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Brani tratti dall’articolo
Natale solare ed Anno nuovo
apparso sul quotidiano Roma del 5
gennaio 1972.
Vi sono riti e feste,
sussistenti ormai solo per consuetudine nel mondo moderno, che si possono
paragonare a quei grandi massi che il movimento delle morene di antichi
ghiacciai ha trasportato dalla vastità del mondo delle vette giù, fin verso le
pianure. Tali sono, ad esempio, le ricorrenze che come Natale ed anno nuovo
rivestono oggi prevalentemente il carattere di una festa familiare borghese,
mentre esse sono ritrovabili già nella preistoria e in molti popoli con un ben
diverso sfondo, compenetrate da un significato cosmico e universale. Di solito,
passa inosservato il fatto che la data del Natale non è convenzionale e dovuto
solo ad una particolare tradizione religiosa, ma è determinata da una
situazione astronomica precisa: è la data del solstizio d’inverno. E proprio il
significato che nelle origini ebbe questo solstizio andò a definire, attraverso
un adeguato simbolismo, la festa corrispondente. Si tratta, tuttavia, di un
significato che ebbe forte rilievo soprattutto in quei progenitori delle razze
indoeuropee, la cui patria originaria si trovava nelle regioni settentrionali e
nei quali, in ogni caso, non si era cancellato il ricordo delle ultime fasi del
periodo glaciale. In una natura minacciata del gelo eterno l’esperienza del
corso della luce del sole nell’anno doveva avere un’importanza particolare, e
proprio il punto del solstizio d’inverno rivestiva un significato drammatico
che lo distinguerà da tutti gli altri punti del corso annuale del sole.
Infatti, nel solstizio d’inverno, il sole, essendo giunto nel suo punto più
basso dell’eclittica, la luce sembra spegnersi, abbandonare le terre, scendere
nell’abisso, mentre ecco che invece essa di nuovo si riprende, si rialza e
risplende, quasi come in una rinascita.
Un tale punto valse, perciò,
nei primordi, come quello della nascita o della rinascita di una divinità
solare.
Nel
simbolismo primordiale il segno del sole come “Vita”, “Luce delle Terre”, è
anche il segno dell’Uomo. E come nel suo corso annuale il sol e muore e
rinasce, così anche l’Uomo ha il suo “anno”, muore e risorge. Questo stesso
significato fu suggerito, nelle origini, dal solstizio d’inverno, a conferirgli
il carattere di un “mistero”. In esso la forza solare discende nella “Terra”,
nelle “Acque”, nel “Monte” (ciò in cui, nel punto più basso del suo corso, il
sole sembra immergersi), per ritrovare nuova vita. Nel suo rialzarsi, il suo
segno si confonde con quello de “l’Albero” che sorge (“l’Albero della Vita” la
cui radice è nell’abisso), sia “dell’Uomo cosmico” con le “braccia alzate”,
simbolo di resurrezione. Con ciò prende anche inizio un nuovo ciclo, “l’anno
nuovo”, la “nuova luce”. Per questo, la data in questione sembra aver coinciso
anche con quella dell’inizio dell’anno nuovo (del capodanno). È da notare che anche
Roma antica conobbe un “natale solare”: proprio nella stessa data, ripresa
successivamente dal cristianesimo, del 24-25 dicembre essa celebrò il Natalis
Invicti, o Natalis Solis Invicti (natale del Sole invincibile). In
ciò si fece valere l’influenza dell’antica tradizione iranica, da tramite
avendo fatto il mithracismo, la religione cara ai legionari romani, che per un
certo periodo si disputò col cristianesimo il dominio spirituale
dell’Occidente. E qui si hanno interessanti implicazioni, estendendosi fino ad
una concezione mistica della vittoria e dell’imperium. Come invincibile
vale il sole, per il suo ricorrente trionfare sulle tenebre. E tale
invincibilità, nell’antico Iran, fu trasferita ad una forza dall’alto, al
cosiddetto “hvareno”. Proprio al sole e ad altre entità celesti, questo
“hvareno” scenderebbe sui sovrani e sui capi, rendendoli parimenti invincibili
e facendo si che i loro soggetti in essi vedessero uomini che erano più che
semplici mortali. Ed anche questa particolare concezione prese piede nella Roma
imperiale, tanto che sulle sue monete, spesso ci si riferisce al “sole
invincibile”, e che gli attributi della forza mistica di vittoria sopra
accennata si confusero non di rado con quelli dell’Imperatore.
Tornando al “natale solare” delle origini, si
potrebbero rilevare particolari corrispondenze in ciò che ne è sopravvissuto
come vestigia, nelle consuetudini della festa moderna. Fra l’altro un’eco
offuscata è lo stesso uso popolare di accendere sul tradizionale albero delle
luci nella notte di Natale. L’albero, come abbiamo visto, valeva infatti come
un simbolo della resurrezione della Luce, di là della minaccia delle notte.
Anche i doni che il Natale porta ai bambini costituiscono un’eco remota, un
residuo morenico: l’idea primordiale era il dono di luce e di vita che il Sole
nuovo, Il “Figlio”, dà agli uomini. Dono da intendersi sia in senso materiale
che in senso spirituale. […] Avendo ricordato tutto ciò, sarà bene rilevare che
batterebbe una strada sbagliata chi volesse veder qui una interpretazione
degradante tale da trascurare il significato religioso e spirituale che ha il
Natale da noi conosciuto, riportando all’eredità di una religione naturalistica
e per ciò primitiva e superstiziosa. […] Una “religione naturalistica” vera e propria
non è mai esistita se non nella incomprensione e nella fantasia di una certa
scuola di storia delle religioni […] oppure è esistita in qualche tribù di
selvaggi fra i più primitivi. L’uomo delle origini di una certa levatura non
adorò mai i fenomeni e le forze della natura semplicemente come tali, egli li
adorò solo in quanto e per quel tanto che essi valevano per lui come delle
manifestazioni del sacro, del divino in genere. […] la natura per lui non era
mai “naturale”. […] Essa presentava per lui i caratteri di un “simbolo
sensibile del sovrasensibile”. […] Un mondo di una primordiale grandezza, non
chiuso in una particolare credenza, che doveva offuscarsi quando quel che vi
corrispose assunse un carattere puramente soggettivo e privato, sussistendo soltanto
sotto le specie di feste convenute del calendario borghese che valgono
soprattutto perché si t ratta di giorni in cui si è dispensati dal lavorare e
che al massimo offrono occasioni di socievolezza e di divertimento nella
“civiltà dei consumi”.
Julius Evola
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