|
Il barone sanguinario |
|
|
Articolo intitolato Il
barone sanguinario, apparso sul quotidiano "Roma" il
Ungern Sternberg proveniva da un’antica famiglia
baltica di ceppo vichingo. Ufficiale russo, allo scoppiare della rivoluzione
bolscevica comandava in Asia dei reparti di cavalleria, i quali a poco a poco
si ingrossarono fino a divenire un vero e proprio esercito. Con esso, Ungern
s’intese a combattere fino all’ultima possibilità la sovversione rossa. È dal
Tibet che egli operava: e il Tibet egli liberò dai Cinesi che ià allora ne
avevano occupato una parte, entrando in intimi rapporti col Dalai Lama, da lui
liberato.
Le
cose si svilupparono a tal segno da preoccupare seriamente i bolscevichi che,
ripetutamente sconfitti, furono costretti ad organizzare una campagna in grande
stile, utilizzando il cosiddetto "Napoleone Rosso", il generale
Blucher.
Il secondo punto riguarda l’ideale che Ungern
accarezzava. La lotta contro il bolscevismo avrebbe dovuto essere la diana per
un’azione assai più vasta. Secondo Ungern, il bolscevismo non era un fenomeno a
sé, ma l’ultima, inevitabile conseguenza dei processi involutivi realizzatisi
da tempo in tutta la civiltà occidentale. Come già Mettternich, egli credeva –
giustamente – una continuità delle varie fasi e forme della sovversione
mondiale, dalla rivoluzione francese in poi. Ora secondo Ungern, la reazione
avrebbe dovuto partire dall’Oriente, da un Oriente fedele alla proprie
tradizioni spirituali e coalizzato contro l’incombente minaccia, insieme a
quanti fossero capaci di una rivolta contro il mondo moderno. Il compito primo
avrebbe dovuto essere spazzar via il bolscevismo e liberare la Russia.
Peraltro è interessante che, secondo alcune fonti
abbastanza attendibili, Ungern, quando si era fatto il liberatore e il
protettore del Tibet, in relazione con un tale piano avrebbe avuto contatti
segreti con esponenti delle principali forze tradizionali, non soltanto
dell’India ma anche del Giappone e dell’Islam. A poco a poco si sarebbe dovuti
giungere a questa solidarietà difensiva e offensiva di un mondo non ancora
intaccato dal materialismo della sovversione.
Ciò che va, anzitutto chiarito è che l’idea di una
sede sotterranea (difficile da concepire già per il problema degli
alloggiamenti e degli approvvigionamenti, se non abitata da puri spiriti) deve
essere resa piuttosto con quella di un "centro invisibile". Quanto al
"Re del Mondo" che vi risiederebbe, si è riportati alla concezione
generale di un governo o controllo invisibile del mondo o della storia, e il
riferimento fantasioso ai "canali sotterranei" che fanno comunicare
quella sede con vari paesi della terra va parimenti smaterializzato nei termini
di influenze, per così dire, da dietro le quinte, esercitate da quel centro.
Però assumendo tutto ciò in codesta forma più
concreta, sorgono vari problemi ove si consideri la attualità. Vi è che lo
spettacolo offerto dal nostro pianeta in modo sempre più preciso conforta assai
poco l’idea dell’esistenza di questo "Re del Mondo" con le sue
influenze, se questi debbono essere concepite come positive e rettificatrici.
Ad Ossendowsky i Lama avrebbero detto: "Il Re
del Mondo apparirà dinanzi a tutti gli uomini quando per lui sarà venuto il
momento di guidare tutti i buoni nella guerra contro i malvagi. Ma questo tempo
non è ancora venuto. I più malvagi dell’umanità non sono ancora nati".
Ora, questa è la ripetizione di un tema tradizionale noto anche in Occidente
fin dal Medioevo.
L’interessante propriamente è che, come si è detto,
all’Ossendowsky un simile ordine di idee sia stato presentato nel Tibet da dei
Lama e da dei capi dei paesi, con riferimento ad un insegnamento esoterico. E
il modo piuttosto primitivo con cui Ossendowsky riferisce ciò che egli ebbe ad
udire, innestandolo nel racconto delle sue peregrinazioni, fa pensare che non
si tratta di una sua escogitazione.
Julius Evola
| |