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PREMESSA
Nell’aprile del 1951 Julius Evola venne arrestato
nella propria abitazione di Corso Vittorie Emanuele da uomini dell’Ufficio
Politico della Questura di Roma. L’accusa: essere statoli
<<maestro>>, l’ <<ispiratore>>, con le sua <<nebulose
teorie>>, di un gruppo di giovani, i quali a loro volta erano accusati
d’aver dato via a degli organismi di lotta clandestina: il
<<F.A.R.>> (Fasci d’Azione Rivoluzionaria>> e la
<<Legione nera>> di orientamento neofascista.di qui l’imputazione,
per tutti, di apologia di fascismo e di aver <<tentato di ricostruire il
disciolto partito fascista>>. Quale <<padre spirituale di tutti gli
imputati>>, come venne definito dagli inquirenti, rientrava nella logica,
dell’intolleranza del sistema gettare in carcere uno studioso, uno scrittore,
per di più grande invalido di guerra, al quale di null’altro poteva farsi
carico se non dei suoi studi e dei suoi scritti! Ed è assai significativo che
nel regime democratico post-bellico Evola sia stato forse il primo in Italia ad
essere incarcerato per <<reato ideologico>>. Evola per la verità
accettò la inattesa disavventura con estrema indifferenza. Ben altre erano
state le esperienze di vita dell’uomo perché la pur dura detenzione nel carcere
di Regina C oeli potesse intaccar il suo proprio olimpico distacco! Anzi, a
leggerne l’ <<autodifes>>, si ha la sensazione di una sorta di sua
<<aria divertita>>, al cospetto di accusatori tanto faziosi ed in
malafede quanto culturalmente sprovveduti. Si tratta comunque di un episodio
della vita di Evola che va ricordato, perché contribuisce a darci la imponente
figura dell’uomo, ed anche quella, davvero mediocre, dei suoi avversari, che
imprigionando lui, hanno creduto di mettere in ceppi al suo pensiero. Il
processo ebbe inizio ai primi di ottober del ’51, dinanzi alla Corte d’Assise
di Roma. La difesa di Evola venne assunta dal prof. Francesco Carnelutti,
avvocato insigne e uomo di grande carattere, anche se di formazione culturale
ed ideologica assai distante da quella evoliana. Nel corso della lettura dell’
<<autodifesa>>, quando Evola citò la casa editrice Leterza,
Carnelutti esclamò: <<Non si pubblica nulla da Laterza che non sia gradito a
Croce>>. E quando Evola affermò che, stando ai termini dell’accusa,
avrebbe avuto l’onore di vedere seduto al banco degli imputati persone come
Aristotele, Platone, il Dante di <<De Monarchia>>, fino ad un
Metternich e ad un Bismark, Carnelutti interruppe a voce alta: <<La
polizia è andata in cerca anche di costoro…>> (risate). <<E’
doloroso che da sei mesi un grande invalido di guerra stia in prigione. In
Italia la libertà personale è diventata uno straccio>>. A Carnelutti
sfuggì all’atto dell’arringa, la precisazione di Evola, di non essere stato mai
iscritto al Partito Nazionale Fascista. Questa precisazione, probabilmente,
fece effetto sui giudici popolari, che dovevano giudicare quel particolare tipo
di <<reati>>. Nel corso dell’arringa Carnelutti fece omaggio al
Presidente della Corte d’assise (dott.Sciandone) del volume <<Rivolta contro
il mondo moderno>>, ripubblicato in nuova edizione da
<<Bocca>> ed apparso nelle librerie mentre l’autore era in carcere.
Contrariamente a quanto scritto da taluno, il Pubblico Ministero dott.
Sangiorgi chiese per Evola la condanna ad otto mesi di reclusione e non l’assoluzione
per insufficienza di prove. Il processo si concluse il 20 novembre 1951: Evola
fu assolto con formula piena. Riteniamo utile pubblicare in appendice un ampio
stralcio della arringa pronunciata da Carnelutti il 6 novembre 1951 (pubblicata
sulla rivista <<L’Eloquenza>> - n. 11-12 del novembre-dicembre
1951).
L’AUTODIFESA
Signori della Corte!
L’imputazione originaria, in base alla quale si è
originariamente proceduto al mio arresto,si rifà all’art. 1 della legge n. 1546
del 1947: insieme ad altri, avrei promosso, nella specie di organizzazioni
varie, e soprattutto di quella che si vuole faccia capo al gruppo dei giovani
di <<Imperium>>, la ricostruzione del disciolto partito fascista.
Su ciò, non vale la pena di dire più di due parole, una tale accusa mancando di
qualsiasi fondamento. Nulla infatti è stato prodotto a mio carico, che faccia
pensare che i miei rapporti con quei gruppi si siano svolti altrimenti che sul
piano puramente intellettuale e dottrinale della dottrina dello Stato,
dell’etica e della visione della vita. E circa tali rapporti, messi
tendenziosamente e arbitrariamente in risalto dalla Questura, devo dire che
essi non sono stati di maggior portata di quelli che ho avuto con diversi altri
gruppi, monarchici, indipendenti o nazionalisti, come p. es. i gruppi de
<<Il Nazionale>> di E.M.Gray o del <<Meridiano
d’Italia>> (M:S.I.). Certo, verso i giovani di <<Imperium>>
mi sono sentito particolarmente inclinato per queste due ragioni: primo, perché
essi insistevano sulla necessità di una rivoluzione interna, spirituale
dell’individuo come presupposto della lotta politica – e il direttore di
<<Imperium>>, Erra, nel suo interrogatorio ha indicato in modo
preciso tale punto – in secondo luogo, perché nell’insieme delle correnti del
M.S.I. quella di tale gruppo difendeva posizioni di destra, legate a valori
spirituali e gerarchici, contro la tendenzialità socialistoide largamente
rappresentata in quel partito. A iniziative organizzatorie clandestine sono
stato del tutto estraneo, né di esse mai alcuno mi ha parlato; quanto poi a
certo attivismo, ho spesso esortato a non fornire, per tal via, armi
all’avversario, dato che nessuna persona seria penserà che siano presenti le
premesse in Italia, dopo la situazione internazionale, per fare una vera rivoluzione
o un colpo di Stato antidemocratico. Ciò non solo l’ho scritto in una lettera
che la Questura ha sequestrato, che però si è ben guardata dal produrre, ma
altresì – per esempio – in un articolo su <<Il Nazionale>> dal
titolo <<Trarre partito dall’ ostacolo>>, in cui io dicevo che i
maggiori rigori previsti, in fatto di repressione antifascista, dal nuovo
disegno di legge di Scelba dovrebbero propiziare la salutare rinuncia a forme
esteriori e più o meno anacronistiche di espressione e di attivismo, per
concentrarsi invece in una seria preparazione dottrinale. In genere – poiché si
è voluto parlare di <<correità ideologica>> - nessun incitamento,
anche indiretto o involontario, ad azioni terroristiche o clandestini, si trova
in un qualsiasi mio scritto. La Questura, nella sua relazione, ha voluto
stabilire una assurda relazione fra la costituzione della <<Legione
nera>>e un punto del mio opuscolo <<Orientamenti>>, ove si
dice che il carattere tragico dei nostri tempi richiede una specie di
<<Legionarismo>>. Ma io specifico bene di che si tratta: del
legionarismo non come organizzazione, ma come spirito, come attitudine interna.
Ecco le precise parole: <<Attitudine di chi sa scegliere la via più dura,
di chi è capace di combattere anche sapendo che la battaglia è materialmente
perduta e si tiene al principio antico, ché fedeltà è più forte del
fuoco>> (<<Orientamenti>>, pp. 5-6). Lo stesso significato è
espresso più oltre (p. 22), parlando dell’ <<uomo dritto fra le
rovine>>. Non si tratta di altro che di una attitudine etica, eroica,
spirituale. Equivoci non sono possibili, e ove siano stati commessi, non posso
assumerme la responsabilità. Né ho mai incitato a formazione di partiti – io
nego il concetto stesso del partito – o di movimenti sovversivi. Ecco come, a
p. 6, indico il compito: <<Una
rivoluzione silenziosa, procedente in profondità, a che siano create prima
all’interno e nel singolo le premesse di quell’ordine, che nel momento giusto
dovrà affermarsi anche all’esterno, soppiantando fulmineamente le forme e le
forze di un mondo di decadenza e di corruzione>>. Mi sia permesso di
citare altri due passi. Pag. 5: <<Rialzarsi, risorgere interiormente,
dare a se stessi, una forma, creare in se stessi un ordine e una
drittura>>, invece di <<andare incontro alla demagologia e al
materialismo delle masse>>, schierandosi – dico proprio così -
<<contro chi sa pensare solo in termini di programmi, di problemi
organizzatori e partitistici>>. Pagine 6-7: <<Di fronte ad un mondo
di poltiglia, i cui principii sono: Chi te lo fa fare – oppure: Prima vien lo
stomaco e poi la morale – o ancora: Questi non son tempi in cui ci si possa
permettere il lusso di avere un carattere- o infine: Ho famiglia – si sappia
opporre: Noi non possiamo essere altrimenti: questa è la nostra via, questo è
il nostro essere. Ciò che di positivo può essere raggiunto oggi o domani, non
lo sarà attraverso le abilità di agitatori o di politicanti, bensì attraverso
il naturale prestigio e il riconoscimento di uomini che siano da tanto e in ciò
diano garanzia per la loro idea>>. Io, che incito a tenersi, malgrado
tutto questo mondo di rovine, a un simile livello di alta tensione etica, sarei
– secondo l’espressione testuale della Questura – un <<personaggio
malefico e tenebroso>>, sobillatore di una gioventù esaltata! Passo alla
seconda: di aver <<esaltato idee proprie al fascismo>> in articoli
pubblicati in vari numeri delle riviste: <<La Sfida>>,
<<Imperium>>, e in <<Orientamenti>>, come <<più
azioni consecutive di uno stesso disegno criminoso>>. A tale riguardo
devo anzitutto mettere in rilievo un dato di fatto significativo. Questo reato
mi è stato imputato solo in un secondo tempo, tanto che nell’imputazione
contestatami dal Procuratore della Repubblica quando mi interrogò, esso non figura.
E’ evidente che si tratta di un ripiego, di una <<conversione
strategica>>, quasi ad assicurare una <<fiche de
consolation>> presso al prevedibile cadere della prima principale
imputazione. Basta veder la data degli iscritti incriminati per convincersene: essi
risalgono da sei mesi fino a due anni (!) prima del mio arresto.
<<Orientamenti>> reca la data del 1950, è uscito circa un anno
prima, non solo, ma è un santo di articoli già pubblicati altrove,
adeguatamente organizzati per un invito di un gruppo, che non è nemmeno quello
di <<Imperium>> e che solo si è servito della rete di diffusione di
questa rivista. Come mai solo dopo un tempo così inverosimilmente lungo ci si è accorti di questi <<atti
consecutivi di uno stesso disegno criminoso>>? Delle due l’una: o bisogna
convenire che la sorveglianza politica della stampa ha un ritmo ed una
prontezza davvero singolari; oppure bisogna convenire nell’altra ipotesi,
l’unica sensata, e cioè: questi scritti sono stati scelti fra una quantità di
altri miei scritti, dello stesso spirito, anche assi più recenti, usciti in
fogli ben vigilati, come <<Meridiano d’Italia>>, <<Rivolta
Ideale>>, <<Lotta politica>>, non per il loro contenuto
intrinseco, ma per il solo fatto del loro essere usciti nei fogli del gruppo
<<Imperium>> e per così stabilire una insistente mia implicazione
nelle presente iniziative organizzatorie illegali che a quel gruppo si
imputano. Un tela artificio non può non risultare evidente agli occhi di un
giudice oggettivo. Vi è di più. Il rapporto originario della Questura non
tratta quasi affatto del presente reato di <<apologia>> che avrei
commesso con tali scritti. Arrogandosi la competenza, l’autorità e la funzione
di giudicare in materia di alta cultura, di filosofia, di dottrina della razza,
entrando perfino nel merito di ciò che io dico sul darwinismo, sulla
psicanalisi, sull’esistenzialismo, il rapporto dell’Ufficio politico della
Questura cerca piuttosto di denigrare la mia figura quale scrittore,
presentandomi come un dilettante solo noto a conventicole di esoteristi – il
bello è che dal detto rapporto risulta che il suo compilatore ignora che vuol
dire <<essoterismo!>> - che con le sue teorie filosofico-magiche
morbose – si giunse fino a parlare di <<insania mentis!>> - avrebbe
montata la testa ai giovani neofascisti e sarebbe responsabile delle loro
azioni inconsiderate. Così si entra in un campo che esula del tutto dalla
materia positiva dell’imputazione, di cui all’art. 7. E, per quanto sia
estremamente antipatico dover parlare di se stessi, mi si impone una breve
rettificazione di una simile distorta caricatura della mia figura. Se io non
fossi che un dilettante e un esaltato, sconosciuto fuor dalle accennate
conventicole, si chiede come mai editori di primo rango – come Laterza, editore
di Croce, il Bocca e l’Hoepli – mi abbiano stampato diverse opere, alcune delle
quali concernenti il razzismo. Più d’una di queste opere sono state ristampate,
e parecchie sono state tradotte in diverse lingue straniere; si chiede, del
pari: come mai io sia stato invitato a tener cicli di conferenze in Università
italiane – Milano, Firenze – e altresì straniere – Halle, Amburgo – oltre ad
esser stato invitato a parlare in società estere aperte solo ai principali
esponenti del pensiero tradizionale e aristocratico europeo, come Berlino nello
<<Herrenklub>>, a Budapest nell’ <<Associazione di
cultura>> della contessa Zichy, a Vienna nel <<Kulturbund>>
del principe di Rohan? Ciò che si vorrebbe dare nei termini di teorie squilibrate,
tenebrose, <<magiche>>, concerne invece studi sistematici sulla
metafisica, sull’orientalismo, sull’ascesi, sulla scienza dei miti e dei
simboli, studi, di nuovo, ben apprezzati anche all’estero. Mi limiterò, a
quest’ultimo proposito a rilevare come questo stesso anno la casa Luzac di Londra,
la più quotata in Europa in tale campo, ha pubblicato una mia opera sul
buddhismo, <<The Doctrine of awakening>>. La relazione della
Questura impone una rettificazione di un altro punto concernente il razzismo.
Sempre per mettermi in una luce tendenziosa, essa mi presenta come un fanatico
nazifascista, che in sue conferenze all’estero avrebbe già attaccato la
latinità e denigrato l’italianità in pro dell’idea ario-germanica, cosa che
avrebbe destato preoccupazione perfino fra le gerarchie fasciste in seguito a
segnalazioni consolari. Tutto ciò è un equivoco derivato da incompetenza e da
difettosa informazione. Si deve sapere che nei moderni studi razziali
<<ario>> e perfino <<nordico>> non vuol affatto dire
tedesco: il termine è invece sinonimo di <<indoeuropeo>> e designa
propriamente una razza primordiale preistorica, dalla quale sarebbero derivati
i primi creatori delle civiltà indù, persiana, ellenica, romana, e di cui i
tedeschi sarebbero solo gli ultimi rami inselvatichiti. Tutto ciò è indicato nel
modo più chiaro delle mie opere <<Rivolta contro il mondo moderno>>
e <<Sintesi di dottrina della razza>>. Il razzismo che ho difeso,
lungi dall’essere un <<estremismo>>, rientra nei tentativi che
avevo intrapreso, anche in altri campi, per rettificare delle idee che nel
fascismo, e altresì nel nazionalsocialismo, andavano, sviluppandosi in una
direzione deviata. Così io opposi al razzismo materialista e volgarmente
antisemita, un razzismo spirituale introducendo il concetto di <<razza
dello spirito>> e sviluppando su tale base una dottrina originale.
Inoltre all’ideale ario-germanico, difeso da nazismo, ho contrapposto l’ideale
ario-romano; ho sì attaccato l’idea confusa della latinità, ma non in pro
dell’idea germanica, bensì per esaltare il concetto della pura romanità,
concepita come una forza ben più augusta e originaria di tutto ciò che è
genericamente latino. Non basta. Il relatore della Questura sembra ignorare che
alle mie conferenze, cui si accenna, e il cui titolo significativo era
<<Il rivolgimento ario-romano dell’Italia fascista>>, ne seguirono
altre in diverse città tedesche, di cui unisco, il testo italiano come estratto
di <<Rassegna italiana>>, ove ho messo in risalto ciò che l’antica
idea classica e romana poteva dare per raddrizzare varie idee in voga in
Germania e per condurle ad un livello superiore spirituale. E’ possibile che
qualche console italiano all’estero, digiuno di tali studi, abbia mandato
rapporti allarmanti. Ma quanto alla preoccupazione che perfino nelle gerarchie
fasciste il mio razzismo avrebbe destato, le cose stanno ben altrimenti. Dopo
quelle conferenze, Mussolini, di sua personale iniziativa, volle parlarmi, per
esprimermi la sua approvazione rispetto alle mie formulazioni razziste, perché
le riteneva atte ad assicurare al pensiero italiano una posizione indipendente,
anzi di superiorità, rispetto alle ideologie naziste – sul che il già capo
dell’Ufficio razza, dott. Luchini, potrebbe dar precisa testimonianza. E devo
dire che questo riconoscimento fatto spontaneamente da Mussolini ad un non
fascista, cioè a un non –tesserato, è uno dei ricordi più lusinghieri della mia
vita. Comunque, tengo a dire che la teoria della razza, nell’insieme delle idee
da me difese, non è che un capitolo affatto subordinato e secondario, malgrado
quello che alcuni credono. Quando poi il rapporto della Questura accenna che
per un certo periodo durante il fascismo sarei stato
<<sorvegliato>> per motivi oscuramente accennati – personali e,
aggiunse, per… attività magiche – in ciò esso manca per lo meno di verecondia,
perché sarebbe bene ricordare a che persone, allora, in casi del genere,
obbediva servilmente la Questura, i cui funzionari erano tutti iscritti ai
fasci, mentre io mai lo sono stato. Affermatore di un pensiero indipendente,
cui subito accennerò, nel fascismo io ho avuto sia amici devoti, sia nemici a
morte, che con ogni mezzo cercarono di scalzarmi, mettendo in giro dicerie e
fandonie di ogni genere. Fra tali nemici furono Starace e i suoi accoliti, i
quali cercarono perfino di servirsi della Questura di quel tempo, con risultati
nulli. Ed oggi sembra che la Questura non esiti a riesumare contro di me quelle
vecchie storie: ieri usate per farmi apparire antifascista e oggi invece per
confermare l’accusa di fascismo. Perché non si riferisce, piuttosto, che nel
1930 l’Ufficio politico della Questura mi diffidò per conseguire la sospensione
del giornale, da me diretto, <<La Torre>>? E per che ragioni? Per
<<attacchi contro lo squadrismo>>. Naturalmente, non si trattava
dello squadrismo in sé, ma solo di alcuni filibustieri che con la scusa del
fascismo e dello squadrismo si permettevano ogni sorta di cose e che per aver
ragione di me, che li attaccavo, protetti da Starace, si servirono della stessa
Polizia. Io non intendo presentarmi menomamente né come antifascista, né come
vittima del fascismo. Ma tutto questo, per mettere in chiaro i mezzi che si
cerca di usare contro di me, va debitamente ricordato. Una volta precisato
tutto questo, e tolto ogni contorno tendenzioso, passo alla questione di fatto,
quanto all’imputazione di aver difeso <<idee proprie al fascismo>>.
Ma qui mi trovo in perplessità, perché l’Accusa né nomina gli articoli di cui
si tratta, né – come si usa – indica dei passi specifici che corrisponderebbero
agli estremi del reato, né infine, più in genere, indica quali sarebbero queste
<<idee proprie al fascismo>>. (Qui il Pubblico Ministero – dott.
Sangiorgi – dichiara che non si tratta di passi specifici degli scritti di
Evola, ma dello spirito generale di essi. Quanto alle <<idee proprie del
fascismo>>, egli aggiunge che nei suoi riguardi esse possono riferirsi
alla monocrazia, al gerarchismo, e al concetto di aristocrazia o èlitismo. Dopo
che, a richiesta, tutto ciò vien messo a verbale, Evola irprende): Bene.
Quanto a monocrazia, ciò non è che un nome diverso per dire monarchia, nel
senso originario, non necessariamente dinastico, del termine. Quanto a
gerarchismo, dirò subito: io difendo l’idea di gerarchia, e non di gerarchismo.
Ciò precisato, devo dire che, se tali sono i termini di accusa, allo stesso
banco degli accusati, avrei l’onore di vedere sedere persone come Aristotele,
Platone, il Dante di <<De Monarchia>> e così via, fino a un
Metternich e a un Bismarck. Respingo l’accusa di difendere idee proprie al
fascismo, perché l’espressione <<proprie>> contenuta nell’art.
7 vuol dire specifiche, vuol dire idee
che non siano state semplicemente presenti nel fascismo, bensì idee che solo
nel fascismo, e non altrove, possono essere ritrovate. Ora, di ciò nei miei
riguardi non è assolutamente il caso. Io ho difeso e difendo <<idee
fasciste>> non in quanto sono <<fasciste>>, ma nella misura
in cui riprendono una tradizione superiore e anteriore al fascismo, in quanto
appartengono al retaggio della concezione gerarchica, aristocratica e
tradizionale dello Stato, concezione avente carattere universale e mantenutasi
in Europa fino alla Rivoluzione francese. In realtà le posizioni che ho difeso
e che difendo, da uomo indipendente – perché non sono mai stato iscritto a
nessun partito, né al P.N.F. né al P.R.F., né al M.S.I. - non sono da dirsi
<<fasciste>> bensì tradizionali e controrivoluzionarie. Nello
stesso spirito di un Metternich, di un Bismarck o dei grandi filosofi cattolici
del principio di autorità, De Maistre e Donoso Cortes, io nego tutto ciò che,
direttamente o indirettamente, deriva dalla Rivoluzione francese e che secondo
me ha per estrema conseguenza il bolscevismo, a ciò contrapponendo il
<<Mondo della Tradizione>>. Tutto questo risulta nel modo più chiaro
della mia opera fondamentale, rimessa alla Corte, <<Rivolta contro il
mondo moderno>>, le due parti della quale si intitolano appunto
<<Il mondo della Tradizione>> e <<Genesi e volto del mondo
moderno>>. Nella prefazione, io indico proprio questo libro come la
chiave per ben comprendere i miei scritti propriamente politici; e il critico
inglese McGregor così parla di tale opera, nel giudizio riportato nella II ed
di essa: <<Più che il capolavoro dello Splenher italiano chiamerei questo
libro il baluarlo dello spirito tradizionale e aristocratico europeo>>.
Questa mia posizione è ben nota, e non solo in Italia. Anche in un recentissimo
libro dello storico svizzero A. Mohler (<< Die Konservative
Revolution>>, Stuttgart, 1950, pp. 21, 241, 242), mi si fa l’onore di
mettermi a fianco di Pareto e mi si considera come il principale esponente
italiano della cosiddetta << rivoluzione conservatrice>>. Perciò,
nei miei riguardi, di apologia di << idee proprie al fascismo>> non
è affatto il caso di parlare. I miei principi sono solo quelli che prima della
Rivoluzione francese ogni persona ben nata considerava sani e normali. Io
lascio indeterminata, oggi, la questione dinastica e istituzionale; purtuttavia
ciò che io scrivo, negli stessi articoli incriminati e in << Orientamenti
>>, potrebbe essere interpretato egualmente bene come difesa della idea
monarchica e gerarchica precostituzionale e tradizionale, difesa che nessuna
legge nostra ancora colpisce, perché se l’art. 1 della legge eccezionale ha la
controparte nell’art. 2 che vieta la ricostruzione della monarchia - tuttavia con mezzi violenti – l’art. 7 non
ha nessuna controparte come divieto di apologia di una ideologia <<
monarchica >>. Quanto al fascismo storico, se in esso io ho sostenuto
quegli aspetti che sono suscettibili a giustificarsi con l’accennato ordine di
idee, vi ho combattuto idee più o meno risententi del clima politico
materialista dei tempi ultimi, per cui critiche a ciò che oggi volgarmente si
considera come fascismo sono frequenti negli stessi miei scritti che si
vorrebbe incriminare. Mi limiterò ad alcuni punti essenziali.
1. – Io mi oppongo al totalitarismo, ad esso
contrapponendo l’ideale di uno Stato organico ben differenziato e considerando
come una deviazione –il << gerarchismo fascista >>. In <<
Orientamenti >>, pp. 13-14, si legge che il totalitarismo rappresentò una
direzione sbagliata e l’abortire dell’esigenza verso una unità politica virile
ed organica << Gerarchia non è gerarchismo – un male, questo, che,
purtroppo, in un tono minore oggi cerca di ripullulare – e la concezione
organica non ha nulla a che fare con la sclerosi statolattrica e con una
centralizzazione livellatrice >>. Ancor più estesamente ed energicamente
ho preso posizione contro il totalitarismo in un articolo, che produco alla Corte,
dal titolo << Stato organico e totalitarismo >> uscito in <<
Lotta Politica >> organo ufficiale del M.S.I. La stessa tesi, portata sul
piano della cultura, l’ho difesa nello scritto incriminato di << Imperium
>> (n. 2), ove, criticando le idee dello scrittore Stending, riconosco
con lui che il male di cui soffre la cultura moderna è il suo particolarismo,
dovuto alla paralisi di una idea centrale direttiva, ma mi oppongo alla
soluzione totalitaria, nella quale non è un principio spirituale, sopraelevato
e trascendente, ma la brutta volontà politica a voler tirannicamente asservire
e unificare la cultura, del che il caso-limite si ha nel sovietismo.
2. – Una concezione specificamente fascista fu quella del
cosiddetto << Stato etico >> del Gentile. Io l’avverso con dure
parole (<< Orientamenti >>, pp. 20-21).
3. – Vi è chi ama dipingere il fascismo come una <<
bieca tirannide >>. Nel periodo di tale << tirannide >> non
mi è mai accaduto di subire una situazione come la presente. Comunque le cose,
nel riguardo, stiano, la parola d’ordine che io riprendo da Tacito è: <<
La suprema nobiltà dei Capi non è di essere padroni di servi, ma de signori che
amano la libertà anche in coloro che ad essi obbediscono >> (p. 14)
4. – Circa il problema della sovranità, io respingo ogni
soluzione demagogico-dittatoriale. La vera autorità – dico (p. 15) – non può
esser quella di << un tribuno o capo-popolo, detentore di un semplice
potere spirituale informe, privo di ogni superiore crisma, poggiante invece sul
prestigio precario esercitato sulle forze irrazionali delle masse >>. Nel
cosiddetto << bonapartismo >> vedo << una delle oscure
apparizioni dello spengleriasmo << Tramonto dell’Occidente >> e
ricordo la frase di Carlyle circa << il mondo dei domestici che vuol
esser governato da un pseudo-eroe >>. (pp. 12-13).
5. – Io ho attaccato ripetutamente la teoria della
<< socializzazione >> che, come sa sa, , fu una parola d’ordine del
fascismo d Salò: al quale non ho aderito, in quanto dottrina (punti di Verona),
pur approvando l’atteggiamento di coloro che combatterono al Nord per un
principio di onore e di fedeltà. Nella socializzazione vedo un marxismo
travestito, una tendenzialità demagogica. Su ciò, vedi << Orientamenti
>>, pp. 11-12 e più di un terzo dell’articolo incriminato << Due
intransigenze >> (<< Imperium >>, n. 4). In effetti, la vera
azione che io volevo esercitare sui giovani del gruppo <<Imperium
>> e di altre correnti giovanili era nel senso di una contrapposizione e
tendenzialità materialiste e di sinistra presenti nel M.S.I.
6. La difesa dell’idea corporativa non dovrebbe costituire
reato, dato che la si trova in partiti legali di oggi, p. es. il P.N.M. e il
M.S.I., oltre che perfino in alcune correnti di cattolicesimo politico.
Comunque, o faccio oggetto di critica certi aspetti, secondo cui il
corporativismo fascista fu un semplice superstruttura burocratica che manteneva
il dualismo classista; ad essi ho opposto una ricostruzione organica e
anticlassista dell’economia all’interno stesso delle aziende (pp. 12.13).
Infine un cenno rapidissimo sulle tesi contenute negli articoli di <<
Imperium >> n. 1 e di << La sfida >>. Nel rimo si ricorda
semplicemente quale era, nella romanità delle origini, il senso della parola,
<< Imperium >>: come essa fosse sinonimo di <<auctoritas
>> e di potere derivato di forze divine, dall’alto. Affermo poi che la
crisi del mondo politico moderno riflette la crisi di tale principio o potere,
e dei valori eroici che vi si connettevano. L’articolo di << La Difesa >>,
firmato col pseudonimo Arthos riassunto in << Orizzonti >> pp. 89,
si basa sul principio di Metternich: << Con la sovversione non si
patteggia >>. Prendo lo spunto da uno scritto di Engels, il quale dice
che la rivoluzione liberale non fa che preparare quella comunista e lavorare
per essa. Affermo pertanto che come i comunisti basano su questa concezione il
loro radicalismo sovvertitore, così anche da essa si deve partire ove si tenda
ad agire nel senso opposto, cioè in quello contro-rivoluzionario di una vera
ricostruzione, senza far concessione alla sovversione. Né nell’uno né
nell’altro scritto si trovano riferimenti al fascismo né agli uomini di esso.
Questo è tutto. dimostrando pertanto che io, negli scritti incriminati – anche
a limitarsi ad essi e senza riferirsi, come però sarebbe debitori onestà
scientifica, ai miei libri – sono contro il totalitarismo, contro la dittatura
demagogica, contro lo << Stato etico >>, contro ogni forma di
autorità sconsacrata, contro un << potere semplicemente individuale e
informe >>, contro il dispotismo – parole di Tacito – contro la
socializzazione, perfino contro un certo corporativismo, chiedo che cosa resti
e dove mai si ravvisì il reato di <<apologia >>. Infatti le idee
centrali da me difese, come ho detto, possono essersi presentate nel fascismo,
ma non sono << proprie >> del fascismo, come vuole l’art. 7. quel
che resta, rientra essenzialmente nel dominio dell’etica e della concezione
della vita e, quanto a politica, si risolve in una attitudine di intransigenza
tradizionale, e, se si vuole, << reazionaria >>, in una risoluta
presa di posizione contro sovversione, individualismo, collettivismo,
demagogia, in qualsiasi forma essa si presenti, contro il mondo dei politicanti
e dei senza carattere. Così, ciò che la Corte, ne miei riguardi, è chiamata a
decidere è se il clima dell’Italia attuale è tale che chi, dichiarando di
volersi tenere fuor da qualsiasi attività partitistica e organizzatoria,
difende simili posizioni quale scrittore, sul piano della dottrina, debba
attendersi di esser portato dinanzi ad un tribunale, reo di << reato
ideologico.
APPENDICE
IL
PROCESSO
Giulio Evola (Julius amava chiamarsi) era un noto
scrittore; ma io, la cui informazione nel campo letterario è purtroppo assai
povera, non lo conoscevo. Fui pertanto sorpreso quando egli mi richiese di
difenderlo da una accusa di apologia del fascismo, per la quale era stato
imputato e catturato, insieme ad alcuni giovani cosiddetti neofascisti, dei
quali si sosteneva che egli fosse il maestro. Anche questa era una di quelle
difese che, secondo la gente timorata, non si doveva fare perché << chi
piscia contro vento si bagna le brache >>. Confesso che non avevo una
grande simpatia per l’imputato, per quanto abbia dovuto riconoscere in lui un
uomo di robusto ingegno e molte sue idee mi siano piaciute, ma ne avevo ancora
meno per la gente timorata, così che accettai l’incarico e, almeno per quanto
riguarda l’esito del processo, non mi bagnai le brache; può darsi che tuttavia
anche questa difesa non mi abbia giovato nella estinzione di quegli uomini di
scienza (e sono purtroppo, i più), i quali, quando tira vento, prendono le loro
precauzioni. Affinché l’arringa possa essere intesa non occorrono altri
particolari intorno al processo.
FRANCESCO CARNELUTI
IN DIFESA DI GIULIO
EVOLA
DI Francesco Carnelutti
Evola chi è?
La polizia lo definisce così: << maestro e padre spirituale di questa
conventicola di esaltati era diventato Julius Evola, delle cui strane teorie
filosofiche i giovani erano tornati imbevuti o meglio invasati dalle regioni
del Nord dove eransi recai a militare nella Repubblica Sociale Italiana. Evola
aveva goduto in passato di una modesta e ristretta fortuna come cultore di
pretenziosi studi esoterici, cioè scienza dei pochi, e di discipline magiche di
origini orientali >>. Ecco: a
proposito delle discipline magiche vi dirò che il collega Cavallucci doveva
portarmi, e se n’è dimenticato, un lettera, dall’India, con la quale s chiede
di tradurre per quei paesi certe opere di lui; ora per chi abbia un’idea, anche
approssimativa, della cultura orientale e, soprattutto, della cultura indiana,
sa che cosa questo voglia dire per misurare la serietà dell’imputato anche nel
campo degli studi orientali. Spero, signori giudici, di godere tanta fiducia
presso di voi da essere creduto sulla parola; in ogni caso questo processo
durerà ancora alcuni giorni e quella lettera potrò farvela vedere. E poiché ho
toccato questo tema, della << modesta e ristretta fortuna come cultore di
studi esoterici >>, secondo quanto dice la polizia, debbo insistere
nell’osservare che questa, come spesso succede, è male informata; ma non
dovrebbe succedere, e tanto meno essere successo pel nostro caso, quando si
trattava di mettere in prigione, niente altro che per le sue idee, un uomo, per
di più invalido di guerra. Basta leggere il più noto dei libri dell’Evola, la Rivolta
contro il mondo moderno, pubblicato quest’anno dall’editore Bocca, per
accorgersi che se Evola ha pure coltivato gli studi esoterici, la sua cultura
non si limita punto a questi; e quanto alla sua fama e fortuna basterebbero le
traduzioni che hanno avuto i suoi libri (a cominciare da quello testé
menzionato, di cui ho tra le mani una bellissima traduzione tedesca)e i
giudizi, che di lui hanno dato insigni stranieri, perfino inglesi, per
rettificare le informazioni esistenti nel processo, deplorevolmente povere e
inesatte. Del resto, io non sono qui per magnificare l’opera di Evola, del
quale molte idee non sarei neppure in grado di valutare, per difetto di
specifica competenza, e quelle che posso valutare in parte non divido, ma non
posso non insorgere contro la leggerezza, a dir poco, con la quale finora, in
questo processo, s’è trattato un uomo, nel quale dobbiamo riconoscere un forte
e nobile pensatore. Potrei dire anche filosofo, se questa parola oggi non
avesse un significato ristretto, convenzionale ed anche orgoglioso; ma dopo
tutto, val più chiamarlo pensatore, come colui che ha dedicato la sua vita,
disinteressatamente, all’esercizio del pensiero. Comunque a me importa, non
tanto lodare o biasimare le sue idee quanto confrontarle con quelle proprie del
fascismo per vedere se egli sia stato o no un fautore, anzi un esaltatore di
queste ultime. Ora io affermo che se la polizia avesse letto e capito ciò che
Evola ha scritto non solo nell’opuscolo Orientamenti ma nel volume Rivolta
contro il mondo moderno, si sarebbe accorta che egli, anziché nel senso del
fascismo, è orientato nettamente contro di esso. Un’esaltazione, certo, si
trova nelle sue pagine, e spesso le inspira fino a raggiungere la bellezza; ma
è l’esaltazione dell’individuo, non dello Stato e tanto meno dello
Stato-partito e tanto meno del dittatore. Può darsi, dopo di ciò, che egli,
inscritto, per qualche tempo, come tanti altri, al fascismo, abbia creduto di essere
fascista; ma si è avverato per lui, come per tanti altri, il solito errore,
dovuto alla difficoltà di conoscere sé stesso. Equivoci di questo genere sono
frequenti perfino nel campo della fede, dove non mancano uomini che credono di
credere mentre in realtà non credono, e, viceversa, atei di nome e non di
fatto. Ora, per il giudizio, che qui si deve pronunciare intorno a lui, importa
non ciò che egli ha creduto di sé, ma ciò che in realtà egli è stato. Se tutti
fossero stati come Evila, non avremmo avuto né lo Stato-partito, né la
dittatura. Evola, anziché lo Stato, dicevo, esalta l’individuo. Il quale
individuo non è tutto con l’uomo, cioè con l’uomo qualunque, con l’uomo
<<in autentico >>, direbbe Heidegger; ma colui che ha saputo
sviluppare in sé le qualità superiori, onde si distingue il Mann dal Mensch,
secondo i tedeschi, o il vir dall’homo, secondo i romani. Ciò che
Evola esalta, secondo le stesse parole, è la virilità; e non la virilità
fisica, sebbene la virilità spirituale. Posso concedere al pubblico ministero
che, pertanto, egli sia un fautore dell’aristocrazia, ma è l’aristocrazia nel
senso puro, intesa come governo dei migliori, nel qual senso, intendiamoci,
l’aristocrazia non può non essere il mezzo, col quale si deve realizzare la
democrazia. << Tramontata la cavalleria >>, si legge a pag. 134 del
libro da me citato, << anche la nobiltà finì col perdere ogni elemento
spirituale del genere come punto di riferimento per la sua più alta fedeltà
divenendo parte di semplici enti politici – come è appunto il caso delle
aristocrazie degli Stati: nazionali succeduti alla civiltà economica del
Medioevo. I principii dell’onore e della fedeltà sussistono anche quando il
nobile non è più che un ufficiale del re; ma vana sterile, priva di luce è la
fedeltà, quando non si riferisce più, sia pure mediatamente, a qualcosa di là
dall’umano. Onde le qualità conservatesi per via dell’eredità nelle
aristocrazie europee, da nulla più rinnovate nello spirito delle loro origini,
dovevano subire una fatale degenerescenza: al tramonto della spiritualità
regale non poté non seguire quello della stessa nobiltà, presso all’avvento di
forze proprie ad un livello ancora più basso >>. Dica la verità, pubblico ministero, a un’aristocrazia
di questo genere non è favorevole anche lei? Vi è un’altra bella pagina, in cui
la figura dell’individuo, nella sua misteriosa unità-diversità, si staglia così
nettamente che, per mettere a fuoco il pensiero di Evola, è necessaria tenerla
presente. << In una società, la quale non conosce più né l’Asceta, né il
Guerriero; in una società in cui le mani degli ultimi aristocratici, più che
per spade o per scettri, sembrano fatte per racchette da tennis o per shaker
da cocktails, in una società nella quale – quando non sia la scialba
larva dell’intellettuale o del professore, il fantoccio
narcisistico dell’artista o la macchinetta affaccendata e sudicetta del
banchiere o del politicante – il tipo dell’uomo virile è rappresentato dal boxeur
o dal divo del cinema: in una tale società era naturale che anche la donna si
levasse e chiedesse pure per sé una personalità e una libertà proprio
nel senso anarchico e individualistico degli tempi ultimi. E là dove l’etica
tradizionale chiedeva all’uomo e alla donna di essere sempre più se stessi, di
esprimere con tratti sempre più audaci ciò che fa dell’uomo un uomo, dell’altra
una donna – ecco che la civiltà nuova volge verso il livellamento, verso
l’informe, verso uno stadio che invero non sta al di là, ma al di qua
dell’individuazione e della differenza dei sensi. E si è scambiata per
conquista una addicazione. Dopo secoli di schiavitù la donna ha voluto
dunque esser libera, esser per se stessa. Ma il cosiddetto femminismo
non ha saputo concepire per la donna una personalità, se non ad imitazione di
quella maschile, si che le sue rivendicazioni mascherano una sfiducia
fondamentale della donna nuova verso se stessa, l’impotenza di questa ad essere
ed a valere come ciò che essa è come donna e non come uomo. Per una fatale
incomprensione, la donna moderna ha sentito un’affatto immaginaria inferiorità
dell’esser solo donna e quasi un offesa nell’esser trattata solo come donna.
Tale è stata l’origine di una vocazione sbagliata: essa, appunto per questo ,
ha voluto prendersi una rivincita, rivendicare la sua dignità mostrare
il suo valore, passando a misurarsi con l’uomo. Senonché non si è
trattato per nulla dell’uomo vero, bensì dell’uomo-costruzione,
dell’uomo-fantoccio di una civiltà standardizzata, razionalizzata, non
implicante quasi più nulla di davvero differenziato e qualificativo. In una
tale civiltà, evidentemente, non può esser questione di un qualunque legittimo
privilegio, e le donne incapaci di riconoscere la loro naturale vocazione e di
difenderla, non fosse altro che sul piano più basso (perché nessuna donna
sessualmente felice sente mai il bisogno di imitare e di invidiare l’uomo)
potettero facilmente dimostrare di possedere virtualmente anch’esse la facoltà
e le abilità – materiali e intellettuali – che si trovano nell’altro sesso e
che, in genere, si richiedono e si valutano in una società di tipo moderno.
L’uomo, del resto, ha lasciato fare da vero irresponsabile anzi ha aiutato, ha
spinto lui stesso la donna nelle strade, negli uffici, nelle scuole, nelle
fabbriche, in tutti i trivii contaminatori della società e della cultura
moderna. Così l’ultima spinta livellatrice è stata data >>. Ho scelto questa fra tante perché mi pare non
solo nel libro di Evola una delle pagine più alte, ma delle più significative
della sua rivolta contro il mondo moderno, ch’è rivolta contro la tendenza a
sopprimere la diversità ( << sirena del mondo >> ) e con essa
l’individuo, il quale non è soltanto un uomo, ma l’io, il se stesso,
l’unico e ineguagliabile, il cui sviluppo è e deve essere nel senso di
svolgere sempre più le ragioni della sua individualità, che ha nella differenza
tra l’uomo e la donna la sua manifestazione essenziale. L’ordinamento, anzi la
preoccupazione fondamentale di Evola è veramente l’individuo e perciò
l’ambiente favorevole al suo sviluppo. Quanto tale preoccupazione rende acuta
la sua indagine non risulta forse in nium altro luogo più chiaro che dove egli
definisce e contrappone i due sistemi politici, russo e nord-americano, per
dedurne la minaccia contro l’Europa e il principio indivualistico che essa
custodisce; sulla fine del volume Rivolta contro il mondo moderno e
altresì nell’opuscolo Orientamenti il pensiero di Evola svolge una
efficacia e raggiunge una altezza, che mi ha vivamente interessato: Russia e
Nord America divergono certo nei mezzi, ma la prima con la spregiudicata
coazione politica, la seconda con la altrettanto spregiudicata espansione
economica marciano verso un medesimo risultato, che è, purtroppo, la
soppressione della diversità, onde ogni uomo è un individuo ineguagliabile
, ineffabile nella sua concretezza, e con tale soppressione la degradazione
dell’umanità. La descrizione delle due mandibole di una tremenda tenaglia,
nelle quali rischia di essere stritolato l’Europa , basterebbe da sola a dare
la misura della tempra e della serietà dello scrittore. Fautore, anzi adoratore
dell’individuo, Evola non può non avere in pregio la libertà, in cui
l’individuo si risolve. E’ questione soltanto di non fare di questo sacro nome
lo scempio, che se ne fa per lo più dai blateratori ignoranti o degli
sfruttatori cialtroni. La libertà, la quale consiste assai più nel dominare se
stesso che nel sottrarsi al dominio altrui, non contrasta ma si integra con
l’autorità. Perfino il senso comune delle parole scopre questa integrazione,
poiché l’idea della libertà si esprime nell’essere soggetto anziché oggetto; ma
soggetto che significa se non uno che sta sotto (sub-jacet) e perciò non
tanto uno che termini senza l’equilibrio di un sistema politico. E proprio il
difetto di questo equilibrio ha trascinato il fascismo alla rovina. Ora si
ascolti ciò che Evola ha scritto ai giovani, nell’opuscolo Orientamenti,
su questo punto fondamentale: << Se l’ideale di una unità virile e
organica fa già parte essenziale del mondo che andò travolto – e per esso, da
noi, fu anche rievocato il simbolo romano – pure debbonsi riconoscere i casi in
cui tale esigenza deviò e quasi abortì lungo la direzione sbagliata del totalitarismo.
Questo, di nuovo, è un punto che va visto con chiarezza, affinché la
differenziazione dei fronti si precisa e anche non siano fornite armi a coloro
che vogliono confondere a ragion veduta. Gerarchia non è gerarchismo (un male,
questo, che, purtroppo, oggi cerca di ripullulare in tono minore), e la
concezione organica non ha nulla a che fare con la sclerosi statolattrica e con
una centralizzazione livellatrice. Quanto ai singoli, superamento vero, sia di
individualismo che il collettivismo, si ha solo quando uomini sono di fronte a
uomini; nella diversità naturale del loro essere e delle loro dignità, avendo
massimo risalto l’antico detto, che << la suprema nobiltà di essi e non
di essere dei padroni di servi, ma dei signori che amano la libertà anche in
coloro che obbediscono >>. E quanto all’unità che deve impedire, in
genere,ogni forma di associazione e di assolutizzazione del particolare, essa
dev’essere essenzialmente spirituale, dev’essere quella di un’influenza
centrale orientatrice, di un impulso che a seconda dei domini assume le forme
più differenziate di espressione >>. Sembra perfino che l’Evola
presentisse la confusione che a suo danno sarebbe tentata, quando anziché
esaltare quel totalitarismo, ch’è stato il carattere essenziale del
fascismo, ha recisamente messo in guardia i giovani contro di esso. Certo, egli
ha avuto contatti con i giovani. Certo, questi si sono rivolti a lui ed egli
non li ha respinti. Certo, consapevole del divino valore della gioventù, egli
ha ritenuto suo dovere di aprire a loro il suo animo e il suo cuore. Certo,
egli ha predicato a loro lo spirito legionario; ma è proprio questo, a
proposito del quale la incredibile leggerezza della polizia ha pescato il
granchio più fenomenale di tutto il processo. Cosa sia lo spirito legionario,
l’Evola stesso ci dice: << Nulla ha imparato dalle lezioni del recente
passato chi si illude, oggi, circa le possibilità di una lotta puramente
politica e circa il potere dell’una o dell’altro formula o sistema, cui non
faccia da precisa controparte una nuova qualità umana. Ecco un principio che
oggi quanto mai dovrebbe aver evidenza assoluta: se uno Stato possedesse un
sistema politico o sociale che, in teoria, valesse come il più perfetto, ma la
sostanza umana fosse tarata, ebbene, quello Stato scenderebbe prima o poi al
livello delle società, più basse, mentre un popolo, una razza capace di
produrre uomini veri, uomini dal giusto sentire e dal sicuro istinto
raggiungerebbe un alto livello di civiltà e si terrebbe in piede di fronte alle
prove più calamitose anche se il suo sistema politico fosse manchevole e
imperfetto. Si prenda dunque decisa posizione contro quel falso realismo
politico, che pensa solo in termini di programmi, di problemi organizzatori
partitistici, di ricette sociali ed economiche. Tutto questo appartiene al
contingente, non all’essenziale. La misura di ciò che può ancora essere salvato
dipende invece dall’esistenza, o meno, di uomini che ci siano dinanzi non per
predicare formule, ma per essere esempi >>. E’ chiaro? Per aver detto
queste cose alla gioventù italiana Evola dalla polizia è stato definito come un
pazzoide, trattato come un delinquente, arrestato, perquisito, denunciato e
tenuto per sei mesi in galera!
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