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Uno si dichiara indipendente e se ne va; l'altro si
raccoglie nella propria intimità, l'ultimo proclama una totale estraneità, duro
lo sguardo eretto all'avvenire, fisso al sole nascente e adirato all'imbrunire
(CCCP, Depressione caspica )
L'opera di Evola non ha avuto
finora la fortuna che merita, o magari si dovrebbe dire che ha avuto
soprattutto sfortuna: la sfortuna dei pregiudizi. E mi riferisco tanto ai
pregiudizi negativi quanto, o forse soprattutto, a quelli positivi. Mi spiego con
un aneddoto. Molto tempo fa, stavo parlando di Evola in un bar con alcuni
amici, tra cui un noto evoliano, e non appena citai Metafisica del sesso,
l'evoliano disse stizzito: Di queste cose non si deve parlare in pubblico!
Singolarmente, lo stesso libro ha occasionato una reazione altrettanto
nevrotica, in un'altra circostanza, in un personaggio legato all'oltranzismo
cattolico tradizionalista; sue le parole: Evola! Uno che ha avuto il coraggio
di scrivere Metafisica del sesso ! Si tratta, naturalmente, di due casi
estremi e persino rivelatori di uno stato di salute alterato, tuttavia sono una
buona sintesi dei modi, entrambi errati, in cui è stata letta l'opera di Evola.
Da una parte quelli che lo hanno adottato come Maestro, con la maiuscola, e
dall'altra quelli che lo hanno considerato un anticristo o poco meno. Per quale
motivo sarebbe anticristo -se per politica o per questioni religiose o chissà
cosa- è argomento che ora non interessa. Tutti gli autori subiscono
interpretazioni maniacali, e non è colpa loro, ma si tratta di fenomeni
marginali, che poco incidono. Invece, nel caso di Evola, pare che marginale sia
la critica storiografica seria, e risulti sommamente eretico chiunque intenda
studiarlo con rigore e discernimento. È indubbio che la cultura ufficiale
manca, e questo rappresenta a sua volta un problema storiografico. Evola è
certamente un personaggio scomodo all'interno di una certa corrente di
pensiero, o di una tendenza intellettuale, che possiamo intanto chiamare di
destra, senza impegnarci troppo sul termine. In questo si trova in buona
compagnia: si possono fare nomi come Jünger, Eliade, Schmitt, Heidegger,
Guénon, Pound, Giménez Caballero... Ora, dopo una fase di polemica, che mi
sembra anche comprensibile, a questi personaggi è stato riconosciuto un valore
culturale e un diritto di cittadinanza, per così dire, nella cultura europea
contemporanea: la cultura ufficiale ha saputo discernere, valutare in
prospettiva storica, accogliere o rifiutare tesi, a seconda dei casi. Le opere
degli autori citati vengono utilizzate con giovamento anche da studiosi
appartenenti ad altre aree politiche, e non certo per il trasversalismo oggi in
voga, ma a seguito di un procedimento di indagine del tutto normale nel mondo
intellettuale. Orbene, questo discorso ha funzionato con tutti tranne che con
Evola. Più che studiato, Evola è stato rimosso. Perché? Non certo per il
livello insufficiente della sua produzione intellettuale, né -di questi tempi-
per le sue posizioni politiche dichiarate. Ecco il problema. E nel porre questa
domanda non ho alcuna intenzione di polemizzare con la cultura ufficiale, né di
lamentarmi che non abbia saputo apprezzare Evola: in fondo è stato pur
studiato, rigorosamente e con le debite condanne, Hitler; quindi perché Evola
no? Personalmente credo che l'abbandono di Evola al culto o alla condanna
dipenda da alcune caratteristiche intrinseche al pensiero di questo personaggio
quantomeno singolare, la cui opera, mentre il tempo passa, appare sempre più
legata all'attualità, e a un'attualità che mette in crisi. E forzando di poco
il mio pensiero arriverei a dire che mette in crisi tutti, tradizionalisti e
modernisti. Ora, dovendo spiegare il perché di questa affermazione, sono
costretto a pronunciare una frase che può apparire un paradosso o una
provocazione, ma che in nessun modo vuole esserlo: si tratta solo della
conclusione abbreviata del lungo discorso che esporrò tra breve. Dunque, Evola
ci ha messo in crisi perché è un grande pensatore moderno. Ho avvertito
che non avevo in animo di giocare al paradosso, e tuttavia un'anticipazione
così drastica della mia tesi mirava almeno a ottenere un piccolo credito dal
lettore, una benevola disponibilità ad ascoltare un'argomentazione, sospendendo
pregiudizi e antipregiudizi. E in questo clima quasi fenomenologico vorrei
inserire qualche domandina che non mi pare troppo scontata: perché mai Evola
dovrebbe piacere alla destra? E perché no alla sinistra? Mi sia consentita una
constatazione che mi sembra eclatante. Com'è noto, Evola non ha mai avuto
simpatie per le ideologie borghesi e capitaliste, né per forme di
interclassismo sul tipo dei partiti democratico-cristiani. Nel suo libro Il
fascismo, che analizza dal punto di vista della Destra, definisce bene la
sua terminologia: Destra significa per lui visione tradizionale del mondo, ed è
parola scritta sempre con la maiuscola, ad evitare confusioni con la destra
economica e politica. In questo libro, la Destra, cioè la tradizione quale la
concepisce Evola, viene differenziata dal fascismo, al quale non può in alcun
modo essere ridotta. Per inciso, non si tratta di una presa di distanze
tardiva, ma della conferma di una posizione già teorizzata nel Ventennio.
L'interpretazione evoliana è nota: se nel fascismo c'è qualcosa di buono, non è
per ciò che esso rappresenta in sé e per sé, magari come supposto movimento
tradizionale, ma per la presenza sporadica di temi che esso ha orecchiato, ha
recepito grossolanamente, e in fondo non ha lasciato germogliare. Orbene,
potremmo passare dalla terminologia evoliana alla terminologia corrente e, con
una semplice operazione di traduzione, riservare il termine destra in esclusiva
al fascismo e al capitalismo. Come risultato si ha che per Evola la tradizione
non è di destra, né ha alcun obbligo di legarsi politicamente o tatticamente
alle forze di destra. Il che potrebbe essere accostato ad alcune sue prese di
posizione non in linea con l'area politica cui viene normalmente ascritto: ad
esempio la sua accettazione del divorzio o la non condanna (quantomeno) dell'omosessualità.
O anche la sua reinterpretazione dell'anarchia in senso personalista.
Naturalmente, la modernità di Evola non sta qui. Per rintracciarla è necessario
ripercorrere le fasi principali del suo pensiero, cominciando dall'inizio. Non
senza far notare che nella sua autobiografia, o autointerpretazione nel Cammino
del Cinabro, Evola si legge come un pensatore in cammino: coglie il senso
della sua opera in un movimento progressivo, dove le fasi intermedie sono
passaggi che acquistano il loro vero significato solo alla luce delle fasi
successive. Come dire: Evola chiede di essere storicizzato; e en passant
lamenta che la cultura ufficiale sia stata chiusa nei suoi confronti privandolo
di qualunque spazio su riviste serie. Ora, all'inizio del cammino intellettuale
di Evola troviamo che egli comincia con l'essere moderno: nel periodo
artistico, quando è all'avanguardia con il futurismo e il dadaismo, e nella
fase filosofica, quando è pienamente immerso nel pensiero idealista. E trovare
un movimento filosofico più moderno dell'idealismo è cosa assai ardua. Il fatto
è arcinoto. Nondimeno impone una constatazione che non ho letto da nessuna
parte. Evola nasce nel 1898, e scrive le sue principali opere idealiste nel
1924, secondo la sua stessa testimonianza. Ora, per avere un raffronto
cronologico, basti pensare che Husserl nasce quarant'anni prima, nel 1859, cioè
è più anziano di due generazioni, e pubblica le Idee nel 1913; Heidegger
nasce nel 1889 e pubblica Essere e tempo nel 1927; per avere un panorama
del clima spirituale dominante nella generazione che precede Evola, o
che gli è contemporanea, si può ricordare che Scheler nasce nel 1874, Weber nel
1864, Cassirer nel 1874, Marcel nel 1889, Jaspers nel 1883, Bultman nel 1884,
Bloch nel 1885, Marcuse nel 1898, Zubiri nello stesso anno, Fromm e Gadamer nel
1900. Ora, senza scomodare la teoria delle generazioni di Ortega y Gasset, pare
evidente che nella generazione intellettuale precedente Evola culmina un
movimento di superamento dell'idealismo, fondato in qualche misura sulla
fenomenologia, che spesso assume toni apertamente post-moderni. Post-moderno
non è una parola che goda di particolari simpatie da parte mia, tuttavia il
riferimento è utile per poter affermare un fatto indubitabile: negli anni
1924-1928, con i suoi due grossi tomi di filosofia idealista, Evola non solo è
moderno, ma è anche attardato nella modernità. Solo negli Anni Trenta arriverà
a scrivere un articolo intitolato: Superamento dell'idealismo. Il nostro
problema è sapere come si arriva a questo scritto incluso nel Diorama
Filosofico. Tra l'altro: com'è noto, Diorama Filosofico è il titolo della
pagina curata da Evola su Regime Fascista : quelli che storcono il naso quando
sentono qualificare Evola come filosofo, dovrebbero spiegare questo titolo. Va
sottolineato che il pensiero moderno non consiste solo in certe idee, o in
determinate concezioni, da contrapporre ad altre idee definibili tradizionali:
non si tratta di dire che la modernità è soltanto un predicato di idee quali il
Progresso secondo Comte. Prima ancora di questo, il pensiero moderno è un metodo
e un modo di concepire il pensiero esatto e rigoroso, ovvero la filosofia. Se
dico che la filosofia è ancilla theologiae, questo non è pensiero
moderno, anche se non pregiudica affatto il tipo di idee che possono essere
incluse nella nozione di ancilla theologiae; se invece dico che la
filosofia è una scienza autonoma che pone da sé i principi stessi del
filosofare, questo è pensiero moderno: ma con ciò non viene detto quali sono o
debbono essere questi principi, né quali sono i risultati della ricerca. Ho
semplicemente precisato che il ricercare come tale è un'attività che può essere
svolta in molti modi, uno dei quali è moderno. Di conseguenza, l'Evola
idealista è moderno in due sensi: perché le tesi idealiste sono idee moderne e
perché il metodo filosofico usato per formularle è la concezione moderna del
filosofare. Ora, anticipando il discorso, si potrebbe dire che, nel corso del
suo cammino intellettuale, Evola cambia le idee, ma non cambia il metodo. Da
qui la sua costante avversione per filosofie che ritiene vitaliste o
irrazionaliste.
Cerchiamo dunque di vedere
che cosa conduce al superamento dell'idealismo.
Sostanzialmente succede che
Evola ha concepito un sistema di pensiero rigoroso, ma diverso. Per indicare
questa diversità scrive che le sue idee hanno subito una vera e propria
mutazione genetica. Se le parole non sono giochi, l'immagine della mutazione
genetica significa che da un progenitore nasce un figlio appartenente a un'altra
specie. Ma non necessariamente a un altro genere. Nella mutazione qualcosa
cambia e qualcosa permane. L'idealismo considera il mondo come posto dall'Io, e
afferma la coincidenza tra io empirico e Io assoluto. Con estrema sintesi, si
può dire che per Evola accettare questa identificazione è problematico. In
effetti io non posso realmente ritenere che siano posti da me il mondo, gli
eventi imprevedibili, le persone che incontrerò appena svoltato l'angolo.
Tuttavia, nella fase idealista Evola, ponendosi questa obiezione, risponde: sia
pure; ma da questa constatazione non consegue necessariamente che il principio
idealista sia falso o risulti confutato. Poiché intanto questo principio è
evidente come punto di partenza teorico, si può seguire un'altra via e dire:
l'Io che ha posto il mondo si identifica con l'io empirico, ma tale io empirico
non è attualmente in grado di riconoscere il mondo come sua posizione; soffre
contingentemente di una privazione, di una insufficienza che deve essere
colmata. E questo è un compito prioritario, senza il quale ogni speculazione
poggia nel vuoto, o risulta inficiata da una specie di vizio di origine.
Analogamente: se uno è sordo, non può riconoscere nel movimento del disco sullo
stereo il suono della Quinta di Beethoven; perciò, prima che si possa spiegare
il fenomeno del movimento del disco occorre che sia curata la sua sordità: solo
dopo apparirà nella sua piena luce il senso del fenomeno. Per Evola l'idealismo
ha affermato l'identità tra io empirico e Io assoluto, ma si è fermato a metà
strada, limitandosi a un principio teorico privo di controparte reale. Ora si
tratta di colmare l'insufficienza della condizione umana e arrivare a quella
pienezza in cui il mondo è esperimentato come posto dall'Io. Occorre un
procedimento di trasformazione dell'uomo, una prassi. Il tempo della teoria è
finito e, per Evola, inizia un tempo di attività in cui le questioni teoretiche
sono mere astrazioni. Ciò che ancora si potrà dire, appartiene al massimo a una
filosofia della prassi. L'agire a cui la filosofia va a subordinarsi non è un
agire qualunque; è piuttosto un comportamento speciale, e persino tecnico,
attraverso il quale deve essere realizzata la condizione di pienezza dell'io,
va superata l'insufficienza contingente. Com'è noto, si usa una tecnica tratta
dalle culture extraeuropee, o più in generale non moderne. Se la chiamiamo
tradizione, conformemente all'uso che Evola fa di questo termine nel suo
periodo magico, otteniamo che la tradizione è assunta in blocco all'interno di
un sistema teorico moderno, che la fonda e le dà la sua ragion d'essere. Ma,
come ammetterà Evola in seguito, questo schema era errato: falsificava lo
spirito delle culture tradizionali impedendo di comprenderle rettamente. Evola
ha completamente riscritto alcuni suoi libri giovanili, come L'uomo come
potenza, o Il libro del principio e della sua azione. A quel che
sembra, nell'approfondire la cultura tradizionale, Evola si imbatte nel
pensiero di Guénon, e il contatto con il pensatore francese produce, o
occasiona, la mutazione genetica. Tra le nozioni che Evola trae appunto da
Guénon (pur con sostanziali reinterpretazioni che rendono assurdo considerare
Evola un discepolo più o meno autonomo del pensatore francese), vi è appunto la
nozione di tradizione.
Tradizione è qui l'elemento
chiave.
L'idealismo era tutto giocato
all'interno di una concezione processuale della storia: la storia è un processo
progressivo in cui ogni fase supera la precedente, nel senso che è più
ricca, più piena e, in ultima analisi, più vera. In Guénon si ha una concezione
rovesciata: il processo di formazione della cultura e dell'età moderna è un
cammino decadente, un allontanamento dalla pienezza originaria, dalla
condizione di perfezione, attuale alle origini del mondo. (Prescindo ora dal carattere
ciclico, periodico, della decadenza). La tradizione conserva la memoria dello
stato iniziale, insieme ai mezzi con cui l'uomo può reintegrarsi in esso, mezzi
che a loro volta non sono frutto di una speculazione umana, di una teoria
soggettiva: sono tecniche sapienziali, la cui origine si colloca nello stesso
stato iniziale e la cui legittimazione sta nel risultato operativo che possono
produrre. L'ascesi iniziatica annulla la condizione della natura umana
decaduta. Evola prende questo schema, con una reinterpretazione non certo
marginale, che Guénon sembra non aver mai condiviso. Esaminiamo un punto
teoretico che si fa subito problematico non appena l'idealismo evoliano entra
in contatto con questa prospettiva capovolta. Come tutte le teorie, l'idealismo
ha dei presupposti, non necessariamente espliciti. Ora, la sua concezione
progressiva presuppone, in fondo, qualcosa che la filosofia ha sempre dato per
scontato, almeno da Aristotele in poi, cioè che i modi della percezione umana
non cambiano nel tempo. Cambia, naturalmente, l'interpretazione che si dà al
percepito, ma non cambiano i meccanismi della percezione: i sensi fisici, forse
lo stesso funzionamento della mente. Per un greco antico e per un uomo moderno,
uno stesso bosco e una stessa montagna non hanno lo stesso significato; c'è
un'interpretazione diversa, visto che noi parliamo di molecole e gli uomini
antichi parlavano di dèi. Accantoniamo il problema se l'idea della molecola sia
o no un progresso rispetto all'idea della ninfa dei boschi: in entrambi i casi
c'è uno stesso presupposto, e cioè che tanto nell'antico quanto nel
contemporaneo l'immagine della montagna nella retina si forma allo stesso modo.
Non è che noi vediamo concretamente cose che gli antichi non vedevano, né
sentiamo una diversa sensazione quando la nostra mano tocca la nuda roccia.
Posto un oggetto che non avesse subito nessuna modificazione negli ultimi
cinquemila anni, esso sarebbe stato percepito allo stesso modo dagli uomini
vissuti nel frattempo. Questo è indubbiamente un presupposto dell'idealismo e
dell'intera filosofia. Soprattutto, è inevitabile per sostenere una concezione
progressiva. Se cambiassero i modi della percezione e, indipendentemente dal
momento interpretativo, si percepissero immagini diverse, non si potrebbe più
parlare di progresso: immagini diverse potrebbero riferirsi a oggetti
diversi, e avremmo due interpretazioni diverse, collegabili a oggetti diversi,
senza che sia più possibile considerare l'una migliore e più completa della
seconda. Ora, per calare questa considerazione nella realtà, e mostrare in che
senso Evola si sottrae all'idealismo, mi sia consentito un ragionamento per
assurdo. Supponiamo che l'uomo sia un mutante, e che la mutazione ha avuto per
oggetto gli organi della percezione. Di fronte al reale, questo mutante avrebbe
immagini diverse, sensazioni diverse, che verrebbero rielaborate
concettualmente con organi diversi: avrebbe evidenze diverse. In tal
caso non potremmo dire immediatamente che la visione del mutante è un progresso
rispetto alla visione precedente la mutazione. Quantomeno, dovremmo prima porre
il problema di quale percezione sia vera. Ci troveremmo dinanzi a due
concezioni, fondate su due visioni irriducibili perché, anche se fanno
riferimento a uno stesso oggetto (cioè a un oggetto supposto identico)
nascono da due esperienze non omogenee. Un discorso teorico potrebbe, ad
esempio, ricondurre la visione del mutante a una degenerazione fisica, e quindi
parlare di questa visione in termini di decadenza e abbandono di una percezione
normale. Cioè questa visione verrebbe considerata priva di valore intrinseco, indipendentemente
dalle argomentazioni che la fondano e persino dalla sua evidenza di fatto
per il mutante. Orbene, parlando in modo semplificato, ma non troppo, si potrebbe
riassumere il pensiero di Evola e Guénon su questo punto dicendo: l'uomo
moderno è realmente un mutante. E questo è il modo in cui Evola si sottrae
all'evidenza dei principi filosofici moderni, relativizzandoli. In termini
molto formali, Evola ha parlato spesso di un processo -negativo- di
fisicizzazione dell'io, il quale conduce appunto a una perdita di evidenze: non
sono più evidenti nozioni arcaiche quali l'identità tra atma e Brahman,
cioè nozioni che erano la pura e semplice espressione diretta di una realtà di
fatto, esperimentata e compresa in modo immediato dall'uomo di altre epoche
storiche. Fisicizzazione non significa che un'idea si è perduta, fatto banale e
frequente nella storia, ma piuttosto che quest'idea non può più essere trovata
né pensata, perché non può più essere vissuta ed esperimentata la realtà a cui
si riferisce. Un organo si è amputato, e di conseguenza l'idea viene perduta.
Naturalmente, il processo di fisicizzazione non riguarda il modo d'essere del
Principio, cioè di Dio; piuttosto è un cambiamento nel modo di essere
dell'uomo. Si potrebbe anche dire che sono cambiate le forme a priori della
conoscenza, le quali dunque non erano realmente a priori. Si pensi all'idea
evoliana dell'esperienza sovratemporale della temporalità, esposta nelle pagine
introduttive di Rivolta contro il mondo moderno. Abbiamo dunque l'idea
di una perfezione o pienezza originaria progressivamente perduta. Allora
non si tratta più di colmare l'insufficienza dell'io, per tener ferma la tesi
idealista. Le tecniche di realizzazione non vengono più proposte per
raggiungere un momento di perfezione situato nel futuro, e in un'ottica
solipsista; servono invece a reintegrare il soggetto nella condizione di
pienezza già esistita nel passato, nel passato primordiale. C'è una continuità
tra le due interpretazioni: in entrambi i casi la teoresi subisce una
svalutazione rispetto alla prassi; nell'idealismo, perché la realtà si rivela
insufficiente rispetto al principio teoretico; nello schema tradizionale,
perché la fisicizzazione impedisce di cogliere l'evidenza del principio
teoretico (identità di atma e Brahman: cosa non molto distante
dall'identità tra io empirico e Io assoluto). C'è sempre un handicap
iniziale che condiziona il pensare e lo rende, per così dire, spurio.
D'altronde, senza questo limite iniziale la teoresi non avrebbe realmente alcun
senso. C'è poi un secondo e conseguente punto di continuità nel permanente
valore assegnato ai metodi tradizionali di autorealizzazione. Ma c'è anche
un'ovvia differenza. Prima questi metodi si trovavano dentro un contesto
teorico idealista; l'idealismo li fondava o giustificava o in qualche modo li
richiedeva, mostrando l'insufficienza dell'io e postulando un'azione capace di
colmarla. Ora, invece, la situazione è rovesciata: i metodi di realizzazione,
trasformando la persona, conducono a una conoscenza di ordine superiore, e di
conseguenza giustificano, fondano o rendono autorevoli le esposizioni verbali
di questa conoscenza. Le parole del sapiente non hanno valore in quanto parole,
ma in quanto dette da una persona che, attraverso un cammino ascetico, ha
ottenuto una trasformazione e possiede una condizione diversa da quella
dell'uomo della strada. Di conseguenza, l'esposizione della dottrina, in quanto
esposizione, non è più criticabile da chiunque, proprio per il carattere
eterogeneo dell'esperienza del sapiente. Questo non significa che essa abbia un
valore dogmatico: va dato atto a Evola di non essersi mai dogmatizzato e di non
aver mai rivendicato per sé il rango di sapiente che pure si tendeva ad
attribuirgli. Il fatto è molto più semplice: l'affermazione di un mistico, ad
esempio, può non essere condivisa, ma non può essere smontata con la semplice
dialettica: a qualunque ragionamento, il mistico può opporre che parla per
esperienza, e che l'interlocutore vedrebbe da sé la falsità delle
controargomentazioni se partisse dalla stessa esperienza. Il mistico dice che
Dio esiste, perché lo ha incontrato: questo potrà essere considerato fuori
dalla filosofia, ma dentro la mistica è assolutamente inattaccabile. Tuttavia,
anche all'interno di una tradizione sapienziale possono esistere discussioni
nel merito della formulazione del sapere, ma non sul metodo di realizzazione,
ed è possibile che le divergenze nascano dal fatto che gli interlocutori non si
trovano sullo stesso livello di trasformazione o realizzazione spirituale: si
potrebbero dare divergenze relative ai distinti piani dell'ascesi o conoscenza.
Da questo punto di vista, riconosciuto che Evola non si è mai dato seriamente
l'aria del mago, resta pur sempre indubbio che ha posto su un piano più alto il
sapere che presentava attraverso i suoi libri: ha cercato di renderlo
inattaccabile, con argomentazioni che non sono certo prive di interesse. Così
facendo, però, era inevitabile che il suo pensiero assumesse il carattere di un
sistema globale, e inoltre di un sistema chiuso: che io sappia, nessun
discepolo di Evola ha aggiunto niente al pensiero del maestro. Ed è in fondo
ciò che Evola voleva: la costruzione di un sistema globale alternativo alla
visione moderna. Se il metodo tradizionale è autorevole per i risultati che
offre in termini di trasformazione della persona (trasformazione che Evola
colloca sul piano ontologico, e non soltanto su quello psicologico), allora viene
automaticamente aggirato o evitato il fondamento delle dottrine moderne: la
trasformazione ottenuta è una sorta di prova sperimentale del fatto che la
dottrina moderna si basa su principi relativi. Cioè relativi alla pura
speculazione individuale, soggettiva, che non arriva alla realtà profonda delle
cose. Questo carattere relativo di ogni visione meramente intellettuale
potrebbe spiegare il disinteresse di Evola verso correnti del pensiero europeo
contemporaneo che, al loro modo, erano critiche nei confronti della modernità
filosofica e dell'idealismo in particolare: la fenomenologia, la filosofia
della vita, l'esistenzialismo, il personalismo, la cosiddetta scuola di Madrid,
ecc. Abbiamo dunque una visione completamente opposta a quella moderna e altrettanto
sistematica. E come la modernità, con la concezione progressiva della storia,
era giunta a svalutare in blocco il passato tradizionale (salvo gli aspetti che
arbitrariamente interpretava come anticipazioni o germi della nuova era), così
il sistema evoliano nega in blocco la modernità, la svaluta fino alle estreme
conseguenze, con un radicalismo che spesso ha lasciato perplessi anche
intellettuali di ispirazione tradizionalista. Ne è un esempio la svalutazione
del rinascimento. (Veramente, Evola non dà una sua interpretazione del
rinascimento: accetta nella sostanza ciò che ne dice la storiografia moderna, e
ritiene negativi quegli stessi elementi esaltati da tale storiografia. Non
tenta una visione diversa del rinascimento, che tenga presenti elementi in
fondo estranei ai percorsi della modernità, come l'influenza del cristianesimo
ortodosso, la critica dell'aristotelismo, ecc.). Ora, l'antimodernismo di
Evola, si diceva, è una filosofia che risulta da una prassi. Questo è evidente.
Tuttavia è pur sempre necessario che questa prassi sia detta, sia
interpretata. Che facendo certe cose l'uomo arrivi al risveglio, alla
trasformazione, questo può essere un fatto. Ma questo fatto ammette diverse
interpretazioni. Intanto apre lo spazio a un problema teorico: perché un
certo comportamento produce certe mutazioni nella condizione umana? Questo è un
problema teorico: nessuno ci obbliga formalmente ad accettare le risposte che
ne davano gli antichi. Il fatto della mutazione, in sé e per sé, non dimostra
che il cambiamento è un recupero della condizione primordiale; potrebbe
trattarsi dell'acquisizione di una condizione nuova. Ecco allora una
difficoltà: come si fa a dire formalmente, dentro un'esposizione sistematica,
che l'età primordiale è un'età di pienezza, anziché un germe destinato allo
sviluppo? Evola risponderebbe che la tradizione non è un'invenzione, ma un
fatto storico concreto, di cui abbiamo mille testimonianze; e certamente, se ci
occupiamo di storia, le testimonianze non si possono accantonare; vanno tenute
presenti, e soprattutto vanno spiegate. La modernità ha elaborato sistemi
chiusi, con la pretesa di spiegare tutto il passato umano. È nota la
sfida lanciata da Comte: presiederà l'avvenire solo la filosofia che sarà
riuscita a spiegare tutto il passato. Ma le spiegazioni moderne hanno due
caratteristiche. Anzitutto, si tratta di teorie interpretative, evidentemente.
Inoltre sono spiegazioni insufficienti, che trascurano molti ordini di dati:
per esempio, fraintendono completamente il fenomeno religioso, e trascurano la
stessa nozione di tradizione che, prima di essere una teoria, è un fatto
sociologico. Di conseguenza, una spiegazione alternativa di tali fatti,
suscettibile di reggere sul piano storiografico, farebbe emergere nella loro
giusta luce realtà estranee al clima spirituale e intellettuale della
modernità. Da qui il tentativo di Rivolta contro il mondo moderno, come
interpretazione globale della storia. Una visione antitetica a quella del
progressismo, ma storiograficamente fondata. Si potrebbe anche dire che,
rifiutata la teoria pura, la nuova frontiera del pensiero è per Evola la
storia. Le fonti storiche, però, necessitano di un metodo di interpretazione.
Evola utilizza i progressi dell'etnologia, della storia delle religioni, della
filologia e aggiunge anche l'analisi comparata dei dati. In questo è
indubbiamente un pioniere, e la sua attività è estremamente importante per la
conoscenza delle culture extraeuropee. Circa l'analisi comparata dei dati,
sviluppa un metodo personale, che si può non condividere, ma che ha un buon
fondamento razionale e rappresenta un elemento indubbiamente moderno. Per
comprenderlo, basti un rapido raffronto con la comparazione a cui ricorrono
storici come Eliade. Per Eliade, si tratta ad esempio di paragonare una cultura
primitiva, ma sulla quale abbiamo dei dati perché sopravvive oggi, con una
cultura analoga ma antica, sulla quale non abbiamo dati sufficienti, per vedere
se le testimonianze concordano con il sistema culturale conosciuto, e se questo
consente di integrarle. Evola, invece, parte da un'osservazione diversa.
Analizza comparativamente molte tradizioni, anche diverse tra loro, e scopre la
presenza di schemi, strutture, formulazioni comuni e coerenti tra loro.
Ovviamente esistono anche le differenze. Ma, in effetti, a partire dall'idea di
una unità di fondo delle varie tradizioni, o di una loro unità di origine, sono
spiegabili tanto le costanti quanto le varianti -che avrebbero un'origine
umana, contingente, legata alla diversità delle situazioni storiche. Invece, a
partire da una concezione progressista risulta difficile spiegare gli elementi
costantemente presenti nelle varie culture. Lasciamo perdere che questo non è
necessariamente vero e che esistono altre possibili spiegazioni. Accettiamo che
queste coincidenze siano un fatto storico. È chiaro allora che il tentativo di Rivolta
consisterà nel raccogliere ciò in cui le culture tradizionali coincidono, nella
loro realtà storica di fatto, nel mostrarne la coerenza e farne la chiave
di lettura di tutti i dati storici: le varianti, o differenze, appaiono allora
come distacco dalla tradizione unica. Il che, dal punto di vista teoretico, non
è affatto assurdo, anzi è plausibile. Ma nulla di più. A volte si è accostato
questo procedimento di Evola alle interpretazioni tipiche dei movimenti più o
meno gnostici. Non credo che sia un accostamento esatto, a parte la differenza
di rango intellettuale tra la teoria di Evola e i guazzabugli gnostici.
Piuttosto mi pare che Evola segua un metodo di tipo razionalista, e per questo
ne parlavo come di un procedimento moderno. La prima parte di Rivolta
descrive la morfologia della tradizione: non questa o quella tradizione
storica, bensì la Tradizione con maiuscola. E questa morfologia, che delinea
una forma archetipica delle civiltà, è composta dagli elementi coincidenti
delle varie culture. In tal senso, presa una realtà storica complessa, Evola la
valuta secondo un criterio estrinseco, e la divide in due parti di valore
disuguale : la parte in cui essa coincide con le altre culture storiche ha
un rango più elevato della parte in cui diverge dalle altre culture
storiche. Questo è propriamente razionale, e tra l'altro è la ragione
aristotelica quando distingue, e considera di diverso rango, gli elementi
accidentali e la sostanza. Si astraggono, da un gruppo di realtà, gli elementi
coincidenti, che dunque entrano formalmente nella definizione di queste realtà.
E tuttavia, è oltremodo dubbio che esista una sostanza distinta o separata
dagli attributi; è dubbio che si possa dire, del cosiddetto accidente, che è
reale, ma in un diverso grado. Evola raccoglie i dati omogenei, e li definisce
la Tradizione; quindi assegna a questa Tradizione un valore categoriale, e la
usa come chiave di lettura per spiegare i dati eterogenei, o non-tradizionali.
Il che è una pura teoria scientifica. Con una metodologia moderna, e nel
rispetto delle debite procedure, sostiene formalmente una concezione non
moderna. Vi sono altri problemi. È chiaro che, come libro isolato, Rivolta
presenta una tesi plausibile, e niente di più. Questo Evola lo sa bene, e sa
che non gli è sufficiente, gli è necessario un passo ulteriore. L'indagine
storiografica gli ha mostrato, o ha comunicato al lettore, un'idea della realtà
diversa da quella tipica del pensiero moderno. Pertanto, l'intera epoca moderna
ne risulta relativizzata: non potrebbe porsi come assolutamente superiore al
passato tradizionale, laddove si accolga la tesi di Evola. Ma ora questi deve
tentare il salto di qualità per ottenere due risultati. Anzitutto, che non si
tratti solo di contrapporre due modi di vedere la vita: perché è chiaro che
anche l'età moderna relativizza il passato tradizionale. E in secondo luogo,
che la ricostruzione della tradizione non abbia il valore di una mera teoria
interpretativa, e risulti piuttosto una visione confermata dall'esperienza,
cioè fondata su quella prassi di cui si parlava prima. In termini evoliani, la
Tradizione non è semplicemente la situazione dell'uomo nell'età primordiale. Le
fonti di ogni genere, da cui deriva l'idea della Tradizione, non sono
considerate come prodotto di una speculazione personale, ma come traduzione, espressione
in parole, concetti, narrazioni mitiche, di una diversa condizione dell'uomo.
Poiché Evola parla di questa diversità in termini ontologici, diciamo che la cultura
tradizionale è comunque la manifestazione di un'umanità ontologicamente
diversa. L'uomo che ha prodotto questa cultura esperimentava un reale contatto
con la Realtà Metafisica, con il Principio, o il divino. Questo contatto è
esattamente ciò che manca all'uomo odierno, e inoltre è l'elemento che spiega
gli aspetti unitari delle tradizioni storiche. Ora, chiaramente, finché uno non
realizza tale contatto, la Tradizione non gli sembrerà altro che una semplice
ipotesi interpretativa. Evidentemente, nel passaggio dalla fase tradizionale
alla fase moderna è l'uomo che cambia, e non la Realtà metafisica. Se essa è
oggi meno accessibile, non è per un suo decreto, ma per le mutate condizioni di
fatto dell'umanità. L'uomo deve superare un maggior numero di ostacoli per
realizzare l'accesso. Ma in via di principio, la Realtà metafisica rimane
aperta e accessibile. Si tratta dunque di trovare un campo in cui l'uomo
odierno, così come è nelle sue condizioni attuali, possa avere un'esperienza
che, in primo luogo, sia esperienza di tale Realtà, e in secondo luogo sia
irriducibile a qualunque altra interpretazione in termini psicologici o
biologici, o scientifici e intramondani. Inoltre, e come conseguenza del primo
punto, dev'essere un'esperienza virtualmente trasfigurante. Questo è ciò
di cui si occupa Metafisica del sesso. Ho scritto altrove, e lo
confermo, che Metafisica del sesso è un libro di metafisica e non di
sessualità, e che, riguardo al sesso, è il libro più bello che mi sia capitato
di leggere. Questo non esclude che vi si trovino punti da discutere. Non
discuto affatto l'interpretazione evoliana dei testi antichi e dei miti, che
pongono in primo piano la concezione sacra e liberatoria del sesso: come
interprete delle culture antiche Evola ha davvero una sensibilità fuori dal
comune. Però discuto le modifiche che l'interpretazione subisce quando viene
inserita in blocco nel sistema teorico evoliano. Metafisica del sesso
si apre con un'analisi che sottrae il sesso, inteso come esperienza reale, alle
interpretazioni formulate da un punto di vista fisiologico, psicanalitico,
biologico o quel che sia: cioè non si può partire da una cosa che non sia il
sesso per spiegare il sesso, non si può ridurlo ad altro. Va benissimo. Ma lo
stesso Evola dice, con una caduta di stile, che non si tratta dell'esperienza
sessuale quale la vivono un qualunque Armando e una qualunque Mariolina: e
questo non va bene più. Perché, senza rendersene conto, Evola ha spostato tutta
la sua analisi su un piano che non ha nulla a che vedere col sesso. O, se si
vuole, sposta la normale esperienza sessuale su un piano che non ha nulla a che
vedere con la sua analisi. Il che è discutibile. Faccio un esempio per chiarire
questo spostamento. È noto che una grande quantità di sciamani antichi ha usato
la corsa per indurre stati estatici e di alterazione della coscienza. Accetto
pienamente che queste alterazioni, ottenute con il loro contesto rituale,
rappresentino modi superiori della coscienza e non semplici trance;
posso persino ipotizzare che tutti gli sciamani antichi abbiano fatto ricorso a
questo metodo. Ora, io scrivo un libro, e sostengo che tratterò della corsa
dal punto di vista metafisico; e risulta che la corsa è ciò che conduce a
un'esperienza estatica, e non ha nulla a che vedere con la corsa quale la
vivono Armando e Mariolina. Ma allora, che cosa è la corsa di Armando e
Mariolina? E cosa la differenzia dal sesso quale lo concepisce Evola? O il
sesso sarà una qualunque attività che lo sciamano usa a modo suo, prescindendo
da ciò che essa è naturalmente all'interno di qualunque vita umana? Questo
sarebbe assurdo. Naturalmente, Evola non cade in questa semplificazione. Con
una sintesi estrema, ma credo accettabile, sostiene questo: ciò che l'uomo
esperimenta nella vicenda sessuale completa, dall'inizio fino alla fine, è il
contatto con una forza (il termine è inadeguato) che, per così dire, si
impadronisce di lui, lo esalta, lo trascina e poi, nel momento dell'orgasmo, lo
abbandona. La tensione psichica e fisica che la persona vive in questo lasso di
tempo è il contatto con questa forza, o Realtà metafisica. La crisi
dell'orgasmo, parlando in termini evoliani, è anche l'incapacità di restare
dentro questa dimensione, o forza, o Realtà; e se tale incapacità fosse superata,
la persona supererebbe anche la sua condizione umana attuale, decaduta. Il che
chiarisce perché la tecnica sciamanica -tantrica, nella fattispecie- consista
nel ritardare l'orgasmo, prolungando il contatto, fino al punto in cui esso
diventa un abito acquisito. In questo senso, dal punto di vista di Evola,
Armando e Mariolina perdono l'occasione. Tuttavia, il carattere apicale e
vorticoso dell'esperienza dimostra che la perdono in un momento in cui sono già
molto vicini a conseguirla; tant'è che, secondo Evola, l'esperienza stessa non
è riducibile a spiegazioni di ordine scientifico o meramente intellettuale. Si
noterà che qui esistono due momenti: uno è la concezione non moderna del sesso
come tale; l'altro è il rivestimento concettuale creato da Evola che presuppone
una forza, che in fondo è esterna ai due amanti. Ho già detto che il
termine forza è inadeguato, e appartiene alle metafore più o meno
imprecise. Ma deriva dal testo di Evola. Non si tratta di una forza meccanica.
Secondo un esempio dello stesso Evola, l'attrazione tra l'uomo e la donna, che
poi culminerà nel rapporto, si produce analogamente all'attrazione tra una
particella elettrica positiva e una negativa, e questa tensione attrattiva è
l'esperienza della Realtà metafisica. Questo equivale a dire che la persona
maschile è eccitata dalla persona femminile, e viceversa, il che è
perfettamente falso, per incompletezza. Non è affatto vero che l'uomo è
eccitato dalla donna, dall'esterno, e viceversa che lo sia la donna
dall'uomo. La persona umana non potrebbe essere eccitata da un'altra
persona, se previamente non avesse una sua intima e personale vocazione
all'amore -in tutta l'estensione del termine. La persona ha nelle sue vocazioni
anche quella all'amore, e il suo stato di eccitazione nasce dal vedere
nell'altro (altra) la possibilità di realizzare questa parte importante della
sua vocazione. E siccome il principio, o Dio, è trascendente ed anche immanente
alla realtà, c'è lo spazio per ipotizzare la vocazione come un'operazione del
divino, e quindi per considerare l'amore di Armando e Mariolina come una
realizzazione piena ed effettiva di loro stessi e dell'incontro con Dio. E il
limite dell'esperienza non sarebbe dato dal fatto che essi perdono l'occasione
di diventare sciamani, ma dal puro e semplice fatto che non hanno la vocazione
allo sciamanismo bensì alla realizzazione di altre vite. Questa interpretazione
salverebbe tutto il valore delle testimonianze antiche riprese da Evola, ma
senza la frattura che esclude Armando e Mariolina dai benefici del caso. E non
dico che questa interpretazione sia giusta mentre quella di Evola non lo è:
dico solo che essa si muove tra gli stessi dati storici, legge gli stessi dati
di cui tratta Evola. Dunque, in questo contesto, non mi serve per sostenere le mie
idee contro quelle di Evola (cosa che sarebbe estremamente fastidiosa e
impertinente), ma al puro scopo di mostrare la componente dell'interpretazione
personale, sistematica che i dati subiscono. E non potrebbero non subirla. Ci
sono poi altre difficoltà generali che il sistema di Evola deve affrontare.
Prima tra tutte il problema esistenziale. Un uomo che creda nei principi
tradizionali, magari anche solo per essere stato convinto dai testi evoliani,
vive nondimeno nel mondo moderno. Come potrà essere coerente e fedele a se
stesso? Come potrà stare in questo mondo senza appartenergli? A questa domanda Evola risponde presentando
almeno quattro possibilità, o vie, o percorsi.
1. C'è il cammino di chi combatte il mondo moderno sul piano
politico. Vive qui, ma non condivide le proposte di questo mondo e si batte per
cambiarlo in senso tradizionale. È l'aspetto propriamente reazionario del
pensiero di Evola, che purtroppo è stato spesso distorto, neanche si trattasse
di restaurare l'impero romano, o cose del genere. Men che meno di riportare in
vita il fascismo. Se si leggono le pagine de Il fascismo, si noterà che
Evola si propone tra i suoi scopi proprio di salvare il lettore di destra da
un'accettazione acritica del fascismo. Naturalmente non cede nulla alla
sinistra (e l'interprete odierno deve chiedersi quale fosse la sinistra, dentro
il clima di guerra fredda e contrapposizioni radicali in cui la posizione
politica pesava sopra la posizione culturale), e condanna con uguale forza
l'interpretazione che vede nel fascismo un assoluto negativo. Ora, nel chiarire
quali siano gli elementi validi del fascismo, Evola usa come criterio non un
concetto intrinseco a una definizione del fascismo stesso, ma un concetto
estrinseco e riferito a una realtà che preesisteva al fascismo storico: la
Destra, con maiuscola, termine di cui si è già parlato, e che compare come
sinonimo di Tradizione, ugualmente con maiuscola. Una nozione categoriale e
metastorica esamina una realtà storica e decide che cosa in essa ha valore o non
lo ha: è un metodo perfettamente legittimo, ma applicabile a qualunque
movimento politico concreto, senza che mai si possa identificare il criterio
con il movimento. L'ideario politico di questa Destra -termine che Evola,
comunque, dice di non gradire- è formulato ne Gli uomini e le rovine, e
si mostra sostanzialmente coincidente con il pensiero europeo conservatore
dell'Ottocento e del primo Novecento, peraltro moderato rispetto a un certo
ultramontanismo del secolo scorso. Più interessante, semmai, è notare che Evola
non propone l'atteggiamento reazionario come conseguenza logica, inevitabile e
obbligata della visione tradizionale, ma come una via possibile, un percorso
che, accanto ad altri, è praticabile da chi voglia mantenere una sua fedeltà
alla concezione tradizionale dello stato e della società, cercando ovviamente
di calarla nella prassi quotidiana.
2. Nel mondo moderno, l'uomo della tradizione può vivere anche
dedicandosi alla testimonianza culturale, allo studio delle civiltà
tradizionali. È un'attività intellettuale con cui ci si disidentifica dalla
modernità e si evita, con parole di Evola, che questa possa davvero chiudere
ogni orizzonte e proporsi come l'unica cultura possibile.
3. Oppure si può vivere questo mondo come una qualunque condizione
di partenza, forse più sfavorevole rispetto ad altre, per raggiungere la
propria meta della trasformazione interiore, del risveglio, della realizzazione
spirituale: La dottrina del risveglio potrebbe essere considerato il
breviario adatto per questa scelta.
4. Poi c'è l'altro modo: vivere questo mondo, esplorandone le
inedite possibilità, liberi da qualunque forma di fedeltà o giuramento alle
sacre istituzioni ormai inesistenti, e autonomi quanto alla progettazione del
proprio futuro. I valori tradizionali sono allora valori puri, che non vengono
più visti nella loro incarnazione in forme storiche, e che possono ispirare
forme di vita del tutto inedite: Cavalcare la tigre.
Queste sono essenzialmente le
risposte di Evola al problema esistenziale dell'uomo della tradizione nel mondo
moderno. Ma c'è un'ulteriore difficoltà, e stavolta di natura metafisica. È
evidente: Evola esclude comunque la soluzione di diventare moderni; cioè la
modernità è e resta illegittima. Perché? Perché sono illegittimi i valori che
sostiene. Di fatto, la modernità è una decadenza, un allontanamento dal
sacro, un distacco dalla Realtà metafisica. Però, se così è, si pone un
problema distruttivo sul quale -credo- Evola ha meditato per anni: perché è
illegittimo allontanarsi dal sacro quale Evola lo ha definito ? ( È
diverso dal chiedersi: perché è illegittimo allontanarsi dal sacro? punto e
basta. La prima domanda mette in discussione la definizione del sacro,
non il giudizio sul male, sul peccato, o comunque lo si voglia chiamare). In
sostanza, Evola ha fornito una descrizione della Tradizione, uno o più campi di
esperienza per viverla e toccarla -toccarne la fonte: la Realtà metafisica- e
poi una gran teoria su come si passa dalla Tradizione al mondo moderno.
Questo suppone che il passaggio sia concretamente possibile: se è avvenuto, è
perché poteva avvenire. Indipendentemente dal fatto che non doveva,
per una questione morale. Ma se poteva avvenire, questo pone una
questione metafisica. Cioè: dal punto di vista metafisico, che cosa è il
mondo moderno ? Gli uomini moderni sono reali, non sono fantasmi e nemmeno
dèi: come può esistere questa loro realtà di fatto? Qual è la loro ragion
d'essere formale? O, con un altro linguaggio: da dove viene fuori il male? La
realtà moderna esiste illegittimamente, per un atto arbitrario e peccaminoso
dell'uomo? O esiste legittimamente, in quanto è posta in essere dal Principio e
con il suo beneplacito? Questo è il problema. Si potrebbe rispondere che è un
falso problema: a spiegare l'esistenza della modernità è sufficiente la libertà
dell'uomo, che è responsabile della sua scelta: può scegliere il bene o il
male, e se sceglie il male ne pagherà il fio. Certo, si potrebbe rispondere
così; ma facendo appello a una teologia o a una metafisica del tutto
incompatibile con quella di Evola. All'interno delle premesse evoliane, non si
può dare all'esistenza della modernità un valore morale (negativo), senza
entrare in contraddizione con alcune nozioni metafisiche che costituiscono il
sistema. Come dicevo, non si tratta della questione di sapere se è lecito
ammazzare la gente: è chiaro che non è lecito, neanche per Evola; si tratta di
una questione strettamente teoretica: con quale ragionamento mostriamo che non
è lecito, con quali concetti o nozioni, all'interno di un sistema. Il
fatto è che Evola assegna esplicitamente un valore categoriale tanto alla
tradizione quanto alla stessa modernità: tradizione e modernità, entrambe, sono
categorie metastoriche. E in quanto metastoriche non possono essere semplici
progetti di vita umana, elaborati dalle persone storiche. Le persone storiche
possono scegliere il progetto della loro vita (moderno o tradizionale) in
quanto prioritariamente esistono la categoria della tradizione e la categoria
della modernità. Ora, se la scelta umana cade interamente dentro la valutazione
morale, per cui una scelta può essere concreta ma illegittima, una categoria
metastorica non può cadere nella valutazione morale. In sé e per sé, come
realtà previa agli uomini, non possiamo definirla illegittima, senza attribuire
una illegittimità a chi l'ha posta in essere. E siccome non è l'uomo ad aver
posto in essere una categoria metastorica, si dovrebbe dire che la sua
esistenza è frutto di un atto illegittimo del Principio, il che è francamente assurdo.
Ma se la modernità è, come Evola dice e ribadisce più volte, una categoria
metastorica, e non soltanto un concetto storico a posteriori, elaborato dalla
speculazione umana, allora come fa a essere anche illegittima? Significherebbe
che è illegittima una parte della realtà in quanto tale, ma: in virtù di quale
principio? La modernità storica è perfettamente conforme a una categoria
metastorica, cioè metafisica: questo è il problema di Evola. La modernità
sfugge a una valutazione morale. E non è un problema di facile soluzione.
Cerchiamo di definire bene il pensiero di Evola. A volte si è propensi a
pensare che, ad esempio, la Roma arcaica è tradizionale in conseguenza
del fatto che vi è presente la figura del re. Evola invece segue un cammino
praticamente inverso: siccome Roma è una realtà tradizionale (=è caratterizzata
da un contatto operante con la Realtà metafisica), di conseguenza si
struttura in forma monarchica, anziché secondo le regole democratiche del
suffragio universale. (Il re, nell'esempio, sta semplicemente a significare un
certo tipo di ordinamento sociale e statuale che ora è inutile descrivere nel
dettaglio). Dove c'è la tradizione, e proprio perché c'è, abbiamo dunque il re;
invece non è sempre vera l'inversa, che dovunque c'è il re siamo in presenza di
una società tradizionale: potrebbe trattarsi del classico re da operetta. A
dimostrazione, c'è un'idea antica ripresa in Rivolta : in certi popoli,
quando le cose andavano male, le colpe erano attribuite al re e si pensava che
egli avesse perduto il mistico potere di auctoritas, il suo contatto
vivente con la Realtà metafisica. Per Evola, sul piano storico, è tradizionale
il modo in cui si struttura una società quando si fonda sul contatto vivente
col divino; e l'effetto di questo contatto produce un ordinamento che
corrisponde a una categoria metastorica. Di conseguenza, dalle forme storiche
possiamo desumere la Tradizione, come categoria. Ora, questa realtà categoriale
deve spiegare le forme non tradizionali, ma deve anche spiegare metafisicamente
la possibilità che tali forme esistano e che si possa vivere senza il contatto
col sacro. Se il contatto col sacro è la realtà in senso eminente, deve
esistere qualcosa che consenta di essere, di esistere, a una realtà ontologicamente
scissa e separatasi dal sacro. Ora, Evola non può accettare che questa
scissione derivi solo da un atto libero dell'uomo (come ad esempio
accade nel pensiero cristiano), perché precedentemente ha dato credito a una legge
estremamente importante per il suo tentativo di costruire un sistema
alternativo alla modernità: se crolla questa legge, crolla la
spiegazione di tutti i fatti storici, e viene meno la possibilità di
battere la visione progressista. È la legge della decadenza, o legge
della regressione delle caste: la dottrina delle quattro età, dall'oro al
ferro, esposta in Rivolta, e poi in moltissimi altri testi. È un
pilastro della costruzione evoliana. Dà la possibilità di interpretare l'intero
processo storico conservando la differenza di valore tra l'inizio (aureo) e la
fine (ferrea, moderna), in un capovolgimento della concezione di Comte. E come
il progressismo deve sostenersi con una metafisica della storia, che spiega la
ragion d'essere del passato nel momento stesso in cui lo svaluta, così Evola ha
necessità di una metafisica della storia che spieghi la ragion d'essere del
presente nel momento in cui lo rifiuta. E si tratta di ragion d'essere, non di
valutazioni morali. Senza questa caratteristica legale, la modernità ha solo un
valore morale, e diventa ugualmente morale -benché diversamente valutata- la
tradizione. In tal caso viene meno la differenza ontologica tra
l'esperienza tradizionale e quella moderna -cui si era alluso con l'esempio del
mutante- e che era necessaria in chiave antiidealista. Fuori da una concezione metastorica
non si possono spiegare tutte le fasi storiche, e dunque crolla il
carattere alternativo del sistema tradizionale. Ma ciò vuol dire che crolla del
tutto la visione tradizionale, perchè il progressismo continua ad avere la sua
filosofia della storia e a spiegare il passato in funzione del presente. Da qui
la necessità di accogliere come legge una formulazione tradizionale che
potrebbe anche essere interpretata diversamente, come elenco tipologico di
situazioni storiche conseguenti a una scelta storica, e senza implicazioni
metafisiche: è il modo in cui la dottrina degli yuga, o età, compare ad
esempio in Ortega. Evola assume le due categorie come strutture a priori della
storia, e la storia umana è letta nei termini di un processo che, conformemente
a una legge, si svolge in forma ciclica. Dal punto di vista umano, la storia è
il succedersi di cicli che si ripetono: dalla tradizione alla modernità, poi
alla tradizione ancora, e via di seguito. Ma siccome questa legge è metafisica,
ecco la possibilità di domandare: perché la modernità sarebbe illegittima?
visto che non è affatto una realtà umana, troppo umana. Tra l'altro, il
discorso di Evola, in modo perfettamente coerente, poggia su una ben precisa
concezione del divino: questi opera sia la manifestazione, o produzione di
cosmos, sia la dissoluzione o riassorbimento del cosmos, ciclicamente. E non si
vede perché sarebbe intrinsecamente illegittimo dare una mano alla divinità
dissolvente, diventando moderni. Evola risponderebbe che non si tratta di una
questione morale, ma di una questione di fatto: seguire un archetipo è
immortalante, seguire l'altro è dissolutivo, disgregante. È un processo
oggettivo, o karma. Il quale, intanto, è un'interpretazione e non un
fatto. Ed è un'interpretazione molto statica e concettuale. Inoltre, il karma
riguarda la singola persona e non l'intera realtà, della quale l'io può
perfettamente disinteressarsi: sarò o non sarò mortale, a seguito di quello che
ho compiuto io, e non in relazione al fatto di vivere in un mondo dissoluto. Ma
il processo karmico, inteso come conseguenza oggettiva delle mie scelte, non
può né legittimare né delegittimare: semplicemente, agisce a posteriori, ed è
perfettamente possibile che il karma distrugga una persona per un certo
atto, ma non un'altra per lo stesso atto: se San Francesco fosse andato a fare
il falegname, il suo karma lo avrebbe distrutto. Ma ciò non significa
che fare il falegname sia illegittimo in sé. Dunque non si vede perché essere
moderni sia illegittimo in sé. Tra l'altro, su questa illegittimità non
sarebbero d'accordo intere tradizioni, come lo Zen, tanto per citarne una. O il
cristianesimo, che appunto veniva considerato da Evola una tradizione a metà.
Insomma, qui c'è un blocco teoretico: il fondamento del sistema evoliano è tale
che o fonda la concezione della storia o fonda l'etica, ma non può fondare
entrambe senza distruggersi. Tira da una parte, o tira dall'altra, Evola ha lo
stesso problema dei teorici della modernità: non spiega tutto. Per questo non
va oltre il livello di una interpretazione. Affascinante quanto si
vuole, ma non assoluta. Bisogna dire che la strutturazione della cultura
tradizionale in sistema alternativo alla modernità è un fenomeno generalizzato,
soprattutto nell'Ottocento (il che è già sospetto). Evola non è il primo a
compiere questa operazione, anche se è l'unico al quale essa riesce bene.
Sistemi chiusi si hanno nelle ideologie reazionarie, nel tomismo, nel monismo
di Guénon, e via dicendo. Occorre però notare che questo carattere di sistema
chiuso appartiene alla formulazione teorica e concettuale della tradizione: una
formulazione che, dal puro punto di vista cronologico, avviene in epoca
moderna. È un dato che conviene tenere a mente; ma intanto proviamo a
chiederci: nella realtà delle culture tradizionali vive, nel loro modo di
riflettere su se stesse, di formulare le idee fondamentali e vigenti cui si
riferivano, è effettivamente presente questo carattere di chiusura e di
ideologia? Le civiltà tradizionali, insomma, furono ideologiche e totalitarie?
A esser prudenti si può rispondere che almeno non lo furono tutte, anche se mi
sfugge ora quale possa essere una civiltà tradizionale perfettamente in regola
con i requisiti richiesti dai tradizionalisti. Il sistema concettuale tradizionalista
-e prendo quello di Evola perché è l'esempio più perfetto di questo genere- è
chiuso e globale perché non tratta di una sola cultura, ma di tante culture
tradizionali; in via di principio, di tutte le culture tradizionali: della
Tradizione in genere e categoria. Da qui la sua globalità, nel senso che non
lascia fuori nulla di essenziale. Però, se ci spostiamo nella realtà delle
culture non moderne, ci si pongono dinanzi tante culture che non sono
unificate da uno schema teorico. Dentro una cultura tradizionale viva, non
cogliamo tanto l'unità di fondo con le altre culture, ma la sua organicità, la
sua intrinseca complessità, il suo corpo di tradizione singola e ben
differenziata dalle altre. Per fare un solo esempio: è evidente che esiste un'unità
di fondo tra le lingue indoeuropee; però, quando queste lingue erano parlate,
la realtà immediata mostrava la complessità del latino e accanto la
complessità del greco: due complessità diverse tra loro, al punto che il
parlante latino non capiva il greco e viceversa. Ma ciascuno dei due sentiva il
corpo della sua lingua come un'unità organica, nella quale non avrebbe potuto
distinguere gli elementi indoeuropei da quelli nati chissà dove e chissà
quando. Né la cosa cambia se ci si sposta sul piano dei riti, o se si cerca di
rintracciare l'unità delle tradizioni all'interno di una storia religiosa fatta
di riformatori e polemiche teologiche a non finire. Che a posteriori uno
studioso sveli la presenza di identità di strutture tra il mondo greco e quello
latino, può significare tante cose, ma non implica affatto che sia legittimo
prendere una cultura e separare, come se fossero pezzi assemblati, alcuni
elementi da altri, imponendo dall'esterno a questa cultura una
differenza tra ciò che vi era tradizionale e ciò che vi era moderno: questa è
pura astrazione. Poi bisogna tener conto che una cultura cambia nel tempo: ciò
che essa è nell'anno 300 a.C. è completamente diverso da ciò che è nel 100 a.C.
Dunque, per cercare strutture che coincidano con altre culture occorre prima
ridurre a un sistema unico le fasi storiche attraversate da ogni cultura:
dobbiamo estrapolare gli elementi che, dal 300 al 100 a.C. sono rimasti
identici e costanti. E intanto questo significa prescindere dalla realtà di
fatto che quella cultura era un sistema aperto al cambiamento: tant'è che è
cambiato (si pensi a quanto cambia Roma tra queste due date). Ora, il puro
fatto che la cultura cambia, obbliga a pensare che la sua tradizionalità
(l'aspetto per il quale è tradizionale) è problematica. Cioè, tolto il
momento primordiale dell'età aurea abbiamo che ogni cultura, in ogni momento
storico è parzialmente tradizionale. Ma questo impedisce
all'interpretazione evoliana di dire in che cosa sia tradizionale, secondo un
punto di osservazione intrinseco. Possiamo dire in che cosa è tradizionale una
certa cultura, in un certo periodo, solo se la guardiamo dall'esterno. Il che
significa che finiamo per parlare di un fantasma. Potremmo cadere nei suoi
equivoci, e dare credito ai conservatori che, nel medioevo, ritenevano
tradizionale il romanico e moderno il gotico. Oppure costruiamo un'epoca che
non esiste, parliamo del pensiero indiano accantonando le sue correnti
materialiste, o immaginiamo una civiltà dalla quale abbiamo previamente
scartato gli elementi che non ci piacciono. Il tradizionalista vedrà un
medioevo incarnato da Tommaso, e privo di Ockam; o difenderà l'autentico
spirito medievale di Ockam, contro la barbara razionalità tomista; ma l'uno e
l'altro parlerebbero di medioevi inesistenti, perchè nella storia vera si
lottava a colpi di scomuniche tra discepoli di Tommaso e discepoli di Ockam. Il
tradizionalista ha una visione teorica del mondo tradizionale; non parla della
tradizione reale, ma di una sua interpretazione concettuale conforme alla
definizione astratta de la Tradizione. Questo è innegabile, e tuttavia non
significa che si tratti di un'interpretazione necessariamente falsa. Ha il
valore di tutti gli schemi concettuali: è teoria. Con quale criterio si ottiene
questa concezione astratta della Tradizione? Non si tratta semplicemente di
difendere ciò che c'era prima, perché questo prima è contaminato: contiene gli
elementi che dopo si ritroveranno in pieno vigore nell'età moderna: bisogna pur
scegliere se aveva ragione Tommaso o Ockam. Dunque, si tratta di difendere nel
prima ciò che non ha rapporti con l' ora, con il presente, che è vissuto come
modernità vigente. Bisogna risalire al passato privato dei segni
premonitori della modernità. Dunque, il criterio per definire la tradizione è
negativo: Tradizione è ciò che non è moderno. Il che significa aver
escluso arbitrariamente che il moderno possa essere tradizionale! E questo non
è un paradosso: per qualunque tradizionalista, Socrate è moderno. A questo
schema, Evola aggiunge il metodo comparativo, e per questo dà una visione più
complessa e riuscita. Soprattutto, la comparazione dovrebbe essere garantita
dal possesso iniziatico della sapienza, susseguente a una tecnica. Ma questo è
aleatorio. Anche all'interno delle tecniche va fatta una distinzione tra i
metodi che arrivano a certi risultati e i metodi che non ci arrivano. Perché ha
valore ciò che si sa a seguito del tirocinio da sciamano, e non ha lo stesso
valore ciò che si sa a seguito del tirocinio da calzolaio? Lo Zen e molte scuole
dell'induismo garantiscono che si arriva alla sapienza anche facendo il
calzolaio. Dunque la sapienza non è affatto garantita dalla scuola di
appartenenza, ma dal valore della persona che si esprime come sapiente. Cioè
giudichiamo della sapienza di un tale a posteriori rispetto alle parole che
pronuncia, e per il solo fatto che queste parole concordano con quanto è
contenuto nel patrimonio tradizionale. E siccome questo patrimonio tradizionale
è fatto a sua volta di parole e di credenze, l'unico metodo per distinguere la
sapienza e la tradizione dalla modernità e dalle idee personali è la
comparazione. La quale comparazione è un metodo a posteriori. E a questo punto
è chiaro anche che è un metodo moderno. Siamo al punto chiave. Quando si è
dentro una cultura tradizionale, un mondo tradizionale, questo mondo è vigente.
L'uomo che viveva nel VII secolo a. C. a Roma, viveva dentro un mondo vigente.
Voglio dire che per lui era presente una sola cultura vigente. Questa
vigenza è un elemento oggettivo che descrive la relazione tra l'uomo e la sua
cultura. L'uomo vive sulla scorta di alcune credenze che gli sembrano certe e
che non pone in discussione; ha un'immagine del mondo che non percepisce come
idea, ma come la realtà stessa. Per esempio, i filosofi medievali riflettevano
sul problema di Dio chiedendosi chi fosse, e non se esistesse: era ovvio che
esistesse, era un elemento vigente nel loro mondo. Naturalmente, non è detto
che questa credenza fosse vigente per tutti; ma nel breve periodo l'esistenza
di un ateo, a titolo individuale, non scalfiva la vigenza del mondo cristiano.
Se oggi il fiume straripa, noi mettiamo mano alle ruspe, e non ci sognamo di
interrogarci circa l'esistenza di un dio del fiume: per noi è vigente la
concezione scientifica dell'acqua e dei fenomeni atmosferici, e perciò non la
mettiamo in questione, la prendiamo come la realtà stessa, e, dovendo andare in
aereo, chiediamo le previsioni del tempo, ma non il parere dell'aruspice.
Orbene, per l'uomo che viveva a Roma nel periodo monarchico c'era una cultura,
un mondo vigente. Ed era una cultura sola: se fossero state due, non sarebbero
state vigenti. Vigente significa che l'uomo vive da questa cultura e di questa
cultura: sa a che cosa attenersi nelle circostanze normali della sua vita. Detto
in altre parole: non ha il problema di scegliere i valori che fondano la sua
esistenza. Ora accade che la tradizione, come tipo di vita conservativo o
accumulativo, nel miglior senso del termine, consente una crescita. È facile
esemplificarlo restando sul piano personale: un contadino che sappia conservare
una parte di ciò che guadagna, lascerà ai figli una certa sostanza, con la
quale essi potrebbero permettersi di trasferirsi in città e avviare un'attività
commerciale. Si noti bene che questo cambiamento quantitativo,
inevitabile prodotto di ogni tradizione, è contemporaneamente un cambiamento qualitativo.
Prima il contadino non poteva scegliere se restare o no in campagna; ora
i suoi figli possono scegliere. Hanno il problema di determinare la vita
che faranno, attuando l'una o l'altra opzione. E dovranno domandarsi chi sono
realmente e che cosa vogliono fare. Ora spostiamoci sul piano sociale: il
mutamento è analogo. Capita che una cultura tradizionale entri in contatto con
un'altra, diversa, eppure anch'essa antica e tradizionale: Roma incontra
la Grecia. È un luogo comune della storiografia scolare: la Grecia vinta
sconfigge Roma sul piano della cultura. Ciò che accade è che, a livello
sociale, ora ci sono due culture, due mondi, due modi di vivere: quello
tradizionale e quello nuovo. Dunque, il mondo tradizionale non è più vigente, e
si può seguire l'uno o l'altro. Ma questo è il meno. Perché non si tratta di un
arricchimento quantitativo di culture; anzi, semmai abbiamo una perdita di
certezze. Ora il singolo deve scegliere. Deve decidere a quali criteri
ispirare la sua vita, a quali idee attenersi: deve sapere che cosa dà
significato alla sua vita e, in ultima analisi, chi ha ragione tra tanti modi
di vedere le cose, chi dice la verità: che cosa è la verità. Ortega ha
segnalato che l'incontro con la Grecia introduce a Roma la modernità: il
circolo degli Scipioni. Ma per chi sceglie il modo nuovo, evidentemente, non
aveva più senso il vecchio. E tuttavia, prima di scegliere il nuovo -o insieme
alla scelta del nuovo- ha dovuto prendere posizione sul vecchio: ecco il
cambiamento qualitativo, strutturale. Quando la tradizione è vigente, non c'è
spazio per prendere posizione su di essa, per metterla in discussione. Quando
il mondo vigente non c'è più, allora la posizione dell'uomo è cambiata: non si
hanno più credenze previe e indiscusse, ma bisogna decidere in cosa credere. E
per farlo, bisogna valutare. Si potrebbe scegliere il nuovo: la modernità.
Però, a partire dalla stessa situazione di assenza di credenze previe vigenti,
e di valutazione dei valori, si potrebbe anche scegliere il vecchio: Catone il
censore e il mos majorum che, si badi, resta tanto vero quanto lo era o
non lo era prima; solo che non è più vigente. Scipione sceglie di
attenersi al nuovo; Catone sceglie di attenersi al vecchio; entrambi
partono da un'identica condizione di perplessità, nella quale debbono decidere
che cosa ha valore e che cosa non lo ha; entrambi hanno bisogno di un metodo
per procedere in questa discriminazione, e debbono inventare il metodo, non
potendo trarlo da una cultura non più vigente: il che equivale a dire che
entrambi scelgono, dopo averci ragionato sopra. Ora, se si accetta che
questo ragionare senza principi assoluti previ è la definizione della
modernità, allora risulta che entrambi sono moderni. È vero che Catone sceglie
il sapere antico. Ma questa è una conclusione. Mentre prima la
tradizione era vigente, e ci si viveva dentro, era la premessa, ora la
tradizione è stata, per così dire oggettivata, trasformata in problema,
analizzata alla luce di metodi razionali (estranei a tale tradizione), e si e
giunti infine alla conclusione che essa ha valore: dopo averci ragionato,
Catone dice che era meglio prima. Ma il punto di partenza sta nel dubbio sul
valore di questo prima, dubbio che si pone dopo il contatto con altre culture
che ne hanno svelato la natura non assoluta. E il prima a cui ci si riferisce è
l'astrazione concettuale del mondo antico senza i germi della
novità. Crollo delle credenze sul piano oggettivo, perplessità e dubbio su
quello soggettivo, movimento della ragione per uscire dal dubbio partendo da se
stessa, teoria concettuale come ricostruzione delle certezze perdute: questa è
esattamente la modernità, e in questo senso Catone e Scipione sono moderni.
Come Evola e Comte. È stato fuorviante contrapporre progressismo a
tradizionalismo, perché si tratta di due opzioni interne alla modernità;
e a sua volta la modernità è sempre un'evoluzione della tradizione, una fase
storica prodotta dalla tradizione. Se si vuole, sarà la prova massima che una
tradizione storica deve affrontare, ma non può esserne la negazione: Cartesio
non è la negazione della filosofia medievale, ma il risultato di una
speculazione che ricomincia da Boezio. Fondate esclusivamente sulla ragione, le
due modernità -quella progressista e quella reazionaria- non potevano non
contrapporsi. L'esaltazione del nuovo in quanto nuovo, e del vecchio in quanto
vecchio, sono astrazioni che hanno creato mondi contrapposti, separando
dimensioni essenziali della vita umana reale, unitaria, dove c'è sempre
qualcosa da conservare o da innovare. Entrambe hanno coltivato l'utopia di una
perfezione che non appartiene all'uomo, e che ha un inevitabile risvolto
totalitario: una volta raggiunta la perfezione desiderata, sia rivoluzionaria,
sia restaurativa, la storia finirebbe, e non resterebbe altro che imporre il
sistema alle nuove generazioni che cercano la loro via e la loro originalità. E
se ora saltiamo alla nostra epoca moderna, quella che ci è più vicina, quella
che non si decide a morire, vediamo che le due esaltazioni ideologiche si sono
combattute senza tregua, senza mai produrre una situazione sociale in cui
l'uomo si sentisse libero e a suo agio. Ciò che sempre hanno prodotto è l'idea
di uno stato genitore, perennemente pronto a spiegare la verità su qualunque
cosa, terribilmente noioso e incapace di comprendere gli slanci creativi o le
nostalgie che ci spezzano il cuore. Un mondo a misura d'uomo non ci è stato
concesso. Ci è stato sempre chiesto di aderire prima a una definizione
dell'uomo, e si è avuto paura di lasciarci la libertà di definirci come ci
pare. Eppure questa libertà è l'essenza della persona umana: l'ente che
determina chi sarà. Ho iniziato questo saggio dicendo che Evola ci mette
in crisi. Ora penso che questa frase sia chiara. Evola è l'altra faccia della
modernità, con le sue ragioni. Il che si può intendere in molti modi, tra cui
questo: Evola costruisce il suo pensiero con gli scarti del mondo moderno, che
sono brandelli di vita umana reale. Chiaro che contemporaneamente scarta altri
brandelli altrettanto reali, cui il progressismo aveva dato voce. E con Evola
bisogna fare i conti. Viviamo in una fase storica in cui ciò che la visione
progressista aveva accantonato si sta prendendo una crudele rivincita. C'è un
tribalismo tornato in auge, che reclama la sua modernità, appoggiato da un
enorme seguito popolare. Abbiamo una guerra tribale alle porte di casa, e
altre, altrettanto tribali, ci giungono con i loro echi attutiti, non tanto da
una censura ideologica, ma dall'imbarazzo di affrontare concettualmente la loro
attuale inattualità. E se come guerre hanno le loro sporche ragioni economiche,
come tribali dimostrano la forza dell'attaccamento all'etnia, alla stirpe,
all'identità culturale. E in fondo stiamo entrando nella post-modernità senza
aver avuto la possibilità di vivere pienamente e senza riserve una condizione
di modernità. Ma fare i conti con Evola non significa diventare tribalisti.
Forse è una possibilità di cui disponiamo per capire il presente e attrezzare
nuove risposte. Non in senso evoliano; almeno non credo. Forse in una direzione
veramente contemporanea: la capacità di convivere con tutte le culture, senza
esclusivismi, senza ricette valide per tutti i casi, e insomma senza razzismi.
Sto scrivendo a Valencia, dove si è deciso di fare professione di fede
catalana: le scritte sui muri invocano l'espulsione di yanquis e spagnoli,
i testi ufficiali della Comunità Autonoma sono bilingui, e il vigile vi multa
in un catalano, o valenciano perfettamente inventato; e se l'importo della
multa è in linea con quello delle altre nazioni europee, il governo regionale
finanzia una dotta Commissione per stabilire le norme dell'ortografia e
l'accentazione delle parole. Colleghi della Facultat de Filologia (accentato
non so come, in attesa dell'ufficial decreto) mi assicurano che mai si è
parlato catalano a Valencia. Trovo tutto ciò immensamente cretino. E non vedo
ragioni per cui il rispetto a una cultura debba condurre all'idea dello stato
etnico o razziale, né perché la pluralità delle culture debba essere conflitto
di culture, a meno che non si applichi quel capolavoro di principio che dice:
ognuno a casa sua. Se questo principio fosse stato applicato, saremmo ancora
all'età della pietra, e chi volesse vedere quali sono i vantaggi di una
tradizione vigente che rimane sempre allo stato puro e incontaminato, non ha
altro da fare che guardare i popoli primitivi. Con tutto il rispetto per le
loro culture, e la vergogna per l'uso del termine primitivo, non mi pare che la
loro civiltà possa reggere il confronto con il nostro periodo alessandrino, o
con la civiltà metropolitana odierna. Non comprendo perché chi chiede rispetto
per la sua cultura non comincia con il praticare questo rispetto per le altre
culture, quindi anche verso chi ama l'idea di una società a dimensione europea,
ama l'universalità, e vuole intrecciare libere relazioni, libere convivenze,
liberi scambi con i diversi. Un mondo di uguali nel sentire è noioso, e nel
dire questo sento dentro di me la ricchezza potenziale della modernità. Il
libro più conservatore che Evola ha scritto, Gli uomini e le rovine, si
apre con una frase singolare. Vi si dice: siccome non c'è più una tradizione
vigente, si pone a ciascuno il problema della scelta della tradizione.
Ognuno può, e in un certo senso deve, scegliere la tradizione a cui
ascriversi. Non è un self-service culturale: è modernità allo stato
puro. Manca solo un passo per domandarsi: e perché non scegliere le condizioni
presenti? e perché non scegliere lo spirito alessandrino? Fare i conti con
Evola non significa che ci mettiamo a tavolino e elaboriamo una bella sintesi
tra il suo pensiero e quello di Comte. Il problema non è teorico. La modernità
non si può né rifiutare né scegliere: è una struttura oggettiva della
situazione storica. E, come moderno, Evola aveva le sue ragioni. Il problema è
solo se ci troviamo in una situazione storica nuova, la cui struttura oggettiva
non è più identica a quella della modernità. Ora, personalmente credo che si
possa sottolineare un cambiamento. Nella fase tradizionale l'uomo non ha
scelta: parte da una certezza e vive dentro un mondo che, magari, coincide con
il suo sentire, ma è solo una cultura che si impone come assoluta. Nella
fase moderna, ha scelta, ma non ha la certezza; tuttavia sceglie con passione,
affidandosi alla sua ragione e ai suoi criteri. Ebbene, oggi non esiste un solo
criterio per il quale metteremmo la mano sul fuoco. Non è una questione di
teoria intellettuale: ognuno ha fatto l'esperienza di quanto siano fallaci i
suoi criteri e di quanti benefici possano venire da un criterio assurdo. Ci
curiamo con la medicina omeopatica, benché non sia scientifica, e non per una
questione di ignoranza, ma perché sappiamo che la scienza moderna è un'ipotesi
come quella antica. La medicina omeopatica funziona: questa è una credenza
sociale o una leggenda metropolitana: chissà? Perché funziona, è cosa che non
ci interessa. Lo scienziato, attardato nei suoi assoluti, dirà che non può
funzionare, per il principio di Avogadro; il raffinato teoreta potrebbe
obiettare che il cosiddetto principio di Avogadro presuppone nientemeno che una
concezione dell'essere che è ben lungi dall'essere evidente, ma la realtà è che
viviamo in un mondo in cui tutte le culture ci sono contemporanee, ci sono
davanti, con il loro valore, con le loro ragioni, e senza che noi si abbia un
criterio oggettivo per discriminarle. In questa Valencia, dove sostanzialmente
mi sento a casa mia (anche a casa mia si sente il vento dello stupidario
tribalista: a Trieste vogliono essere autonomi dal Friuli, e in Friuli vogliono
essere autonomi dalla Venezia Giulia; l'unica internazionale in crescita è
quella deli cretini) mi è capitato fra le mani un aureo libretto di Feyerabend,
che l'editore spagnolo ha intitolato Por qué no Platón?, e scorrendo
deliziosamente da un capitolo all'altro (Tesi a favore dell'anarchismo; Il
cammino verso una teoria della conoscenza dadaista) vi trovo un vero e proprio
manifesto di alessandrinismo. Tutto ci è contemporaneo: basta entrare in una
libreria e rendersene conto; il settore catalano, o friulano, è solo un piccolo
spazio tra i tanti, e forse non ci sarebbero stati libri in catalano o in
friulano senza la ricchezza e la molteplicità delle tradizioni, senza il loro
dialogo. E Feyerabend dice: «Ammetto che tutte le culture, tutti i mezzi di
comunicazione, tutte le opinioni hanno lo stesso diritto di esistenza. Un
dibattito è... un intercambio culturale in cui le diverse influenze agiscono
liberamente in tutte le direzioni». Tuttavia, la mancanza di un criterio
oggettivo di scelta non significa impossibilità di scelta, ma piuttosto pluralità
di scelte; perché non si può fare a meno di decidere cosa fare, e allora
bisogna ricorrere a un criterio soggettivo. E questo ha immediatamente
un duplice risvolto. I criteri soggettivi privi di senso cadranno a pezzi di
fronte alla realtà, soprattutto se gli impediamo di imporsi in modo
totalitario. E poi, se la scelta ha da essere soggettiva, sarà necessario che
uno si chieda che caspita vuole: il che lo spinge a domandarsi chi è, a
interrogarsi sul suo progetto vitale o vocazione. Senza la modernità di Evola,
questa ricchezza di culture sarebbe forse perduta: molto più radicalmente di
Spengler, Evola ha infranto l'eurocentrismo, che era una presunzione razzista,
ed ha aperto alle culture altre, che il progressismo ignorava. E tuttavia non è
stata colta la creatività umana come fonte vera delle culture. Ora la parola
deve tornare alla persona, alla sua creatività perennemente alle prese col
mistero del mondo, dell'esistenza e della vita. Né Evola né i suoi avversari lo
hanno risolto. Ha scritto María Zambrano: «Sono permanenti solo le vittorie che
salvano il passato, che lo purificano e lo liberano... L'uomo anticipa sempre se
stesso, se lo si guarda a partire dal presente; se lo si guarda dal futuro,
trascina con sé e lo si vede ancora dipendere dal passato, da un passato
assoluto. Perché in realtà il tempo fondamentale dell'uomo, quello da cui parte
e che lo rende spiegabile, è solo il futuro. E questo andare verso il futuro,
convertito in voto, è stato la caratteristica dell'uomo occidentale. Lanciarsi
in forma decisa e irrimediabile verso il futuro: la sua vocazione».
Gianni Ferracuti
Riferimenti bibliografici
J. Evola, Cavalcare la tigre, Scheiwiller, Milano 1971; id.,
Diorama filosofico, a c. di Marco Tarchi, Europa, Roma 1974; id.,
Gli uomini e le rovine, Volpe, Roma 1972; id., Il cammino del
Cinabro, Scheiwiller, Milano 1963; id., Il fascismo visto dalla
Destra, Volpe, Roma 1970; id., Introduzione alla Magia quale
scienza dell'Io, Mediterranee, Roma 1971 e segg., 3 voll.; id., La
dottrina del risveglio, Scheiwiller, Milano 1965; id., L'arco e
la clava, Scheiwiller, Milano 1971; id., La Torre, a c.
di Marco Tarchi, Il Falco, Milano 1977; id.., La tradizione ermetica,
Mediterranee, Roma 1971; id., L'Operaio nel pensiero di Ernst Jünger,
Volpe, Roma 1974; id., Lo yoga della potenza, Mediterranee, Roma
1968; id., Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo,
Mediterranee, Roma 1971; id., Metafisica del sesso, Mediterranee,
Roma 1969; id., Ricognizioni. Uomini e problemi, Mediterranee,
Roma 1974; id., Rivolta contro il mondo moderno, Mediterranee,
Roma 1969; id., Ultimi scritti,
Controcorrente, Napoli 1977.
P. Di Vona, Evola e Guénon, S. E. Napoletana, Napoli 1985; G.
Ferracuti, Julius Evola, Il Cerchio, Rimini 1984; id.,
Oltre Evola, oltre Guénon, in «I Quaderni di Avallon», 10/1986, 89-104; R.
Guénon, La crisi del mondo moderno, tr. it. Mediterranee, Roma 1972.
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