità. L’atteggiamento di Jünger di fronte della rivoluzione
nazionalsocialista del 1933 è stato talvolta paragonato a quello di Joseph de
Maistre nei confronti della Rivoluzione francese del 1789 o di Aleksander
Solzenicyn al cospetto della rivoluzione russa del 1917. Questo parallelismo
accomuna in effetti tre autori “conservatori”, il cui conservatorismo è però in
realtà di natura molto diversa. Mentre Joseph de Maistre e Solzenicyn possono
essere considerati nettamente “controrivoluzionari”, Jünger si offre negli anni
Trenta prima di tutto come sostenitore di un’altra rivoluzione, e, se considera
il nazionalsocialismo la «soluzione ametafisica» per eccellenza, ciò che
rimprovera a Hitler è di essere non tanto un “rivoluzionario” quanto un
“piccolo borghese” senz’anima che ha instradato la rivoluzione tedesca verso un
esito totalitario senza uscita. Quando Hitler giunge al potere, nel gennaio
1933, la posizione di Jünger è dunque priva di ambiguità. Lasciando Berlino per
stabilirsi a Goslar, entra nell’“emigrazione interna” e si tiene ormai in disparte
rispetto ad ogni forma di azione politica. Gli capita tuttavia, come succede a
Carl Schmitt, di recarsi ostentatamente ai ricevimenti dell’ambasciata
sovietica. Nel corso del 1933, invitato a far parte della Deutsche Akademie der
Dichtung, che il nuovo regime ha appena creato, rifiuta seccamente. Goebbels
ordina alla stampa di passare il rifiuto sotto silenzio. Poco tempo dopo,
l’appartamento di Jünger viene perquisito. Si rimproverano allo scrittore i
rapporti con Niekisch, ma non si trova nulla che possa giustificarne l’arresto.
Nel 1934 Jünger pubblica Blätter und Steine; nel 1936 Giochi africani; nel 1938
la seconda versione de Il cuore avventuroso. Nel contempo, il regime cerca di
sfruttare le sue opere giovanili. (Nel 1934 Jünger scrive al «Völkischer
Beobachter» per protestare contro la pubblicazione non autorizzata di un
estratto della prima versione de Il cuore avventuroso). Il primo settembre
1939, giorno dell’apertura delle ostilità, Jünger fa uscire Sulle scogliere di
marmo. Le ristampe vengono interrotte nel 1940, dopo che già 35.000 copie sono
state vendute. «Darei quasi tutta la letteratura degli ultimi dieci anni per
questo libro», dirà Julien Gracq (La litterature à l’estomac, José Corti, Paris
1950). Jean-Michel Palmier vi vedrà «la più coraggiosa e profonda critica del
nazismo svolta da uno scrittore tedesco non emigrato, che vive sul suolo della
Germania». Nel 1942 è la volta di Giardini e strade. Poiché Jünger rifiuta di
sopprimere alcuni brani considerati «fuori luogo», il libro viene proibito in
Germania nel 1943. A giudizio di Karl O. Paetel, Sulle scogliere di marmo e
Giardini e strade costituiscono «i due documenti antinazionalsocialisti più
significativi pubblicati sotto il Terzo Reich». Di fatto, dal 1941-1942, a
Jünger è praticamente proibito pubblicare. Fra i dignitari del regime, sono
soprattutto Bormann e Rosenberg a manifestare una vera e propria repulsione nei
suoi confronti. Hitler, del quale Rauschning conferma la scarsa stima per le
tesi de L’Operaio, sembra dal canto suo non essere mai venuto meno ad una certa
ammirazione per l’autore di Feuer und Blut e di Tempeste d’acciaio. Per Jünger,
egli fu una sorta di «mentore ex negativo»: «Sono debitore ad Adolf Hitler di
aver capito che non dovevo avventurarmi in politica». Parlando del capo del
Terzo Reich, Jünger scriverà nel suo diario in data 2 aprile 1946: «Quanto a
quelle mie opere che, come L’Operaio o La mobilitazione totale, avrebbero
potuto aiutarlo ad uscire dalla sua sfera di pensiero nazionalsocialista e
partigiana, esse non avevano niente che egli potesse comprendere, benché ne
abbia tratto a prestito alcune formule, certamente dovute a terzi, per
inserirle nel suo arsenale di slogans». Nell’aprile 1941 Jünger, che ha preso
parte alla campagna di Francia, viene destinato a Parigi, dove resterà sino al
14 agosto 1944, salvo un soggiorno sul fronte dell’Est (ottobre 1942-febbraio
1943) ed alcuni permessi a Kirchhorst, vicino ad Hannover, ove si trovano sua
moglie e il figlio minore. Tiene aggiornato il diario e lavora al manoscritto
de La pace, che uscirà solo nel 1945 ad Amsterdam. Stringe relazioni anche con
un gran numero di personalità del mondo letterario francese, in particolare
Marcel Jouhandeau e Paul Léautaud. Gerhard Heller, che gli dedica un capitolo
delle sue memorie, rievoca le riunioni alle quali partecipava in quai Voltaire,
nell’appartamento dei fratelli Valentiner: «Assieme a Jünger incontravo
abbastanza regolarmente tedeschi come Rantzau, Ziegler, Eschmann o Podewills,
con i quali parlavamo in grande libertà dell’evoluzione della situazione
militare e politica, dal momento che tutti erano, più o meno, oppositori del
regime. Venivano ad aggiungersi a noi anche amici francesi, come Cocteau o
Madeleine Boudot-Lamotte» (Un allemand à Paris, Seuil, Paris 1981, pag. 164).
Ed aggiunge: «Jünger stava al centro di uno dei più attivi focolai di
resistenza tedesca» (ibidem, pag. 168). In alto loco, quell’attività non passa
inosservata. All’indomani dell’attentato del 20 luglio 1944, Jünger viene
espulso dall’esercito. Qualche mese dopo, il suo cinquantesimo compleanno è
passato assolutamente sotto silenzio dalla stampa tedesca; egli se ne dichiara
lusingato (lettera a Benno Ziegler, 12 febbraio 1945). La sua cerchia familiare
e di conoscenze non subisce un trattamento migliore. Il fratello Friedrich
Georg, che in una poesia pubblicata nel 1934 (Der Mohn) descriveva in termini a
malapena velati il nazionalsocialismo come un «canto infantile di oscura
ubriachezza», viene sorvegliato in permanenza dalla Gestapo e il suo
appartamento è ripetutamente perquisito. Essendogli diventato impossibile
vivere a Berlino, si stabilisce a Kirchhorst e poi a Ueberlingen, sul lago di
Costanza, dove trascorrerà il resto della sua esistenza. Nel gennaio del 1944
il figlio di Jünger, Ernst, che appartiene ad un’unità della Marina, viene
arrestato ed imprigionato a Wilhelmshaven per aver pubblicamente criticato
Hitler. Dopo che il padre è riuscito a farlo liberare, viene spedito sul fronte
italiano, dove trova la morte nel novembre 1944, all’età di diciott’anni, sulle
“scogliere di marmo” di Carrara. Anche l’editore di Jünger, Benno Ziegler, è
schedato come antihitleriano convinto. Quanto a Niekisch, come tutti i
nazionalbolscevichi è stato oggetto di persecuzioni sin dall’avvento del Terzo
Reich. Arrestato da un gruppo di SA nella notte fra il 7 e l’8 marzo 1933,
viene liberato poco tempo dopo, ma il settimanale «Entscheidung», di cui è
direttore, è messo all’indice. Nel dicembre 1934 viene proibita anche la
rivista «Widerstand». Arrestato nuovamente nel 1937, Niekisch subisce due anni
dopo una condanna all’ergastolo. Viene liberato nel 1945 quasi cieco e
semiparalizzato. A guerra finita, a Jünger verrà nuovamente proibito di
pubblicare qualunque scritto; questa volta però sono gli Alleati a decretarlo.
Il divieto sarà tolto solo nel 1949, anno che vedrà l’uscita dei Diari e di
Heliopolis. Il provvedimento, incredibile e scandaloso, appare oggi
difficilmente comprensibile; ma in realtà rivela solo sino a che punto è
giunta, dopo il 1945, la confusione intorno a tutto ciò che contrappone e
distingue la Rivoluzione Conservatrice dal nazionalsocialismo. L’ideologia
dominante, ormai di chiaro segno egualitario, tende a confondere tutto quello
che non ha a che vedere con i suoi principii in un retroterra nebuloso, che
immerge nella storia invisibile ciò di cui ha preso il posto. E dal momento che
la propaganda si aggiunge all’abitudine, un’intera dimensione delle cose
diventa letteralmente incomprensibile. La lettura di un libro come L’Operaio ha
il merito di fare appunto accedere all’intellegibilità di tale dimensione. Non
solo non è l’opera jüngeriana che ha aperto la strada al nazionalsocialismo, ma
è viceversa quest’ultimo «che diventa più chiaro sulla base dell’opera di
Jünger», per dirla con le parole di Jean-Michel Palmier, il quale aggiunge:
«Non è l’orizzonte della Germania hitleriana e della morte tecnica a rendere
accessibile Der Arbeiter, ma questa figura storica a consentirci di capire come
la Germania hitleriana, il regno della figura del Führer e dello Stato
totalitario, sia divenuta possibile, entro l’orizzonte del compimento della
metafisica della volontà di potenza» (Les écrits politiques de Heidegger,
L’Herne, Paris 1969). Gli uni e gli altri, neoconservatori e
nazionalbolscevichi, si sono in effetti profondamente sbagliati cercando ne
L’Operaio le chiavi di una situazione del momento. Hans Peter Schwarz ha, più a
ragione, visto nella Figura del Lavoratore un grande «mito politico», nel
significato soreliano del termine; ma anche questa dimensione è insufficiente.
Non è per trovarvi un programma politico, ma per riconoscervi una visione
specificamente metafisica, che un libro del genere deve essere interrogato. Il
Lavoratore non conosce frontiere, ha scritto Maurice Schneuwly, o per meglio
dire le attraversa tutte come altrettante muraglie illusorie. L’Operaio è in
libro eminentemente «inattuale», e perciò sempre attuale. Un solo autore sembra
averlo compreso: Martin Heidegger, col quale Jünger ha intrecciato, nel corso
degli anni, una relazione intellettuale particolarmente feconda. Come
Jean-Michel Palmier ha fatto notare, «Heidegger è senza dubbio il maggiore
interprete del pensiero di Ernst Jünger, e l’opera di costui è un prosieguo,
una perpetua variazione dei quesiti che Heidegger pone alla tecnica planetaria
e all’uomo che essa modella e governa» (op. cit.). Durante l’inverno 1939-1940,
all’università di Freiburg-am-Brisgau, Heidegger dedica un seminario privato
allo studio de L’Operaio. Il seminario, inizialmente sorvegliato dalle
autorità, alla fine viene proibito: divieto significativo, che accomuna due
autori-chiave in un’unica riprovazione (Heidegger è al tempo esposto alle
diatribe del filosofo nazionalsocialista Ernst Krieck). Heidegger ha colto
immediatamente tutta l’importanza del libro quale «descrizione del nichilismo
europeo». L’Operaio, dirà, «è un’opera di peso perché, in modo diverso da
Spengler, mette in atto ciò di cui finora tutta la letteratura nietzscheana s’è
mostrata incapace, ossia fornisce un’esperienza dell’ente e del modo in cui
l’ente è, alla luce del progetto nietzscheano dell’ente come volontà di
potenza». E pertanto costituisce un punto di partenza in cui può «di nuovo
accendersi quel confronto con l’essenza del nichilismo che ancora non è stato
in alcun modo attuato» (La questione dell’essere, in Ernst Jünger-Martin
Heidegger, Oltre la linea, Adelphi, Milano 1989, pagg. 117-118, 119). Heidegger
loda soprattutto Jünger per il fatto di aver strappato la rappresentazione
metafisica sotto l’aspetto della volontà di potenza «al campo
biologico-antropologico che ha così esageratamente fuorviato il cammino di
Nietzsche». Il suo punto di vista, tuttavia, rimane nettamente critico, nella
stessa misura in cui il pensiero di Jünger rimane a suo avviso ancora troppo debitoredi
quello di Nietzsche. È noto che Heidegger condanna, nella teoria della volontà
di potenza (volontà di volontà, volontà che si vuole), una filosofia ancora
determinata dalla nozione di valore (Nietzsche si accontenterebbe di sostituire
ai valori platonici di «malattia» e «morte» i valori di «vita») ed in quanto
tale portata per forza di cose a collocarsi nel solco della metafisica
occidentale. Nietzsche credeva di porre un termine alla metafisica socratica e
cristiana. “Rovesciandola” (nel modo in cui Marx “rovescia” Hegel), non ha
fatto altro che condurla all’apogeo, sostiene Heidegger, che arriva al punto di
vedere in Nietzsche «il più sfrenato dei platonici». Ora, la Figura del
Lavoratore si situa senza ombra di dubbio nella prospettiva aperta da
Nietzsche: «La visione metafisica della Figura del Lavoratore corrisponde al
progetto della figura essenziale di Zarathustra all’interno della metafisica
della volontà di potenza». Di conseguenza, L’Operaio «resta un’opera la cui
metafisica è la patria»: corrispondendo a quell’«essere calmo» a partire dal
quale tutto il cangiante, tutto il «mobilitato» delle cose può e deve essere
pensato, la Figura dell’Operaio è, per usare i termini jüngeriani, una «potenza
metafisica», che corrisponde peraltro alla definizione che Heidegger dà del
concetto metafisico come qualcosa di caratterizzato da un’identità profonda da
ciò che coglie e lo stesso atto del cogliere. Se il Lavoratore può mobilitare
il mondo tramite una volontà di potenza assunta come Lavoro, è perché nei fatti
quella volontà incarna la caratteristica fondamentale di ciò che si è svelato
come «essere» al pensiero occidentale. Il che significa che il Lavoro è
identico all’essere. Da cui la domanda posta da Heidegger per sapere «se ed in
quale misura l’essenza dell’essere è in sé il rapporto con l’essere-umano» o,
in termini ancor più heideggeriani: «L’essenza della Figura (Gestalt)
scaturisce nell’ambito di origine del Ge-stell (dispositivo del cogliere)»?
Alla domanda Heidegger risponde negativamente, giacché, se le cose stessero
così, l’essenza dell’essere rimarrebbe potenza della rappresentazione umana il
che, secondo l’autore di Essere e tempo, rimanda alla metafisica classica.
Jünger, invece, risponde implicitamente in modo affermativo. Mettendo in qualche
modo l’uomo al posto di Dio mentre «il Dasein nell’uomo non è niente di umano»
–, fa dell’essere umano il «subjectum determinante». E questo è il colmo della
metafisica: trasferire nell’uomo il concetto di Dio non equivale affatto a
sopprimerlo o ad oltrepassarlo. È chiaro perciò che, per Heidegger, L’Operaio
appartiene alla fase del «nichilismo attivo». Ne rappresenta, in maniera
profetica, il compimento, così come la filosofia di Nietzsche costituisce il
«compimento» della metafisica occidentale. Il regno del Lavoratore non è altro
che la realizzazione dell’essenza della metafisica occidentale nell’onnipotenza
della tecnica mondiale. Facendo esplicitamente riferimento a L’Operaio,
Heidegger scrive: «Il Lavoro raggiunge oggi il rango metafisico di quella
oggettivazione incondizionata di tutte le cose presenti che dispiega il suo
essere nella volontà di volontà» (Saggi e conferenze). In questo risiede
l’interesse fondamentale del libro: descrivendo l’aspetto metafisico
dell’attuale processo di “tecnicizzazione” mondiale, esso rivela nel contempo
l’essenza del nichilismo. La mobilitazione totale attraverso cui la Figura
storica del Lavoratore acquista il dominio dell’intera terra può essere colta
appieno solo partendo dal terreno della metafisica della volontà di potenza, di
cui segna la «perfezione» e quindi il «compimento»: «La figura del Lavoratore,
che, ad avviso di Jünger, mobilita il mondo attraverso la tecnica, deve essere
considerata come la figura storica del compimento della metafisica. È indubbiamente
l’ultima parola della volontà di potenza. Il Lavoratore non è una figura
isolata: dobbiamo interpretarlo come una designazione dell’essere dell’uomo
all’interno della metafisica compiuta» (Jean-Michel Palmier, op. cit.). IVAncora
oggi, la maniera di leggere L’Operaio che va per la maggiore è questa: vedervi
un quadro avvincente, sentito dall’interno, del modo di disvelamento che domina
il nostro tempo. Ma nello stesso tempo lo si deve guardare in una prospettiva
nuova. Rileggendolo, bisogna anche interrogarlo rispetto all’evoluzione
dell’autore. Dopo l’“emigrazione interna”, dopo l’ascesa e la caduta della
perversione «mauretanica», Jünger si è dato all’entomologia e alla letteratura.
Fra l’impegno degli anni 1925-1932 e gli scritti pubblicati dopo il 1945 si è
insinuata una rottura apparentemente fondamentale. Molte delle “evidenze” di un
tempo si sono trasformate in nuovi interrogativi. «Più andiamo avanti»,
dichiara Lucius in Heliopolis, «e più la perdita senza compensazioni diventa
visibile. Tutto diviene pallido, grigio, polveroso». In realtà, Jünger non ha
rinunciato all’azione; l’ha semmai interiorizzata. L’uomo di conoscenza si è
“impadronito” dell’uomo di potenza». Jünger si è accorto che era più fruttuoso,
ma anche più inquietante e forse più pericoloso, porsi una buona domanda che
non credere di possedere una buona risposta. Come Lucius, si è unito
allaschiera occulta dei Veglianti. È un’evoluzione, non una fuga. Prendendo le
distanze, Jünger non si è ripiegato all’indietro; si è innalzato, è salito di
livello. Il processo che si è messo in moto dentro di lui è un processo di
affinamento, di purificazione. Si tratta di un’ascesa verso nuove vette,
dell’accesso a nuove forme di sovranità e sempre con un che di metallico,
soprattutto nello stile, ma di un metallo temprato per qualcosa di diverso da
un elmo d’acciaio. È l’ingresso nel sentiero che porta alle cime, indossando
una maschera d’oro. Sono note le oscillazioni pendolari dell’opera jüngeriana,
che non sono contraddizioni ma approcci alternati per circoscrivere e
raggiungere l’essenziale. In quest’opera si potrebbero distinguere tre tempi:
verso lo Stato universale (L’Operaio), Lo Stato universale (1960), dopo lo
Stato universale (Eumeswil). Si potrebbero anche distinguere tre tipi o Figure:
l’Operaio, il Ribelle, l’Anarca. Sono tappe che si succedono le une alle altre
senza realmente cancellarsi, entrano in “dialogo” e si attualizzano
correggendosi vicendevolmente. In questa evoluzione si delineano nettamente
alcune linee di forza. Le osservazioni che Jünger faceva nel 1932 sulla natura
del mondo che stava allora svelandosi non sono mai state smentite. Su questo
punto, le sue opinioni non sono cambiate. Sono cambiate invece le lezioni che
egli si prefigge di trarne. Che posizione tenere di fronte al mondo moderno del
nichilismo attivo? Al quesito, Jünger risponderà in «cesura» spirituale è che
ha definito «seconda nascita» è certamente paragonabile a quella che ha segnato
l’itinerario di Jünger. Abellio suppone che l’emergere dell’Io trascendentale,
vera e propria «assunzione nell’unità», rappresenti l’unico modo per uscire
«dall’alto» dal nichilismo che agisce nel mondo moderno. La dialettica tra
potenza e conoscenza si interseca con quella tra l’«uomo esteriore» e l’«uomo
interiore». In un primo momento modificherà radicalmente il suo atteggiamento
nei confronti della tecnica, che porrà sotto accusa con lo stesso vigore con il
quale all’epoca ne tesseva l’apologia. Conservando il mito dello «Stato
universale», ma in una prospettiva «pacifista», svilupperà una critica sempre
più sistematica dell’onnipotenza e dell’onnipresenza delle macchine. È l’epoca
del Ribelle. In un secondo tempo, Jünger dissocierà la Figura del Lavoratore
dalla sua «uniforme tecnica» e, dinanzi ad una problematica che rimane identica
(e si manifesta anzi in modo vieppiù pressante), immaginerà una trasfigurazione
della Figura al termine della quale se ne profila un possibile utilizzo come
rimedio a quello scatenamento dell’elementare al quale un tempo aveva
collaborato. Di fronte alla sfida della tecnica, sfida percepita ormai in
termini negativi, la Figura del Lavoratore potrebbe in tal modo riacquistare
valore. In altri termini, Jünger non propone più agli uomini di allearsi con i
titani, ma auspica, a vantaggio degli uomini, la venuta degli dèi, gli unici in
grado di incatenare di nuovo i titani. La problematica del «Lavoratore» non è
rinnegata. Viene modificata, spostata ad un altro livello. All’indomani della
guerra, si impone una duplice constatazione. La tecnica non ha creato un «uomo
nuovo», dotato di una nuova forma di libertà in accordo con il proprio tipo; ne
ha semmai fatto uno schiavo. D’altro canto, lungi dall’aver radicalmente posto
fine al potere della “borghesia”, essa pare averne consacrato e universalizzato
il regno. Già in Giochi africani (1936), Jünger esprime un certo disgusto per
una tecnica spersonalizzante, la cui uniformità si estende senza contropartita.
Nel 1939, Sulle scogliere di marmo dà il via ad un ripensamento profondo, che
sfocerà in opere come Heliopolis (1949), Trattato del ribelle (1951), Il nodo
di Gordio (1953), Api di vetro (1957). Già nei Diari si leggeva in data 11
giugno 1939: «L’uomo si è straniato dall’opera, che si è fatta autonoma,
cosicché egli diviene sempre più fungibile e indifferente. Si può sostituirlo
come una parte della macchina, e anche i risultati ai quali giunge, persino le
sue conoscenze, sono nati esternamente a lui e, molto più che modificarlo,
accompagnano il processo» (Giardini e strade, Bompiani, Milano 1942, pag. 51).
La citazione rende l’idea. Jünger non crede più che la tecnica esalti il potere
dell’uomo, ma pensa che lo diminuisca. Il pensiero tecnico, analitico e
razionalista, si è rivelato prodigiosamente riduttivo. La tecnica è portatrice
di una «fatalità casuale», cieca, che governa tanto la vita quanto la morte
degli uomini. Ovunque, l’elemento meccanico prende il posto dell’organico;
ovunque, il semplice dinamismo sostituisce gli antichi ritmi. Spesso, osserverà
Jünger, i secoli acquisiscono un aspetto tipico «nel mezzo del loro corso». Il
nostro si è pienamente rivelato con la svolta degli anni Quaranta. All’inizio,
il paesaggio si modificava solo a tocchi: avvento della radio, dei veicoli a
motore, del cubismo e via dicendo. Le due guerre hanno catalizzato ogni cosa.
Oggi «lo stile mondiale diventa visibile [...] Altre ore corrono già; è una
nuova epoca». I testi del dopoguerra in cui Jünger esprime la sua allergia
acquisita alla tecnica sono innumerevoli. Si spiegano così i viaggi che
l’autore del Trattato della clessidra (1954) moltiplica nel corso degli anni:
«Sono sempre in fuga per scoprire paesi vergini. Ma anche in Nuova Guinea tutto
è americano [...] La terra è diventata un pianeta di macchine». A Jean Plumyène
(Du côté de Wilflingen, in «Le Magazine littéraire», giugno 1982), Jünger
confiderà ancora nel 1978 l’avversione «per le macchine in generale». Ne Il
nodo di Gordio Jünger ritorna su questa idea di un fondamentale antagonismo,
che ormai percepisce chiaramente, tra forze elementari sempre pronte a
scatenarsi, a trasformarsi in poteri titanici tanto immensi quanto informi,
poteri selvaggi, senza limiti, votati per «demonismo» alla distruzione brutale,
e un elemento luminoso, propriamente divino, rappresentato dalla volontà che
instaura l’ordine in mezzo al caos e dal potere dello spirito. Questo
antogonismo, Jünger lo cristallizza simbolicamente nel secolare scontro tra
l’Asia e l’Europa: la prima corrisponde alle forze elementari, mentre invece il
potere spirituale caratteristico della seconda è rappresentato dalla spada di
Alessandro che taglia il nodo gordiano. Jünger non ha tuttavia l’intenzione di
dare al conflitto di cui parla una risonanza realmente geopolitica o
interculturale. Entrambe le tendenze esistono all’interno di qualunque civiltà,
e probabilmente anche in ciascun uomo. Anche nei confronti dell’individuo
Jünger modifica la sua posizione. Essendo la tecnica legata allo statalismo e
ad una forma di vita collettiva, la libertà gli appare sempre più come un
problema del solitario. «I legami della tecnica possono essere spezzati, e
giustamente spezzati, dall’individuo», scrive nel Trattato del ribelle. Questo
individuo non è però quello con cui se la prendeva ne L’Operaio. Il Ribelle non
assomiglia affatto al Borghese. Chi è? È colui che, «privato della patria dal
cammino dell’universo» ed infine «abbandonato al nulla», è comunque risoluto a
resistere, per cui si trova «messo dalla legge della propria natura in rapporto
con la libertà». È colui che sceglie volontariamente di ritirarsi da un mondo
ove regna la perversione della tecnica ed afferma l’ineliminabilità nell’uomo
di ogni valore non misurabile. La libertà resta pertanto al centro del pensiero
di Jünger, ma si cristallizza in forme diverse. Alla dialettica tra Lavoratore
e Borghese si sostituisce ormai quella tra Lavoratore e Ribelle. E in un mondo
in cui la libertà di rifiuto è sistematicamente limitata, quest’ultimo non può
essere che un «marciatore solitario» (Einzelgänger, un «percorritore di boschi»
(Waldgänger); il «ricorso alle foreste», vecchia tradizione germanica,
costituisce una «nuova risposta della libertà», sapendo che i “sentieri
interrotti” di quelle foreste possono essere anche i vicoli delle grandi città.
In seguito Jünger includerà in questa critica della tecnica anche il concetto
di «Stato universale». La sua evoluzione su questo punto è tuttavia più lenta.
Nel 1960 pubblica Der Weltstaat, opera spesso considerata come simbolo di
un’estrema conversione all’universalismo e, da questo punto di vista, come
l’opposto de L’Operaio. A guardar bene, però, la contrapposizione è relativa.
Lo Stato universale, come abbiamo visto, è in effetti logicamente implicito nel
regno del Lavoratore. Dopo la guerra, Jünger ha in un primo momento ritenuto di
poter conservare la prospettiva dello Stato planetario in un altro
orientamento, contrario alla tecnica ed al regno del Lavoratore; ma ha finito
col rinunciarvi. Significativa da questo punto di vista è la dichiarazione
fatta a Jean-Louis de Rambures: «Lo Stato universale, e con esso la tecnica,
sono a mio parere fatali all’individuo» («Le Monde», 20 giugno 1978).
L’evoluzione delle idee di Jünger sulla tecnica è, come noto, in larghissima
misura legata ai lavori pubblicati dal fratello sull’argomento. Si tratta
infatti di un tema ricorrente in tutta l’opera di Friedrich Georg Jünger (cfr.
in particolare Der Missouri, 1940), ma che è stato esplorato soprattutto in un
saggio fondamentale intitolato Die Perfektion der Technik. Il libro fu scritto
durante la primavera e l’estate del 1939 (il primo titolo scelto era Illusion
der Technik). Appena completato, fu vittima di quanto denunciava. I piombi
furono infatti distrutti nel 1942 durante un bombardamento di Amburgo. La prima
edizione fu poi ridotta in cenere, ancora a causa di un bombardamento, nel
1944, cosicché l’opera poté uscire solo nel 1946. La pubblicazione del volume
fu accolta piuttosto freddamente, e le critiche cui venne sottoposta furono
numerose. Friedrich Georg Jünger fu accusato di «romanticismo» e di «pessimismo
culturale»; lo si fece apparire come un «reazionario» la cui critica della
tecnologia era più «poetica» che fattuale. Tuttavia, dopo il 1968, l’opera
cominciò ad essere oggetto di apprezzamenti più sfumati, quando ci si accorse
che l’autore aveva largamente anticipato taluni punti di vista di ecologisti e
“contestatori”. La tesi centrale di Die Perfektion der Technik può essere
riassunta come segue. Un tempo, le utopie si incentravano attorno ad un modello
di Stato ideale. Questo «materiale utopico» è oggi sostituito dall’elemento
tecnico. Lo sviluppo delle macchine ha in effetti prodotto tutta una serie di
credenze, le une più erronee delle altre. L’idea che l’avvento della tecnica
abbia permesso di diminuire il lavoro ed aumentare la ricchezza è una di esse.
In realtà il progresso tecnico, globalmente considerato, non ha fatto che
aumentare la quantità di lavoro imposta all’uomo, mentre modificava
radicalmente la natura di quest’ultimo. Se l’uomo potesse veramente arricchirsi
grazie alla produzione, sarebbe “felice” da un pezzo. Ma l’autentica ricchezza
è un problema di essere, non di avere. E più il regno della tecnica si estende,
più il mondo si impoverisce spiritualmente e l’uomo perde umanità. Non esiste
segno più infallibile di povertà della razionalizzazione progressiva
dell’organizzazione generale della vita. La tecnica non dispensa alcuna gioia
profonda, alcuna sensazione di pienezza o di realizzazione, ma non fa che
acuire l’invidia, la cupidigia e il risentimento. Lo spirito razionale che
agisce nella macchina, così come la macchina stessa, suscita appetiti che
niente può soddisfare. Ovunque, il mondo della tecnica intensifica l’angoscia e
la sensazione di «estraneità». Contemporaneamente, l’uomo è sempre meno padrone
del suo universo. Si trasforma in un essere «tecnomorfo». Il suo lavoro, sempre
più specializzato, sempre più dissociato dal tempo libero, diviene
un’occupazione ripetitiva ed uniforme. Schiavo di una tecnica che secerne di
continuo bisogni artificiali, per soddisfarli l’uomo deve lavorare sempre di
più. Alla fine, anche per opera dell’individualismo, diventa un oggetto, una
parte del processo tecnico. Anche lo Stato si “tecnologizza”. L’intera società
si trasforma in un gigantesco meccanismo. Uno degli aspetti più caratteristici
della «tecnicizzazione» del pensiero è il diffondersi di una concezione
meccanica del tempo, senza la quale il tipo di organizzazione umana che la
tecnica ha creato sarebbe stato impossibile. Il tempo è ormai addomesticato da
un pensiero razionalista e calcolatore. Ieri l’uomo padroneggiava il tempo;
oggi è il tempo a possederlo. La nascita dell’orologio meccanico ha segnato
quest’evoluzione, a causa della quale l’uomo dedito alle passeggiate diventa
una «specie in via di estinzione». Ritroviamo la medesima osservazione in Ernst
Jünger, il quale constata: «Nessuno ha più tempo» (Cacce sottili). Anche più di
recente, Jacques Le Rider, che gli chiedeva: «Quali sono a Suo avviso i fatti
salienti del XX secolo?», Jünger ha risposto: «L’invenzione di nuovi orologi
meccanici che hanno soppiantato tutte le misure naturali del tempo. Questi
orologi estendono il loro potere e diventano sempre più temibili [...] Non
misurano il tempo; lo fabbricano. Non consentono all’uomo di dominare il tempo;
lo asservono al loro automatismo» («Le Monde-Dimanche», 29 agosto 1982). Più in
generale, le scienze stesse trasformano l’uomo in oggetto. Utilizzate per
ottenere leggi che permettano di produrre accadimenti ripetitivi esatti, e
quindi interessate soprattutto alla ricorrenza meccanica dei fattori regolativi,
esse rinchiudono ineluttabilmente l’uomo in una rete di determinazioni. L’uomo
non è più la «misura di tutte le cose»; è misurato secondo tutte le cose. Così
regna ovunque un impulo che tende verso il punto di perfezione. Questa
«perfezione della tecnica» corrisponde al momento in cui tutti i settori
dell’esistenza saranno stati razionalmente e meccanicamente organizzati, la
«trasparenza» sociale sarà stata totalmente realizzata e regneranno un
funzionalismo ed un automatismo «perfetti», ai quali nulla potrà più sfuggire.
Questa tendenza rappresenta oggi il fatto principale del mondo. Il regno della
tecnica trascende infatti tutto quello che può distinguere Est ed Ovest. «Il
macchinismo capitalistico e il macchinismo marxista sono fratelli», spiega
Friedrich Georg Jünger. Entrambi sono ideologie della macchina. Anche su questo
tema ritroviamo lo stesso punto di vista in Ernst Jünger: «Le due grandi
potenze mondiali si assomiglieranno sempre più. Quando saranno sorvolate dallo
stesso satellite, vedrete ovunque gli stessi casamenti, le stesse fabbriche, le
stesse torri nucleari [...] Le grandi potenze, quelle che vogliono il dominio
del mondo, sono forme, modi di manifestarsi della Figura dell’Operaio. Si
avvicineranno e forse lo Stato mondiale le comprenderà tutte e due, in modo
dialettico, se giungeranno ad una sintesi» (intervista a Jean Plumyène, cit.).
L’arrivo della tecnica al suo «punto di perfezione» corrisponde però anche al
suo capovolgimento. Invece di generare perpetuamente nuovi “progressi”, la
tecnica, una volta oltrepassata una certa soglia, tende ad autoannullarsi, a
ridursi ad una successione di aggiustamenti di dettaglio, di natura meramente
tecnologica. L’ipertrofia dell’ideologia della produttività sfocia nella
controproduttività in tutti i campi, e poi nell’improduttività pura e semplice.
Così accade in Heliopolis, dove la tecnica è entrata in sonno dopo aver
raggiunto i suoi scopi, o in Eumeswil, dove essa si trova ad essere in un certo
senso emarginata, dopo essersi quasi trasformata in magia. La «perfezione della
tecnica», in questo senso, è anche la fine della storia. Insomma: invece di
sfociare nella liberazione dell’uomo, il regno della tecnica ne provoca la
schiavitù, oltre che la devastazione della vita spirituale. Quanto al pianeta,
esso è sottoposto ad un saccheggio generalizzato. Per lo spirito di calcolo, la
terra non può essere infatti nient’altro che un oggetto, una sfera morta
destinata allo sfruttamento dalla quale bisogna ottenere il massimo. Di fatto,
la macchina distrugge tutto. Massacra i paesaggi, inquina l’ambiente, costringe
di continuo l’universo naturale della campagna ad arretrare davanti a grandi
città sempre più pericolose, orride e inabitabili. Lo sfruttamento
generalizzato provoca la desolazione generalizzata. Le strutture utilitarie
dell’industria diventano legge generale. L’uomo della tecnica si interessa
esclusivamente alla tecnica, e poco o nient’affatto alle ripercussioni che essa
ha sull’uomo. Il mondo attuale è quello dello sfaldamento, della disgregazione,
dell’atomizzazione. La dicotomia tra essere e avere, sapere e fare, si accentua
di giorno in giorno. Questa analisi di Friedrich Georg Jünger, che il fratello
fa propria, sembra in contraddizione totale con le opinioni espresse ne
L’Operaio. Su molti punti la contraddizione è effettiva, ma Ernst Jünger resta
fedele alla problematica che ha posto in evidenza. Si tratta sempre di sapere
come l’uomo possa essere padrone di se stesso, come possa continuare ad essere
un creatore di forme. Ne L’Operaio, il Borghese era descritto come una Figura
legata ad un principio in assoluto contrasto con lo spirito della tecnica. In
seguito si è chiarito che il Borghese fa lega con la tecnica, che del resto ha
iniziato a svilupparsi con la filosofia illuminista. Jünger non si colloca mai
dalla parte del borghese, né nel dopoguerra né nel 1932. La sua critica della
tecnica è una critica “dall’alto”, non una critica “dal basso”, nutrita di
ingenuo individualismo o di apologia della debolezza. Al limite, la sua
evoluzione testimonia forse il carattere profondamente ambiguo di una tecnica
che, a se conda della possibilità di essere soggetta oppure no ad una volontà
abbastanza forte per farla propria, può essere la migliore o la peggiore delle
cose. Il problema della natura della tecnica è fondamentale. Una cosa è certa:
i rapporti fra l’uomo e la tecnica non sfuggono alla dialettica
padrone-schiavo. La tecnica, si è detto, non è mai neutra: o l’uomo la domina,
o ne è dominato. Nei Diari, Jünger scrive che dopo la prima Guerra mondiale il
problema era quello di sapere chi, fra gli uomini e le macchine, si sarebbe
rivelato più forte. Ne La pace, dichiara che la tecnica deve essere subordinata
alle forze divine ed umane. Oggi la domanda è ancora attuale: saranno gli
uomini o le macchine a dominare il mondo? È un problema che Jünger non ha mai
smesso di porsi; sono cambiate solo le risposte. E per questo motivo la Figura
dell’Operaio lo ha sempre ossessionato. Nel Diario, il 9 agosto 1942, annota:
«da anni volevo fare una seconda stesura de L’Operaio, ma non credo che vi
arriverò mai». Qualche giorno dopo, il 16 agosto, accenna ancora a «certe
correzioni» che potrebbe apportare al libro. Il 16 settembre cita L’Operaio
come una delle opere più importanti scritte sino ad allora («ecco il mio Antico
Testamento»). Il 30 aprile 1943 scrive: «L’Arbeiter [...] è completamente
simile a un distributore automatico: mi crea, qua e là, circoli di nemici o
disostenitori, che entrambi mi riescono inattesi. È simile a un figlio che
assolutamente non vuole ubbidire a suo padre. Anche in questo si manifesta la
sua parentela con il mondo della tecnica. Tuttavia, esso pure mi è caro, poiché
non poco del mio sangue vi si è trasfuso. Rappresenta per me la mia presa di
posizione di fronte al mondo della tecnica. Vi sono passato attraverso come nel
mezzo di violente battaglie, e in questo senso il libro dà un esempio della
impossibilità di staccarsi da questo mondo». Un anno dopo, il 17 marzo 1944,
richiama una «traduzione in corso» de L’Operaio, che non vedrà mai la luce. Il
7 dicembre 1944 pensa ancora di riprendere o completare il libro con una «parte
teologica». Questo «completamento» uscirà in realtà vent’anni dopo sotto forma
di una piccola raccolta di note e aggiunte a L’Operaio, intitolata Maxima-Minima.
L’apparente distacco di Jünger nei confronti de L’Operaio non deve indurre in
inganno. Jünger ha sempre avuto ben chiaro quanto la Figura del Lavoratore
resti presente fra noi. Il 10 giugno 1945, poche settimane dopo la sconfitta
tedesca, scrive in proposito: «Le catastrofi non possono arrestarne la marcia.
Semmai la favoriscono e la spingono innanzi, per il semplice fatto che spezzano
le catene dell’economia, mentre la Figura progredisce, invulnerabile,
attraverso il mondo del fuoco, dotata di un potere spirituale che si accresce
senza sosta. Si possono dunque prevedere ancora grandi realizzazioni». Nel
Trattato del Ribelle afferma che la Figura del Lavoratore «avanza verso i suoi
scopi con marcia sicura ed imperturbabile»: «Il fuoco degli annientamenti non
fa che metterne in rilievo lo splendore. Essa brilla ancora del bagliore
incerto dei titani; noi non sospettiamo in quali residenze, in quali metropoli
cosmiche, innalzerà il suo trono. Il mondo ne porta l’uniforme e le armi, e
sicuramente un giorno ne prenderà anche gli abiti festivi». Si spiega così
l’osservazione comunicata a Gilles Lapouge: «Sì, la Figura del Lavoratore
rimane per me la più importante. È l’unica figura inalterabile» («La Quinzaine
littéraire», 16.2.1980). Da cosa trae il Lavoratore questo carattere
«inalterabile»? Qual è il segreto della sua irresistibile avanzata? In Al muro
del tempo (1959), Jünger constata che la Figura del Lavoratore è «l’unica che
vedevamo uscire sempre più potente da ogni conflagrazione». «Ciò lascia pensare»,
aggiunge, «che vi si nascondano elementi a prova di fuoco, e che essa non abbia
ancora trovato la sua pura colata». Da tale constatazione spunta una nuova
idea: che il Lavoratore (come il Lavoro) non sia ineluttabilmente legato alla
tecnica. Procedendo ad un’ulteriore revisione dell’opera, Jünger si chiede se
sia possibile pensare l’Operaio al di fuori della tecnica. Certo, come ha
scritto, la tecnica è l’«uniforme del Lavoratore». Ma si può cambiare uniforme.
Troviamo già questa intuizione nei Diari, in data 14 agosto 1945. «Se la Figura
del Lavoratore si incarna, come non mi pare dubbio, in personalità nel contempo
dominanti e persuasive, queste ultime non proverranno soltanto, e forse
affatto, dall’ordine dei tecnici». Nello stesso periodo, tuttavia, aggiunge:
«Proprio così la tecnica conoscerà la volontà sovrana, l’affinamento, non
solamente nel senso del suo addomesticamento, ma nel senso che sarà innalzata
al rango di tema per l’arte, e forse anche di magia». Successivamente andrà
oltre. Si può ritenere che la dissociazione tra Lavoratore e Tecnica si
verifichi in modo radicale nel corso degli anni Sessanta. Nel 1977, Jünger
dichiara a Jean Plumyène: «Il mio Lavoratore è solo travestito da Lavoratore ad
opera della tecnica. È l’impiegato della tecnica». Il 6 febbraio 1980 scrive a
Walter Patt: «L’economia ed anche la tecnica sono soltanto il movimento della
piega che anima la veste». Lo stesso anno esprime a Gilles Lapouge queste
opinioni rivelatrici: «La Figura del Lavoratore è legata al mondo della tecnica
solo in maniera forse provvisoria. Oggi la tecnica è la sua uniforme, ma si
possono immaginare delle metamorfosi che ne facciano, da una figura economica,
una figura mitica. Egli trasformerà la tecnica in una sorta di magia [...] Può
darsi benissimo che la tecnica, che sembra oggi confondersi con la Figura
dell’Operaio, sia soltanto un momento, una forma embrionale, e che altre
qualità, caratteri o attrezzature della Figura del Lavoratore siano già pronti,
pur senza essere ancora entrati in funzione». Si tratta ovviamente di un
fondamentale cambio di orientamento, che sollecita numerosi interrogativi. Dopo
aver svestito l’uniforme della tecnica, il Lavoratore meriterà ancora il suo
nome? Jünger vuole soltanto dire che, oltre che alla Tecnica, il Lavoratore può
fare appello ad altri strumenti per instaurare il proprio regno (senza che ciò
cambi alcunché nel giudizio che Jünger ormai esprime su tale regno)? Oppure
abbozza una specie di riabilitazione del Lavoratore, che, non essendo più
intrinsecamente assimilato alle forze elementari di distruzione, potrebbe
sfuggire al mondo dei titani per ritrovarsi in quello degli dèi? Può anche
darsi che il Lavoratore possa riproporsi come Figura datrice di senso,
consentendo in tal modo all’uomo di uscire dal nichilismo e di ridiventare la
misura «principesca» di tutte le cose? È di ciò, infatti, che si tratta. «Il
vero conservatore», ha scritto Jünger in Maxima-Minima, «non è colui il quale
vuole mantenere il tale o talaltro ordine, bensì colui che intende riaffermare
che l’uomo è la misura di tutte le cose» (sondern das Bild des Menschen
wiederherstellen, der das Mass der Dinge ist). Ma come raggiungere tale scopo?
Come è possibile, in altre parole, trasformare di nuovo una sconfitta (la
«tecnicizzazione» del mondo) in vittoria? Per trovare qualche elemento di
risposta alla domanda, è opportuno rivolgersi ancora all’opera di Friedrich
Georg Jünger. Come i classici del XVIII secolo, che guardavano all’Antichità
per scoprirvi un rimedio ai mali della loro epoca, e sulla scia di molti altri
autori del Novecento (Stefan George, Thomas Mann, Hofmannsthal, Rilke,
Hauptmann), Friedrich Georg Jünger si è immerso nello studio dei miti, e più
specificamente dei miti greci, onde trovarvi una chiave che consentisse di
capire meglio la situazione attuale. Un mito infatti non è né di ieri né di
domani; è di sempre. È permanentemente attuale; parla in ogni momento. Questo
approccio ha condotto F.G. Jünger a pubblicare, durante gli ultimi trentacinque
anni della sua vita, un gran numero di poemi e saggi sul mondo antico, fra i
quali vanno citati soprattutto Griechische Götter, Die Titanen e Griechische
Mythen (1947). Il mondo della tecnica, secondo F.G. Jünger, appartiene
all’universo dei titani. Nella religione ellenica, tutto ciò che ha a che
vedere con l’origine e gli esordi della tecnologia viene messo in conto ai
titani, il più celebre dei quali è Prometeo. Quasi tutti i termini che
nell’Antichità si riferiscono all’Homo faber sono peraltro, sicuramente non a
caso, termini peggiorativi. Più l’uomo si dedica alla tecnica, più in realtà si
distoglie dagli dèi, che sono gli avversari dei titani. Il carattere titanico
della tecnica è oggi rilevabile nel gusto moderno per il colossale, per il
gigantismo senz’anima, nella scomparsa di ogni senso collettivo della bellezza,
dell’armonia e della proporzione. Ai titani si contrappongono gli dèi. Quelli
che svolgono il ruolo maggiore nell’opera di F.G. Jünger sono Apollo, Dioniso e
Pan. Il secondo, soprattutto, incarna un senso della vita assolutamente opposto
al mondo della tecnica e della ragione calcolante. F.G. Jünger individua un
antagonismo radicale tra l’elemento dionisiaco e l’elemento titanico. Di fronte
ai titani, che simboleggiano una potenza negativa sempre ricorrente, Dioniso
rappresenta ciò che continuamente diviene in modo positivo: l’incessante
trasformazione del mondo, l’esuberanza della vita. È il dio della metamorfosi.
Apollo è invece il dio della permanenza, ma anche dell’ordine e della bellezza,
colui che si oppone al caos, che «traccia le frontiere». «Poiché è nemico di
tutto ciò che è tenebroso, diffuso e Vittorio Klostermann, München-Frankfurt am
Main 1958. Sull’opera di questo autore cfr. anche SOPHIE DOROTHEE PODEWILS,
Friedrich Georg Jünger: Dichtung und Echo, Dulk, Hamburg 1947; FRANZISKA
OGRISEG, Das Erzählwerk Friedrich Georg Jüngers, tesi, Innsbruck 1965; DINO
LARESE, Friedrich Georg Jünger. Eine Begegnung, Amriswiler Bücherei, Amriswil
1968; e ANTON H. RICHTER, A Thematic Approach to the Works of F.G. Jünger,
Peter Lang, Berne-Frankfurt am Main 1982, n.d.t.]. Confuso, emana da lui un
fiotto di luce che rischiara le tenebre con una chiarezza dorata e crea ordine.
Egli incarna la coscienza spirituale suprema, che sprigiona veduta d’assieme e
coerenza e si contrappone a tutto ciòche è irrisolto, ambiguo, indeciso [...] È
la spiritualità della forma quella che ci parla attraverso Apollo, e tutto ciò
che emana da lui ha una forma nobile, fissa. La forma è per definizione quel
che lega le parti in un tutto; è la natura ed il modo di tale assemblaggio, che
domina la materia informe, alla quale la natura si piega». Pan, invece,
simboleggia l’abolizione, l’inesistenza deltempo. È la figura che “riconcilia”
Dioniso e Apollo. Secondo F.G. Jünger, come già proclamava il filosofo greco
Empedocle, esiste una solidarietà naturale, una continuità organica, fra la
vita e l’universo, fra i vegetali, gli animali e gli umani. Da tale continuità
deriva l’«incanto» del mondo. Orbene: la tecnica, prendendosela con la distanza
(contrapposta alla «trasparenza», che essa cerca di far regnare dappertutto),
fa scomparire ogni «incanto»: «Laddove non vi è distanza, tutto diventa
demoniaco», scrive F.G. Jünger in Gedanken und Markzeichen (Vittorio
Klostermann, Frankfurt am Main 1949, pag. 83). Il «disincanto» del mondo
prodotto dalla tecnica si colloca, come aveva acutamente notato Max Weber,
nella scia della filosofia dei Lumi e, in una dimensione ulteriore, della lotta
del cristianesimo contro il paganesimo. Inizia con l’atto sacrilego di san
Bonifacio che fa abbattere la quercia sacra del dio Donar (Thor), atto che F.G.
Jünger interpreta come «disprezzo della vita». Nel mondo moderno, l’amore della
natura si accompagna ormai ad un sentimento di “protezione”, di pietà verso
qualcosa di danneggiato e di insozzato. Non ha più niente a che vedere con
l’antico senso di comunione che un tempo legava l’uomo alla terra. La Terra
stessa non è più vista come una dèa o come una madre, bensì come un pianeta fra
gli altri, una sfera fra le sfere, un semplice oggetto. Esaminando il mito di
Anteo, figlio della Terra e di Poseidone, F.G. Jünger afferma che ciò di cui
davvero abbiamo oggi bisogno è dare nuovamente prova di un autentico amore
della terra. Friedrich Georg Jünger rifiuta assolutamente di essere assimilato ad
un “reazionario”. Lungi dal sostenere un qualunque ritorno al passato, oppone
un hindurch ad ogni zurück. Non propone di ritornare ad uno stadio anteriore
alla tecnica, bensì di «attraversare» l’età della tecnica, di percorrerne
l’intero sviluppo sino al termine, basandosi su ciò che è già stato, e di
andare oltre. Al mondo della tecnica oppone quello del gioco (cfr. Die Welt des
Spiels, capitolo conclusivo del libro Die Spiele, List, München 1959), mondo
ciclico, governato dalla nozione di «danza» e dall’idea di festa, ove il tempo
e lo spazio non sono più dissociati, le leggi meccaniche di causalità perdono
il loro potere, il ritmo plurale riacquista i suoi diritti sulla dinamica
uniforme del “progresso”. Per esprimere questa concezione ciclica dell’esistenza,
in contrasto con la tradizione giudeocristiana di una storia “direzionale”,
preventivamente orientata in un dato senso, egli ricorre ai simboli della
danza, dell’acqua che scorre e del serpente. L’esistenza, dice, non è un
segmento di «storia» fra due eternità atemporali, né un movimento uniforme
lungo un’unica strada, bensì un’«esplosione» in tutte le direzioni, dai
molteplici aspetti indefinitamente rinnovati. L’idea di ciclo è, ai suoi occhi,
dionisiaca. La esprime in una poesia, Die Perlenschnur,
compresa nella raccolta intitolata Ring der Jahre (1954): «Dies ist immer noch
mein Jahresgang / Dies ist meines Kreises Bewegung / Kyklos! Kyklos! / Ich
komme und gehe wieder / Und ich komme noch einmal, denn süss ist’s».
Su quest’ultimo punto F.G.
Jünger si avvicina a Nietzsche, al quale ha del resto dedicato un libro, pur
senza adottarne in blocco la visione. Concorda con l’autore dello Zarathustra
nella convinzione che l’idea di “progresso” sia un’assurdità, e che il ciclo (o
la sfera) predomini sulla linea, non percepisce alcuna contraddizione tra
«eterno ritorno» ed «eterna presenza». Più esattamente, non accetta il fatto
che la dottrina dell’eterno ritorno debba portare ad accettare il compimento
del nichilismo come indispensabile pregiudiziale del suo «superamento». Il modo
in cui Nietzsche associa le idee di eterno ritorno e di tempo assoluto assume,
a suo modo di vedere, un che di negativo e di inquietante. Egli vede
nell’eterno ritorno nietzscheano qualcosa che si avvicina al regno dei titani. Preferisce
semmai un’«eterna presenza» apparentata all’infinito ricomparire di Dioniso e
Pan. Più che una concezione veramente «antilineare» del tempo, propone una
negazione radicale del tempo. V
Niekisch
diceva che Ernst Jünger era un «sismografo», che scopriva «le più leggere
vibrazioni e scosse all’interno del corpo sociale con la massima precisione».
Se Jünger si interessa così tanto agli insetti, è forse perché in realtà anche
lui possiede delle antenne. La sua natura è nel contempo intuitiva e visiva;
vede dall’interno, qualità che lo avvicina ai profeti e ai poeti. Ciò che
contraddistingue il profeta è la natura del rapporto che lo lega al mondo: la
profezia non viene dall’intelletto ma dall’anima. Come i poeti, i profeti
prendono le distanze solo per stringere le cose e gli esseri più da vicino.
Danno l’impressione di allontanarsi solo per fare più potentemente ritorno.
Come quei «ciechi veggenti» (ciechi fisicamente, veggenti spiritualmente) che,
come Omero, traggono dall’apparente mutilazione la reale qualità, essi dominano
il tempo perché stanno al di sopra del tempo. Inoltre, precisa Jünger in
Fassungen, i profeti sono «gli occhi del popolo»: «Essere presente in spirito,
per il profeta, significa trovarsi al proprio posto; è per lui la stessa cosa
che è per il soldato lo stare al posto di combattimento, per il re lo stare sul
trono, per il sapiente stare nella conoscenza. Ma ciò lo porta ben al di sopra
della volontà, ben al di sopra del dominio e della scienza». Ma che cosa scopre
oggi il «sismografo» Ernst Jünger? Scopre il nichilismo. E su questo tema,
direttamente legato a quello del Lavoratore, Jünger dopo la seconda Guerra
mondiale entra nuovamente in dialogo con Heidegger. I due uomini si sono
incontrati di persona solo dopo il 1945. Heidegger fu uno dei primi a
consigliare a Jünger di far ripubblicare L’Operaio . Agli incontri si è ben
presto aggiunto uno scambio intellettuale destinato a fare epoca. Nel 1950
Jünger dedica a Heidegger, in occasione del suo sessantesimo compleanno, un
testo intitolato Ûber die Linie. Alcuni anni dopo, nel 1955, Heidegger gli
risponde con un saggio che reca quasi lo stesso titolo, Ûber «die Linie», che
viene prima pubblicato nelle Freundschaftliche Begegnungen e poi ristampato con
il titolo Zur Seinsfrage: Ûber «die Linie». L’essenza della discussione
riguarda il nichilismo. Il testo di Jünger è in primo luogo una meditazione
sulle idee di Nietzsche e di Dostoevskij. Fedele alla prospettiva tracciata da
Nietzsche, Jünger definisce il nichilismo come un annientamento generalizzato
del senso, come un processo di riduzione corrispondente allo stadio in cui «i
valori più elevati si svalutano». Vedendo nel nichilismo una «potenza
fondamentale», egli si interroga, dinanzi alla distruzione di tutti i valori
che tale potenza provoca, sul come sia possibile far risorgere un valore
connesso all’«apparenza principesca dell’uomo». Da questo punto di vista, il
nichilismo gli appare come un fattore di distruzione ma altresì come la
condizione necessaria di una nuova costruzione, come una debolezza e come una
forza, come uno stato «normale» e nel contempo «patologico». Questo carattere
ambiguo, contraddittorio, si spiega per il fatto che il nichilismo, così come
la tecnica, è destinato ad annullarsi, a capovolgersi una volta raggiunta una
«linea» alla quale Jünger dà il nome di «punto zero» o «meridiano zero». Tale
«linea» corrisponde all’ingresso dell’uomo nell’era del nichilismo «perfetto»,
del nichilismo compiuto. Per il momento, il nichilismo è lo «stato normale»
della Terra; è l’elemento inquietante che, a forza diestendersi, non inquieta
neppure più. È, come si è visto, il «destino mondiale» dell’Est come
dell’Ovest. (Dal punto di vista metafisico, dirà Heidegger, America ed Unione
Sovietica sono «la stessa cosa». Entrambe si caratterizzano per «la medesima
sinistra frenesia della tecnica scatenata e dell’organizzazione senza radici
dell’uomo normalizzato»). Poiché nessun’altra via è più praticabile, occorre
adesso intensificare il processo sino al momento in cui esso acquisterà
un’altra dimensione, raggiungere il «punto zero», il meridiano, la linea
equatoriale in cui il nichilismo cambierà brutalmente natura, la notte
scomparirà per lasciare il posto alla luce totale, la distruzione assoluta si
tramuterà “alchemicamente” in creazione assoluta, dando un’altra prova del
fatto che la vita è indistruttibile e contiene un nucleo segreto, elemento di
invisibile permanenza all’interno del divenire universale, generatore sempre
presente di forme nuove in mezzo al caos. Ne Il nodo di Gordio, Jünger
preciserà ulteriormente questa intuizione: «L’ipotesi che il nichilismo
oltrepassi la linea non implica il ritorno a sistemi prenichilisti. Il
capovolgimento è pensabile anche nei nostri modelli, in quanto si è consapevoli
dell’ambivalenza dello zero che rappresenta tanto il Nulla quanto anche il
totalmente Altro. Ciò può provocare grandi sorprese: ad esempio, che il
materialismo si capovolga e riveli un aspetto sconosciuto».È una posizione
particolarmente interessante, poiché vi si ritrovano tutti gli elementi del
pensiero jüngeriano: l’equivalenza dei contrari, il concetto di una
«perfezione» che equivale ad un capovolgimento, ad un ribaltamento radicale, il
«realismo eroico» che consiste nel «cavalcare la tigre» ed infine l’idea che le
sconfitte possono diventare fonti di vittorie. Indirettamente, Jünger si
ritrova nello stato d’animo che lo contraddistingueva quando, all’indomani
della Prima guerra mondiale, prendendo atto della situazione disperata della
Germania nonché dello spirito di vendetta e dell’odio accumulati che le si
rivolgevano contro, esclamava, in certo senso: «A me il delitto che mi spetta!»
e scriveva: «Perfetto! E soprattutto, nessuna pietà per noi! È una posizione
partendo dalla quale ci si può dare da fare [...] È da un bel pezzo che siamo
in cammino verso un punto zero magico, che sarà superato soltanto da chi
dispone di altre fonti, invisibili, di forze». Il punto di vista di Heidegger è
diverso. L’uso delle virgolette nel suo saggio (Ûber «die Linie») indica già
uno spostamento della discussione. Il titolo scelto da Heidegger non significa
più «al di là della linea» (trans lineam), ma «della linea» o «a proposito
della linea» (delinea). Cercando gli strumenti per oltrepassare il nichilismo
contemporaneo, Jünger tracciava il bilancio di una situazione. Heidegger si
propone invece di identificare il «luogo della linea» da cui «risulta la
provenienza dell’essenza del nichilismo e del suo compimento». Solo
l’identificazione di tale «luogo» consentirà di capire in che cosa consiste il
compimento del nichilismo. Per «compimento», concetto distinto da quello di
realizzazione (che non è altro che la causa del compimento), si deve intendere
«il raccogliersi di tutte le possibilità essenziali del nichilismo». Il
compimento non è la fine, ma con esso inizia la fase conclusiva, quella della
«linea zero», che esso si limita a svelare in un estremo lontano: «la
linea-zero, dove il compimento giunge alla fine, non è in fondo ancora
visibile». Secondo Jünger, una volta raggiunto il culmine del nichilismo, una
volta superato l’equatore della distruzione, le cose si chiariranno: «L’istante
in cui la linea sarà passata porterà una nuova dedizione dell’essere, e così
comincerà a risplendere ciò che realmente è». Heidegger è scettico. Il «reale»,
ovvero l’ente, comincerà davvero a risplendere perché l’essere di nuovo «si
dedicherà»? Non sarà forse piuttosto «il nuovo dedicarsi dell’essere che ci
rivelerà solamente l’istante propizio al passaggio della linea»? L’essere è
soltanto ciò che «si dedica agli uomini?». La maniera in cui l’essere «si
distoglie e si ritira nell’assenza» sotto il dominio del nichilismo, non
costituisce anch’esso uno dei suoi modi di «dedicarsi»? E d’altronde, l’essere
e la «dedizione» possono essere anche solo dissociati? «Parlare di una
“dedizione dell’essere”», conclude Heidegger, «rimane [...] un espediente, e
del tutto problematico, perché l’essere consiste nella dedizione, in modo tale
che questa dedizione non è mai soltanto qualcosa che può aggiungersi
all’“essere”». D’altro canto, se è vero che, come dice Jünger, l’uomo subisce
il nichilismo, è altrettanto certo che è stato proprio lui a crearlo. «Se nel
nichilismo il niente giunge a dominare in modo del tutto particolare, allora
l’uomo non solo è riguardato dal nichilismo, ma vi prende essenzialmente parte.
Ma allora anche l’intera “sostanza” umana non sta da qualche parte, al di qua
della linea, per poi attraversarla e stabilirsi dall’altra partepresso
l’essere. È l’essere umano stesso ad appartenere all’essenza del nichilismo e
quindi alla fase del suo compimento». Giunge infine la critica principale. Come
quando analizzava L’Operaio, Heidegger rimprovera in fin dei conti a Jünger di
rimanere un discepolo fedele di Nietzsche. Gli rimprovera di non abbandonare la
prospettiva nietzscheana, a suo giudizio metafisica, del «valore» e della
«volontà di potenza». L’idea di un superamento del nichilismo, osserva, si
ricollega chiaramente a Nietzsche; implica la volontà di potenza come mezzo per
realizzare l’oltrepassamento. Secondo Heidegger, però, l’essenza del
nichilismo, invece di avere nella volontà di potenza un antidoto, si compie in
essa. È dunque vano opporre la volontà di potenza al nichilismo come se fosse
lo strumento più adatto per averne ragione, giacché
è
proprio essa ad esserne la causa: «il movimento di continua diminuzione della
pienezza e dell’originarietà all’interno dell’ente nel suo insieme è non solo
accompagnato, ma determinato da un accrescimento della volontà di potenza [...]
La riduzione constatabile all’interno dell’ente riposa su una produzione
dell’essere, cioè sul dispiegamento della volontà di potenza
nell’incondizionata volontà di volontà». L’idea di «passare la linea» è dunque
priva di senso in rapporto all’obiettivo perseguito, giacché non può condurre
alla zona del nichilismo compiuto: «Il tentativo di attraversare la linea resta
in balìa di un rappresentare che appartiene all’ambito in cui domina la
dimenticanza dell’essere. Ed è per questo che esso si esprime ancora con i
concetti fondamentali della metafisica (forma, valore, trascendenza) ». La
metafisica continua quindi ad essere la «patria» del saggio Oltre la linea,
così come già era la «patria» de
L’Operaio.
Jünger, dice Heidegger, intende superare il nichilismo, ma il suo dire resta
quello del nichilismo. Il linguaggio della metafisica della volontà di potenza,
il linguaggio della Figura e del valore, nato dalla metafisica occidentale ed
in quanto tale fonte basilare del nichilismo attuale, viene conservato
mentalmente da Jünger anche quando la linea è stata «passata». Esso «conserva
anche al di là della linea lo stesso senso che aveva ne L’Operaio, cioè il
senso di ciò che è “conforme alla forma”». In queste condizioni, come si può
parlare di «superamento»? Si impone perciò il quesito fondamentale: «Il
linguaggio della metafisica della volontà di potenza, della forma e del valore
deve essere salvato al di là della linea critica? E in che modo, se proprio il
linguaggio della metafisica e la metafisica stessa, sia essa del Dio vivente o
del Dio morto, hanno costituito in quanto metafisica il limite che impedisce il
passaggio oltre la linea, cioè l’oltrepassamento del nichilismo? Se le cose
stessero così, l’attraversamento della linea non dovrebbe necessariamente
implicare una trasformazione del dire, e richiedere un mutato rapporto con
l’essenza del linguaggio?». L’approccio proposto da Heidegger è diverso. Si
tratta di «meditare sull’essenza del nichilismo, [cioè di] imboccare
innanzitutto la via che conduce a una localizzazione dell’essenza dell’essere».
Sennonché, «la questione dell’essenza dell’essere si estingue se essa non
abbandona il linguaggio della metafisica, perché il rappresentare metafisico
impedisce di pensare la questione dell’essenza dell’essere». Tutto dipende
dunque in definitiva dal «giusto dire». Non riusciamo ad uscire dal nichilismo
perché il nostro dire non è «ancora capace di corrispondere all’essenza
dell’essere». In ultima analisi, l’essenza del nichilismo risiede nella
metafisica, ovvero nell’oblio dell’essere; e, viceversa, la «memoria»
dell’essere coincide con il compimento della metafisica. Un vero «superamento»
del nichilismo non consiste pertanto nel «passare la linea» (che finirebbe solo
con l’estenderla). Consiste nell’«appropriazione» della metafisica, nell’appropriazione
della «raccolta dell’essenza che si dichiara nel pensiero metafisico
dell’Occidente», e prima di tutto di
quella
caduta nell’oblio dell’essere che ne è la caratteristica essenziale. Per fare
ciò, il «pensiero fedele» deve chiarire l’essenza della metafisica. Deve
oltrepassare la metafisica, per farvi ritorno onde coglierne l’essenza
riappropriatasi del suo luogo, della sua dimora. Questa «appropriazione» della
metafisica non è ovviamente una restaurazione. È anzi la condizione che rende
impossibile ogni restaurazione della metafisica, in quanto chiarisce
radicalmente il problema del nichilismo in cui essa è finita, e nel contempo
consente di uscirne. Punto estremo del compimento della metafisica, il
nichilismo si svela per quel che è quando si svela anche l’origine di ciò che
lo ha prodotto: «la località dell’essenza del nichilismo compiuto sarebbe
dunque da cercare là dove l’essenza della metafisica dispiega le sue
possibilità estreme e in esse si raccoglie». In definitiva, la questione del
superamento del nichilismo si risolve nel quesito «che cos’è la metafisica?»
posto da Heidegger nel 1929, un anno prima che venisse pubblicata La
mobilitazione totale. In altri termini, per lasciarsi il nichilismo alle spalle
(per lasciarlo in quel luogo che conferisce alla metafisica la sua provenienza)
occorre innanzitutto penetrarne l’essenza: «invece di volere oltrepassare il
nichilismo, dobbiamo prima raccoglierci nella sua essenza». In tal modo si
constaterà che l’essenza del nichilismo è l’«insano», ma anche, in quanto tale,
una «indicazione verso l’indenne». Nel pericolo estremo cresce ciò che salva.
Un approccio di questo genere obbliga a meditare e a sperimentare il dire che
indica l’ambito dell’essenza del nichilismo e dell’appropriazione della metafisica.
In ciò risiede il più grande sforzo a cui possa sottoporsi un «pensiero
rammemorante» che è «salvezza [...] di ciò che ci è stato destinato e, nel
destino, tramandato». Proprio a una meditazione simile a quella a cui Heidegger
lo invitava, Jünger pare essersi dedicato da ormai parecchi anni. Il 16 agosto
1982 egli dichiarava a «Der Spiegel»: «La mia passerella fra il presente e il
futuro è la meditazione». Fra Cacce sottili e Avvicinamenti, droghe ed
ebbrezze, il tempo è trascorso. Giunto alla tarda età, oltrepassato
personalmente il «meridiano del nulla», amato soprattutto da chi non lo
capisce, ma non di rado capito da chi non lo ama, Ernst Jünger non ha più
niente da difendere o da condannare. Oberato
anno
dopo anno dal sentimento dell’essere, come Iperione, straniero in patria e
nondimeno pervenuto allo stadio degli onori, può posare sulla propria opera uno
sguardo sereno, con l’occhio dell’entomologo. Al termine della sua vita, ha
scritto Günther Bartsch, «ritorna in un certo senso a Goethe come alla propria
origine». Egli ha seguito infatti l’«itinerario goetheano» che si rispecchia
nell’espressione: «Quando sarò stanco dicercare, potrò scoprire quel che ho
trovato». È passato dalla passione al distacco, dall’espressionismo al
«romanticismo d’acciaio», poi dal «realismo eroico» al classicismo. Ha preso le
distanze da tutti i tipi di impegno. Ha finito persino col superare il
principio di alternanza, che Montherlant riconduceva ad un principio di
equivalenza, all’ombra di una sorta di forma occidentale di scintoismo, la
religione che un giorno ha definito «fatta a [sua] misura». Spinto
successivamente da un polo all’altro di se stesso, può ormai realizzare la
sintesi decisiva, accedere allo stadio dell’Anarca, figura sovrana che pone in
consonanza distanza e potenza dominando il tempo. Questo rapporto con il tempo,
che Jünger ha esaminato in Al muro del tempo (1959) richiamando l’immagine
della Clessidra che «aspetta» di essere rovesciata, non è mai stato ben capito.
Jünger ha quasi subito percepito intuitivamente quella possibilità di dominare
e «abolire» il tempo che il fratello Friedrich Georg considerava un attributo
del dio Pan. Solo in casi eccezionali, del resto, nella sua opera si incontrano
termini come «moderno» o «modernità», che evidentemente non hanno per lui un
grande significato. Come Heidegger nella sua casa nella foresta, egli ha «fatto
la scelta inattuale della vita in campagna, a Kirchhorst o a Wilflingen, in
case circondate da giardini in cui non ha timore a praticare il lavoro del giardiniere»
(Julien Hervier, Ernst Jünger et la question de la modernité, in «Revue
d’Allemagne», XIV, 1, gennaio-marzo 1982). Scrive nelle pagine conclusive de Il
nodo di Gordio: «Il ritorno è impensabile senza un centro immobile. [...] Se
assumiamo che al centro del divenire, visto come l’asse di una ruota, vi sia un
nucleo interno immobile privo di tempo e di estensione, possiamo anche supporre
che qui si incontrino le costellazioni come, ad esempio, il “prima” e il
“dopo”, l’“io” e il “tu”, l’“Oriente” e l’“Occidente” [...] In fondo, esiste
soltanto un ritorno. Si basa sul fatto che l’uomo riconosce nel tempo
l’emergere dell’eterno. Così il mondo acquista densità; e questo
riconoscimento, il ricordo o anche la venerazione, ne fanno parte. È la
partecipazione dell’uomo alla realtà: senza di lui, questa non potrebbe
esistere». Siamo sempre alla coincidenza dei contrari, o addirittura al ricordo
di un’antichissima cosmogonia... In
Eumeswil, il personaggio dell’Anarca è la perfetta incarnazione di quel «centro
immobile». Nell’opera jüngeriana, Eumeswil va collocato nel ceppo dei grandi
«romanzi utopici» di cui Heliopolis già rappresentava un esempio. Le due opere
sono però molto diverse. Jünger stesso ha detto: «Heliopolis è incentrata su
un’esperienza storica realmente vissuta, mentre Eumeswil descrive qualcosa che
esiste in strati assai più profondi. Questi due libri sono, se vuole, due tappe
successive di un’evoluzione che va rappresentata non in forma rettilinea ma
piuttosto come il germoglio di un bambù, nodo dopo nodo, oppure secondo il
principio della spirale richiamato da Goethe: si crede di trovarsi al punto di
partenza e in realtà si sta al piano superiore» (intervista a Jean-Louis de
Rambures in «Le Monde», cit.). Eumewil è inoltre un libro nel quale Jünger crea
di nuovo una Figura (la terza, dopo il Lavoratore e il Ribelle), e questo è
sufficiente a far comprendere che esso occupa un posto centrale nella sua
opera. Jünger, più che in ogni altra occasione, vi si pone come profeta.
L’universo che mette in scena è un universo non ancora nato, e di cui egli
riesce tuttavia già a vedere la fase terminale. La società «mauretanica» sulla
quale regnano il Condor, tiranno dalla sensibilità d’artista, e il glaciale
Domo, suo capo di Stato Maggiore, è successiva alla realizzazione dello Stato
mondiale, ormai così esteso da essere sul punto di disgregarsi. La potenza si
trova di nuovo al centro delle cose: «Sul proscenio si celebra il gioco della
Potenza; dietro, fra le quinte, si svelano le potenze che stanno dietro la
potenza», ha scritto in proposito Armin Mohler. L’Anarca, personaggio dotato di
una straordinaria capacità di adattamento che domina l’intera scena, non è,
come il Ribelle, un semplice avversario di quella potenza che Jünger un tempo
riteneva appannaggio del Lavoratore. Ne incarna un’altra forma. Non è
«l’avversario del monarca, bensì il suo pendant» e in questo appare come una
sintesi del Lavoratore e del Ribelle. L’Anarca è attore nella esatta misura in
cui rinuncia ad essere attore e desidera essere apparentemente «spettatore» per
comprendere l’evoluzione delle cose. In questo modo è perfettamente sovrano. Se
si preferisce, l’Anarca sta al centro dell’universo, non per «localizzazione»
ma per vocazione: pone il centro laddove egli si trova. È il mozzo della ruota
che gira e mette tutte le cose in movimento, è nell’occhio del ciclone. Siamo
quindi di nuovo all’atteggiamento olimpico: l’assoluto del tempo abolisce il
tempo e lo domina. Ma ritroviamo anche un’idea sempre presente in Jünger:
quella di un elemento di permanenza annidato nel cuore di ciò che diviene.
Durante la prima Guerra mondiale, l’intensificarsi della mobilità degli
eserciti portò alla guerra di posizione, all’immobilizzazione dei soldati nelle
trincee. I folgoranti progressi della tecnica sfociavano in un «punto di
perfezione» immobile. E già ne L’Operaio si leggeva: «Più ci votiamo alla
velocità, più dobbiamo essere intimamente persuasi che essa cela un essere in
riposo, e che ogni accelerazione della velocità non è che la traduzione di
un’immortale lingua natale». L’ordine si afferma in mezzo al caos là dove sta
quell’«essere in riposo». Günther Bartsch scrive giustamente: «Ernst Jünger è
un fenomeno naturale che si sottrae ad ogni schema ordinato per affermare il
proprio ordine» («Criticon, marzo-aprile 1975, pag. 48). A ben vedere, e al di
là di tutto ciò che le separa, tutte le Figure create da Jünger sono dei
«centri immobili» in mezzo al divenire. Il Lavoratore è la Figura che
conferisce all’epoca la sua forma fissa. Il Ribelle mantiene intatta, di fronte
alla potenza della tecnica, la capacità di conservare ciò che è sempre davvero
importante. L’Anarca stabilisce il centro con la sua sola presenza. Ed è la
medesima preoccupazione di una libertà positiva a motivare l’apparizione di questi
tre volti. Si potrebbe a tale proposito immaginare uno schema piuttosto
hegeliano, in cui la «tesi» del Lavoratore si oppone all’«antitesi» del Ribelle
prima di sfociare nella «sintesi» dell’Anarca. Non va dimenticato che la
volontà di far coincidere i contrari, di farli entrare in fusione per dar forma
ad un elemento superiore nuovo è centrale nell’approccio di Jünger. Ne abbiamo
già fornito qualche esempio. Ad Henri Plard, il 24 settembre 1978, scrive a
proposito di Nord e Sud: «La mia passione, in questo campo come in molti altri,
è ambivalente, è fra Verdi, di cui visito il monumento in ogni mio soggiorno a
Cagliari, e Il vascello fantasma. Il mare del Nord nelle sue tempeste notturne,
il Mediterraneo in pieno mezzogiorno è Wagner e Nietzsche ancora riuniti».
Nella prefazione alla nuova traduzione francese di Tempeste d’acciaio uscita da
Plon nel 1960, trova questa frase notevole: «Il vasaio dà con le due mani, nel
suo giro rapido, una forma all’argilla. Allo stesso modo, i due avversari hanno
modellato il volto del futuro». Jünger qui parla, beninteso, dei due campi che
si sono affrontati durante la Grande Guerra; il futuro ha preso forma grazie
alla loro azione congiunta. Ma la portata dell’affermazione è più generale.
Bisogna che i contrari lottino tra di loro per produrre. Il nuovo sorge e
prende forma nel mondo soltanto grazie all’azione di forze antagoniste,
cosicché tali forze, per quanto opposte possano essere, sono nel contempo
nondimeno alleate per dar vita a ciò che verrà dopo di esse. (Ci imbattiamo qui
in una concezione polemologica della vita, nella quale l’avversario, per
natura, non può mai essere un nemico assoluto ma soltanto una figura
dell’avversione del momento, tutto sommato complementare a quella che le si
oppone). E nulla proibisce di pensare che anche
la
Figura immobile in mezzo a ciò che diviene possa trasformarsi nell’unico
elemento mobile all’interno di un paesaggio completamente fermo. L’opera di
Jünger e le sue apparenti “contraddizioni” debbono essere considerate in funzione
di questa coincidenza dei contrari e della concezione del tempo che in essa si
rivela. Ci si accorge allora che tali contraddizioni sono in realtà punti di
vista che, partiti da posizioni opposte, convergono per rispondere allo stesso
quesito e si collocano ordinatamente attorno allo stesso modo di procedere. La
“frattura” fra il “giovane Jünger” e quello della maturità è in effetti
alquanto relativa, come lo sono del resto tutte le fratture di questo genere.
Là dove vi è rottura, vi è anche continuità. Si capisce meglio, inoltre, da
cosa le opinioni di Jünger traggano la loro “attualità”. La traggono da una
prospettiva sempre inattuale. L’Operaio ne è un esempio lampante. Il libro che
a tanti osservatori è parso il più legato di tutta l’opera di Jünger ad una
determinata congiuntura politica e storica è forse in realtà, paradossalmente,
quello che ne è più distante e proprio da ciò trae la sua permanente attualità.
In altri termini: se Jünger ha saputo identificare con tanta fredda lucidità la
Figura dominante della nostra epoca , è prima di tutto perché ha saputo
prendere nei confronti di essa tutte le distanze necessarie. L’Operaio «non è
un’opera politica», ha confermato Jünger a Daniel Rondeau («Libération», 16
gennaio 1983). In effetti, è molto di più. È inattuale e perciò sempre attuale;
e, viceversa, i saggi e i romanzi di Jünger più visibilmente “distanti” da un
momento preciso vi fanno sempre riferimento in qualche modo essenziale. Nella
concezione della storia implicitamente stabilita da Jünger, sia il passato che
il futuro sono sempre presenti, pienamente attuali. L’era del Lavoratore
prosegue oggi esattamente come quella del «Grande Forestaro». «Lungi
dall’appartenere al contesto storico della Germania del 1933», osserva
Jean-Michel Palmier, «L’Operaio appare come una stella che brilla dinanzi a
noi, nel futuro». In questo libro, che segna massimamente il “passato” del suo
autore, giace in effetti anche il segreto del nostro “futuro”. Jünger stesso lo
ha detto: L’Operaio è «dietro» di lui ma «davanti» a noi. Per il momento, noi
siamo nell’interregno, nello Zwischenreich. A Jacques Le Rider, Jünger ha
detto: «Questo secolo è solo una transizione» («Le Monde-Dimanche, 29 agosto
1982). E a Nicole Casanova: «Siamo nel periodo in cui i vecchi valori sono
morti e quelli nuovi non sono ancora in azione» («Les Nouvelles Littéraires»,
13 ottobre 1977). Ancora immersi in quella «guerra civile mondiale» di cui
Jünger ha visto sorgere i prodromi sotto i suoi occhi, viviamo in una società
in crisi, che non sa più produrre cultura. Siamo ad Alessandria al tempo dei
diadochi, «con tutti quei musei, quei grandi lessici, quelle cineserie da
dotti». Siamo nella «mezzanotte della storia», e la nostra epoca, più che mai,
assomiglia alla «mistura di museo e cantiere» citata ne L’Operaio. L’idea di
«interregno», di cui Jünger ha parlato spesso negli anni recenti, ha origine
nel pensiero di Nietzsche, ed ha costituito uno dei temi-chiave della
Rivoluzione Conservatrice. Jünger le attribuisce tuttavia, come è sua abitudine,
una portata che oltrepassa la politica per toccare la metafisica e il
«cosmico». Non è più semplicemente questione di un «vecchio ordine», che
sarebbe vano voler restaurare, o di un «nuovo ordine» di là da venire, ma di
una cesura ben più fondamentale: «Ci troviamo ad una svolta fra due epoche la
cui importanza corrisponde pressappoco a quella del passaggio dall’età della
pietra all’età dei metalli».È nell’interregno che si scatenano i titani; non
c’è più nessuno che possa metterli a posto. Nell’interregnum, la tecnica
trionfa. E anche il borghese. Oggi, Jünger non potrebbe più scrivere, come ne
L’Operaio: «Rievocando il secolo di storia tedesca alle nostre spalle, possiamo
dichiarare con orgoglio di essere stati cattivi borghesi». Ma qual è
esattamente il rapporto fra la tecnica e il borghese? Entrambi sono “prodotti”
del pensiero razionalista e calcolante: l’avvento della tecnica va di pari
passo con l’ascesa della razionalità egualitaria sostenuta e diffusa dai valori
borghesi. Basta però questo per dire che niente li separa? Non esiste invece in
seno alla tecnica, messa in relazione con il tipo borghese, una profonda
contraddizione fra l’accentuazione degli strumenti di potenza che ne
caratterizza lo sviluppo e il carattere irenico e antipolemologico di un’ideologia
borghese sempre più incentrata sull’ideale edonistico di autoaddomesticazione e
di «felicità» materiale individuale? Lo sviluppo della tecnica sembra creare la
“tentazione” latente di utilizzare nuovi strumenti di potenza nello stesso
momento in cui l’ideologia implicita nell’emergere di questi nuovi poteri
secerne anche il divieto di farvi ricorso. La medesima ideologia e il medesimo
tipo darebbero in tal modo vita contemporaneamente alla sfida e a ciò che
proibisce di raccogliere la sfida al suo livello, per impedire che la tecnica
diventi fine a se stessa. Ne L’Operaio, Jünger diceva: «Per intrattenere una
relazione autentica con la tecnica, bisogna essere qualcosa di più di un
tecnico». Ma dov’è, oggi, quel «più»? Il regno della tecnica soffre solamente
di un’«assenza di più» o, più radicalmente, si deve ritenere che la tecnica sia
appunto ciò che realizza ineluttabilmente l’annientamento di un «più»? Dire che
la tecnica la fa da padrona solo perché nessuno vuole esserne padrone può, a
prima vista, apparire seducente. Ma in realtà non è proprio la tecnica, per
natura, ad impedire la nascita
di
un “padrone”? Dopo la guerra, di fronte allo scatenamento della tecnica, Jünger
ha prima di tutto creato una figura di resistenza. Il Ribelle è colui che
stabilisce una distanza quasi fisica per mantenere intatte, in disparte, le
chances della libertà. Poi è venuta la Figura dell’Anarca. La distanza si è
fatta mentale e spirituale; non è più in contrasto con la potenza ma sviluppa
al di sopra di essa un’altra potenza maggiormente sovrana. Il problema di fondo
è comunque ormai posto. L’Anarca è semplicemente colui che «si trae d’impaccio
dal gioco» nel momento in cui la tecnica ha già raggiunto (e superato) il
proprio «punto diperfezione»? È la Figura ultima, oppure si può pensare ad
un’altra Figura capace di utilizzare la tecnica non più al servizio delle forze
elementari di distruzione ma anzi per lottare contro di esse? Una prospettiva
del genere è compatibile con quello che possiamo sapere dell’essenza
della
tecnica? L’essenza della tecnica non appartiene alla tecnica ma a ciò che la
fonda. Come ha fatto osservare Jean-Michel Palmier, non è stato lo sviluppo
industriale dei tempi moderni a fare della nostra epoca l’«era della tecnica»,
ma «se oggi viviamo nell’era della tecnica, lo dobbiamo al fatto che il
fondamento storico dell’epoca presente rende possibile la tecnica e si compie
in essa». Sennonché, per «pensare» l’essenza della tecnica, occorre pensare
qualcosa di diverso dalla tecnica. Heidegger lo ha indicato: così come accade
per l’essenza del nichilismo, solo partendo dall’essenza della metafisica può
essere compresa l’essenza della tecnica moderna. Si conferma perciò che
l’essenza della tecnica non è neutra, e questo spiega perché, lasciata a se
stessa, la tecnica obbedisca alla propria essenza, riveli la propria essenza
esercitando sul mondo un’azione distruttiva. Ma se la tecnica, persino nella
sua essenza, non è neutra, come si può sperare di dominarla? Come può l’uomo,
che abita l’essenza della tecnica, sperare di farne il proprio «strumento» in
modo positivo? Eppure, se è vero che i contrari sono sempre destinati a
coincidere, e che per uscire dal nichilismo dovremo tornare all’essenza del
nichilismo, così come per porre fine alla caduta nell’oblio dell’essere dovremo
tornare all’essenza della metafisica, forse dovremo anche prendere in
considerazione l’ipotesi di tornare all’essenza della tecnica. Heidegger ha
sovente citato il verso di Hölderlin: «Là dov’è il pericolo, là cresce anche
ciò che salva» (Patmos). Il concetto vale anche per i deserti: essi formano
«uno spazio a partire dal quale l’uomo può conservare la speranza e condurre la
sua lotta, ed anche trionfare». La tecnica rivela così tutta la sua
ambivalenza. È il più temibile dei pericoli, poiché occulta il campo di
apertura della verità, ma nel
contempo
è «un modo del disvelamento [...] cioè della verità (Heidegger, Saggi e
conferenze. Supremo pericolo e forse zattera di salvataggio, essa esprime
l’oblio più completo della questione dell’essere (Seinsfrage), ma nel contempo
è il modo attuale in cui l’essere ci sirivela. È quel modo di dissimulazione e
di disvelamento che a detta di Heidegger deve essere inteso come provocazione
(Heraus-Forderung ed appropriazione (Gestell). Uscire dal nichilismo prodotto
dall’oblio dell’essere significa far ritorno per «riappropriarsi» dell’essenza
del nichilismo, dell’essenza della metafisica, dell’essenza della tecnica.
Significa trovare le condizioni di un nuovo inizio, ricollocando l’uomo in un rapporto
col mondo diverso da quello instaurato da due millenni di metafisica
occidentale. Ma l’uomo è capace di un simile sforzo? Ne è capace da solo? Il
grande problema sul quale Jünger non ha mai smesso di arrovellarsi è quello del
senso. L’interrogativo che egli si poneva all’indomani della prima Guerra
mondiale era: come dare un senso al sacrificio dei soldati morti? Ne L’Operaio
riteneva che la creazione di forme resa possibile dalla tecnica avrebbe dato
vita ad un ordine equivalente ad un nuovo significato. Oggi, dinanzi allo
scatenamento della tecnica, il problema si ripropone: come restituire un senso
alla vita degli uomini? La metafisica occidentale, che sta giungendo a sua
volta al «punto di perfezione», ha provocato la morte o la partenza degli dèi.
Anche per questo è sfociata nel nichilismo e nello scatenamento delle forze
elementari titaniche: la morte degli dèi lascia campo libero ai titani. In
passato, una situazione analoga si è già verificata, e il pericolo
rappresentato dai titani è stato superato. Gli dèi hanno domato i titani. Hanno
incatenato Prometeo. E la maniera in cui hanno condotto quella guerra contro i
titani ci dice anche in che modo potrebbero condurla di nuovo in futuro. Il
mito, descrivendo questa lotta contro un elemento titanico sempre pronto a
rinascere, sempre pronto ad approfittare della rottura dell’alleanza fra gli
dèi e gli uomini, ci parla ancora una volta. Ci dice ciò che, se lo vogliamo,
accadrà. Il regno della tecnica provocherà lo sconforto più estremo. Gli dèi
dovranno di nuovo affrontare i titani per mettere fine al caos. La caduta dei
titani avverrà. L’interregno finirà. Sorgerà un nuovo inizio. Che fare per
affrettare il ritorno degli dèi? Nei tempi antichi, gli uomini creavano gli
dèi, così come gli dèi creavano gli uomini. Gli dèi avanzavano incontro agli
uomini, poiché costoro si trovavano in uno stato d’animo, aderivano ad una
concezione del mondo atti a rendere possibile quell’“incontro”. Uomini e dèi si
trovano pertanto in un rapporto di reciproca creazione, di reciproca
dipendenza. Sono gli uni condizione degli altri. Per Heidegger, essere poeti in
un tempo di disagio significa essere attenti alla traccia degli dèi fuggiti e
al richiamo degli dèi futuri. Egli cita anche la frase di Hölderlin: «Ciò che
resta, i poeti lo fondano», che Jünger riprende ne Il nodo di Gordio (1953).
Solo l’atteggiamento poetico, infatti, può percepire la presenza di una forza
divina soggiacente al caos. Tentato per qualche tempo, all’indomani della
Seconda guerra mondiale, da alcuni aspetti del pensiero cristiano, Jünger oggi
evoca con sempre maggiore insistenza gli dèi. Constata che gli antichi dèi sono
partiti: «Gli dèi non ripassano più per il nostro cammino». Evocando il futuro,
dichiara: «Due esiti sono possibili. O sarà lo Stato-formicaio, quale lo
descrive Huxley, oppure accadranno cose che non avranno più granché a vedere
con la politica, ma semmai con la teologia o la teofania. Gli dèi in persona
faranno la loro comparsa. Questa era l’opinione, fra gli altri, di Hölderlin, di
Nietzsche e, più vicino a noi, di Heidegger. Per quanto mi riguarda, io mi
attengo alla più stretta neutralità. O piuttosto direi, cum grano salis, che
preferisco osservare il corso delle cose. Lasciamo prima che gli dèi si
mostrino. Cosa che io non considero affatto impossibile: più la storia si
restringe, più lascia campo libero agli avvenimenti extrastorici. Dopodiché, ci
sarà sempre tempo per prendere una decisione». A Jean Plumyène, nel 1977, dice
inoltre: «Nietzsche e Heidegger attendono la comparsa degli dèi. Al punto in
cui siamo, bisognerà pure che avanziamo in direzione degli dèi. Vero è che
occorrerebbe anche che qualcosa venisse dall’Altro Lato. Che anche gli dèi si
avvicinassero a noi. Come quando si costruisce un ponte... ». Ed aggiunge: «I biologi
si danno alle manipolazioni, creano nuove attitudini. Altri vogliono ritornare
alle cose divine. Questi tecnici sono dei nuovi titani. Presto incontreranno
gli dèi. Nessuno sa cosa accadrà allora». Tre anni dopo confida a Gilles
Lapouge: «La solitudine dell’uomo aumenta, il deserto si estende attorno a noi,
ma forse è nel deserto che gli dèi verranno [...] Gli antichi dèi, concordo con
il parere di Nietzsche, sono morti. Ma gli dèi sono necessari, e dobbiamo andar
loro incontro» («La Quinzaine Littéraire», 16 febbraio 1980). L’era
dell’Acquario nella quale siamo entrati sarà caratterizzata, secondo Jünger, da
un’intensa spiritualizzazione. Ma l’ingresso in questa era passa attraverso una
fase brutale, elementare e titanica: «Ho grandi speranze, ma non nel nostro
tempo attuale». La situazione odierna è tragica. Da una parte, l’uomo non può
sottrarsi al destino, sfuggire al processo tecnico in corso; dall’altra non
può, per dominare tale processo, ricorrere ad alcuna formula conosciuta. Gli
antichi valori non sono più di alcun aiuto. Saprà Pan, accompagnandosi a
Dioniso e ad Apollo, ad affermarsi ancora una volta come il dio
dell’«abbondanza selvaggia»? Ernst Jünger si riserva la risposta e conserva il
segreto: fra “alchimia” ed entomologia, ci lascia un’«opera al nero». La fine
del regno dei titani esige una rivoluzione, che non sarà necessariamente una
rivoluzione degli uomini. Sarà piuttosto una rivoluzione della Terra. Ma anche
i titani sono figli della Terra. Il 24 settembre 1978, Jünger ha scritto a Henri
Plard: «Il Lavoratore è un titano e, in quanto tale, un figlio della Terra;
segue, come dice Nietzsche, il senso della Terra, e ciò sino al punto stesso in
cui sembra distruggerlo. Il vulcanismo si intensificherà. La Terra non farà
soltanto sorgere nuovi generi, ma anche nuovi ordini. Il Superuomo appartiene
ancora alla specie [...] Per cominciare, il rovesciamento degli dèi è l’assalto
materiale al mondo paternalistico, con i suoi principii, i suoi preti ed i suoi
eroi è non è ancora terminato. La replica sarà all’altezza dell’attacco.
Esiodo
e l’Edda ritornano attuali». Indice dei nomi
Abellio
Raymond, Ahrens Heinrich, Augstein Rudolf, Baeumler Alfred, Baillet Philippe,
Barbusse Henri, Barrès Maurice, Bartsch Guenther, Benn Gottfried, Berghahn
Volker R., Beumelburg Werner, Bleuher Hans, Bloy Leon, Boehm Max Hildebert,
Bogner Hans, Bormann Martin, Boudot-Lamotte Madeleine, Cacciari Massimo,
Casanova Nicole, Cases Cesare, Cattabiani Alfredo, Chiarini Paolo, Cocteau
Jean, de Maistre Joseph, de Montherlant, de Rambures Jean-Louis, Decombis
Marcel,Dostoevskij Fedor, Driesch Hans, Duesterberg Theodor, Dupeux
Louis,Duplan J.L., Ebeling Hans, Ehrhardt (capitano), Elfe Wolfgang D., Eliade
Mircea, Empedocle, Eschmann, Evans Arthur R. Jr, Evola Julius, Faye Jean-Pierre,
Fischer Hugo, Fischer Karl, Foerster Friedrich W., Forsthoff Ernst, Franke
Helmut, Goebbels Joseph, Goethe Johann Wolfgang,Gracq Julien, Guenther Albrecht
Erich,Hadecke Wolfgang, Hauptmann Gerhart, Hegel Georg Wilhelm Friedrich,
Heidegger Martin, Heinz Friedrich Wilhelm, Heller Gerhard, Herrle Theo, Hervier
Julien, Hielscher Friedrich, Hitler Adolf, Hoelderlin Friedrich, Hoersing Otto,
Hofkes Karl, Hofmannsthal, Huxley Aldous, Huysmans Joris-Karl, Jouhandeau
Marcel, Juenger Ernst Georg, Juenger Ernst Jr, Juenger Friedrich Georg, XI,
XII, Kaempfer Wolgang, Kant Emanuel, Kapp Wolfgang, Karasek Hellmut, Katzmann
Volker, Kindt Werner, Klages Ludwig, Kleinau Wilhelm, Klopstock Friedrich
Gottlieb, Kluth Rolf, Koheler Wolfgang, Kotdze Wilhelm, Krause Friedrich,
Krieck Ernst, Krueger Felix, Kubin Alfred, Lang Fritz, Lapouge Gilles, Laqueur
Walter, Lass Werner, Le Rider Jacques, Léautaud Paul, Leibniz Gottfried
Wilhelm, Lukacs Gyorgy, Lutero Martin, Malaparte Curzio, Mann Thomas, Marcic
René, Marx Karl, Meister Eckart, Meyer Victor, Mohler Armin, Murard Lion,
Neuloh Otto, Niekisch Ernst, Nietzsche Friedrich , Nolte Ernst, Spalek John M.,
17Speidel Hans, Odouev Stépan, 53 Spengler Oswald, Ogriseg Franziska, Stapel
Wilhelm, Paetel Karl O., Stefan Georg, 0Palmier Jean-Michel, Stendhal,
Stoffregen Goetz Otto, 8Patt Walter, Strauss Wolfgang, Plard Henri, Thompson
Dorothy, Platone, Traugott Edgar, Plumyène Jean, Podewills Dorothee, Valentiner
(fratelli), van den Bruck Moeller, Radek Karl, von Clausewitz Karl, Rantzau,
von Grote Hans Henning, Rauschning Hermann, von Harbou Thea, Richter Anton H.,
Rilke Rainer Maria, von Jeinsen Gretha, Rommel Erwin Johannes, von Krockow,
Rondeau Daniel, Rosenberg Alfred, Rossbach, von Rathenau Walther, von Salomon
Ernst, von Selchow Bogislav, von Tevenar Gerhard, Schauwecker Franz, von Trotha
Thilo, Schmitt Carl, Wandervogel, Schneuwly Maurice, Weber A. Paul, Schoeningh
Franz Josef, Weber Max, Schwarz Hans Peter, Weise Bernhard, Scoto Eriugena,
Wieser Harald, Seldte Franz, Winnig August, Sepulcre Jean, Wiss Wilhelm,
Shakespeare William, Wolandt Gerd, Sievers Wolfram, Sinsheimer Hermann, Ziegler
Benno, Solzenicyn Aleksander, Zilius Wilhelm, Sombart Werner, Zuckmayer Carl,
Sorel George, Zylberman Patrick,
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