Profilo di un testimone del Novecento

Leon Degrelle

tratto da STORIA DEL NOVECENTO - ottobre 2004

A dieci anni dalla scomparsa di Leon Degrelle

Profilo di un testimone del Novecento

Ernesto Zucconi

(Centro Studi di Storia Contemporanea)

Dieci anni or sono, il 31 marzo 1994, ottantottenne, Leon Degrelle chiudeva la vita terrena in Spagna, avendovi trascorso 49 anni di esilio. Forse più di un lettore si chiederà stupito, alla maniera di don Abbondio: <Degrelle! Chi era costui?>. Non dovrà sentirsene imbarazzato, dal momento che, come è accaduto per la realtà italiana, così quella dell'intera Europa dopo il '45 venne rimossa, per poi rappresentarsi politicamente corretta senza più riferimento alcuno a personaggi di statura magari eccelsa, ma scomodi.

Il belga Leon Degrelle, vallone di lingua francese, ha attraversato il Novecento imprimendo orme indelebili nella storia del proprio Paese e dell'intero continente europeo, impegnandosi dapprima come uomo politico, quindi come soldato volontario al Fronte dell'Est. Egli ci ha lasciato un'imponente raccolta di documenti e testimonianze personali, assai importanti a ricreare l'atmosfera e lo spirito di un'epoca i cui fatti sono stati manipolati al punto tale da risultare stravolti.

Nato nel 1906 da famiglia borghese di radicati principi cattolici, a Bouillon (Buglione) nelle Ardenne belghe, presso il castello di quel Goffredo leggendario condottiero della prima crociata, Degrelle fu educato insieme agli altri sette fratelli e sorelle in maniera spartana: sveglia all'alba, attività sportiva, carne una volta la settimana. Questa palestra di vita risulterà utilissima a Leon quand'egli si troverà a percorrere massacranti tappe elettorali, tenendo diversi comizi nella stessa giornata; ma soprattutto più tardi allorché, sul Fronte dell'Est, dovrà vedersela con gli eserciti sovietici, la tensione della guerriglia e le proibitive temperature che stroncheranno le fibre più robuste. Sin da ragazzo lo rapisce la passione per i libri, d'ogni argomento: storico, politico, scientifico, artistico e letterario, disponibili nella fornitissima biblioteca di casa. Grazie al padre (deputato, poi governatore del Lussemburgo belga), la sua formazione culturale è di prim'ordine. A tal proposito Leon confiderà, molti anni dopo, in un'intervista alla televisione, esprimendosi con quel caratteristico linguaggio fluido e colorito insieme che ne contraddistingue altresì gli scritti: "Avevo appena seguito per alcuni mesi lezioni di studi umanistici greco-latini, mio padre aveva preteso di parlarmi a tavola in latino e di farmi rispondere nello stesso latino. Talvolta era intollerabile. Avrei mandato al diavolo l'uovo al guscio e le declinazioni. Poi mi ci abituai, mi adattai al sistema di conversazione. In famiglia quel linguaggio non era sufficiente. Quando i miei zii gesuiti soggiornavano da noi, mio padre e loro parlavano in greco. Così mio padre mi ha collocato prestissimo, volente o nolente, su quella base potente che è la cultura greco-latind\ I viaggi intrapresi sin da giovanissimo per sete di conoscenza, lo conducono in America dove si guadagna da vivere come corrispondente di giornali europei. E là, specie nel Messico degli anni Venti, maturano riflessioni e scatta la molla dell'impegno sociale, alla vista di crudeltà contro la popolazione di fede cattolica, insieme alla miseria diffusa. Tornato in patria, Leon rileva una piccola casa editrice e inizia a scrivere e stampare opuscoli di denuncia sui mali che affliggono il mondo moderno, in particolare le prevaricazioni che generano ingiustizia alimentate dall'ipocrisia non solamente laica, ma anche religiosa. Degrelle fonda un movimento idealista, REX (ispirato agli insegnamenti di Gesù Cristo), che si autofi-nanzia con la distribuzione della stampa di propaganda e con i proventi dei comizi tenuti dallo stesso Leon il quale, rivelatosi eccellente oratore, attira in brevissimo tempo migliaia di proseliti catturando masse di uditori disposte a pagare, pur di ascoltarlo. Si indicono manifestazioni pubbliche, nel corso delle quali i sostenitori sfilano portando come arma, simbolicamente, una ramazza, a testimoniare la volontà di far pulizia del malcostume finanziario e partitico.

Alle elezioni del 1936, 33 deputati e senatori rexisti entrano nel parlamento belga: ma il successo di Degrelle, che si presenta come alternativa alla coalizione clerico-marxista, provoca una accesa campagna diffamatoria nei suoi confronti, comportante la falsa accusa di essere al servizio di Hitler. Per buona misura, l'arcivescovo di Malines minaccia di scomunica i sostenitori di REX ed il movimento si disgrega. Quando, nel 1940, il Belgio viene alle armi contro la Germania, migliaia di rexisti sono imprigionati dalla polizia del proprio Paese come filotedeschi; molti vengono uccisi. Lo stesso Degrelle sconta settimane di galera, deportato di città in città, subendo torture nelle vana speranza nutrita dai suoi persecutori di strappargli chissà quali segreti sui piani hitleriani a lui del tutto ignoti. Infine è liberato, grazie al nuovo clima di collaborazione che il re Leopoldo III del Belgio ha instaurato col Reich trionfante. Disgustato dal dilagante opportunismo che ha repentinamente mutato i feroci detrattori di ieri in viscidi adulatori, Leon Degrelle si isola, restando per alcuni mesi fuori dalle scene. L'occasione di riproporsi all'attenzione pubblica, e in modo eclatante, avviene nell'estate del '41, quando Hitler decide l'attacco all'Unione Sovietica. Degrelle ha riflettuto sul fatto dell'inerzia nella quale sono piombati i Paesi Occidentali, accettando supinamente l'occupazione tedesca: questo comportamento non potrà, a lungo andare, che suscitare il disprezzo dei detentori; è necessario decidere con chi stare, s'impone di battersi con gli uni o con gli altri in quanto, lo stare solo a guardare, non darà alcun diritto a giochi conclusi di far sentire la propria voce. Così il capo di REX promuove, d'accordo con le autorità germaniche, punti d'arruolamento volontario dove gli attivisti rexisti - notoriamente anticomunisti - sottoscrivono l'impegno di recarsi a combattere sul Fronte dell'Est insieme ai soldati del Reich, in nome di una causa comune. Il primo contingente, costituito da una legione di un migliaio di uomini di ogni età (vi sono anche reduci della Guerra Mondiale 1914 - '18) e condizione sociale, parte in treno da Bruxelles e, dopo aver sostato in Germania per il previsto periodo d'addestramento, si muove alla volta dell'Ucraina. Con loro è Degrelle, cui, per via della notorietà nonché del prestigio riconosciutogli dallo stesso Hitler, è stata offerta la possibilità d'indossare la divisa da ufficiale; Leon rifiuta: egli non vuole privilegi, ma conquistarsi, al pari degli altri camerati, i gradi in battaglia. Un secondo gruppo di Valloni raggiungerà, nel marzo successivo, i veterani connazionali che nel frattempo si sono spinti, con marce estenuanti e a» prezzo di scontri durissimi, fino al Caucaso. I Belgi, vengono incorporati dapprincipio nella Wehrmacht, senza troppa convinzione da parte degli Alti Comandi tedeschi, dotati nemmeno di uniformi adeguate ad affrontare i rigori invernali. Degrelle ricorderà, nelle memorie, quanto impegno dovettero metterci i suoi volontari, e quante vite andarono perdute prima che la Legione s'imponesse all'attenzione dei vertici militari. Ma, ad un certo punto, tenacia e valore vengono premiati: i Valloni, cresciuti fino a costituire una brigata, verranno infine trasformati in corpo d'elite corazzato: Waffen SS, 28a Divisione. Degrelle sale, ad uno ad uno, tutti i gradini di una carriera militare prodigiosa che lo vedrà, al termine del conflitto, generale di corpo d'armata. Non si creda ciò dovuto a facilitazioni collegate al suo nome, furono l'esempio, il coraggio, le ferite riportate in combattimento a spianargli la viai Emblematica, in tale contesto, l'iniziativa da lui assunta nel febbraio del '44 a Cherkassy sul Dnieper; si tratta di un episodio particolarmente significativo per comprendere la sua intelligente determinazione, in un momento assai critico per le sorti della guerra in Europa, allorché più di 60.000 uomini si trovavano stretti dai sovietici in una sacca, senza speranze di ricevere aiuti. Rievochiamo quelle drammatiche circostanze nel racconto straordinario, eppure genuino, lasciatoci dallo stesso Degrelle:

"Avevamo riconquistato una grande foresta in cui erano scaglionate settecento fortificazioni russe. Con, come spettacolo, dei prigionieri tedeschi inchiodati agli alberi, con gli organi sessuali tagliati e piantati in bocca. Anche con delle donne che si gettavano su di noi a centinaia, delle giovani combattenti sovietiche, splendide. Brutta faccenda, falciare belle ragazze che vengono all'assalto1.... Ma, da tutte le parti, spuntavano sempre più assalitori. Ogni giorno era più forte. Il 28 gennaio 1944, l'anello si annodava al sud, eravamo presi nella nassa, come la VI armata di Paulus a Stalingrado. [...] Durante quei ventitré giorni, per darvi una piccola idea di ciò che era lo sforzo di ogni uomo, ho ingaggiato personalmente diciassette corpo a corpo, e sono stato ferito quattro volte. Era la sorte di noi tutti, indistintamente. Immaginate questo: giocare diciassette volte la pelle, col corpo attaccato a colossi che vi strozzeranno se voi non li strangolate! Si rotola nel fango, nella neve, uno sull'altro. Si è feriti in tutti i sensi. Ognuno dei nostri soldati ha conosciuto decine di volte queste angosce.

[...] Lucien Lippert cadeva alla nostra testa a Novo Buda, colpito da una di quelle pallottole esplosive, con la punta tagliata, di cui i russi erano prodighi, e che gli fece scoppiare il petto. [...] In condizioni simili, dovetti fare una specie di colpo di stato: prendere il comando della nostra unità. Infatti, nulla mi ci autorizzava, avrei dovuto attendere che l'Alto Comando della Wajfen SS - che aleggiava lontano da noi - procedesse a una nomina. Se non li avessi preceduti, ci avrebbero probabilmente appioppato un Comandante tedesco. Perciò, raggiungendo gli uffici in velocità, mi proclamai Comandante. [...] Ci riunimmo, gli undici comandanti (erano undici, infatti, le unità militari accerchiate, ndr). Il generale Gille, il capo della Wiking, chiese crudamente: "C'è un volontario tra di noi per condurre l'operazione di punta dello sfondamento?". I generali presenti, degli uomini di cinquanta, sessantanni, erano annientati fisicamente, dopo tre settimane di lotta incessante, condotta senza dormire, quasi senza mangiare. [...] Alla domanda di Gille risposi che ero volontario. Potevo ancora, fisicamente e moralmente, gettarmi in un grande sforzo finale.

Ma da solo non sarei bastato, certamente. Fu l'incredibile eroismo dei miei soldati che forzò il destino. Non volevamo capitolare. Non importa cosa, ma morire solo in combattimento1. [...] Ottomila soldati, è vero, morirono nel corso dello sfondamento di Cherkassy. Ma cinquantaquattromila, alla fine della serata, erano dall'altra parte, avevano vinto, avevano rotto il fronte sovietico!''.

Ed ora alcune considerazioni, fatte sempre da Degrelle, sull'importanza, per la salvaguardia europea dall'invasione sovietica, di quel fatto generalmente sconosciuto, perché sottaciuto e rimosso dalla corrente storiografia: "Senza quella resistenza disperata dei soldati di Cherkassy, la marea sovietica avrebbe raggiunto fin dall'inizio del 1944 i Balcani e sarebbe dilagata attraverso l'Europa. Essa avrebbe occupato Parigi, senza molto dubbio, prima che il primo Americano, masticando la sua gomma, non fosse sbarcato sulle rive francesi' (in altro passo, Leon Degrelle fornisce l'analoga e altrettanto suggestiva immagine parallela: " Quelle migliaia di giovani si sacrificavano non soltanto per i loro Paesi, ma per tutti i Paesi dell'Europa. Senza di essi, l'enorme rullo compressore sovietico avrebbe schiacciato tutto prima che Eisenhower avesse liberato il suo primo melo normanno", ndr). Dopo Cherkassy, Hitler vorrà personalmente congratularsi con Degrelle. Gli dirà: "Se avessi un figlio, vorrei che fosse come voi". Ai primi di aprile del 1944, i volontari valloni mandati in licenza sfilano a Charleroi ed a Bruxelles osannati dalla folla. Degrelle, festeggiato dai connazionali, è in quel momento un vincitore e patriota esemplare; pochi mesi ancora e, nel settembre 1944, col reinsediamento del governo belga rifugiato a londra, la repressione si scatenerà contro la sua famiglia, mentre lui è tornato a combattere sul Fronte Orientale: un fratello assassinato, i genitori ottantenni imprigionati e morti in carcere, sei anni di detenzione alla moglie. Alla fine saranno circa seicento i rexisti che pagheranno con la vita, in patria, raggiunti dalle vendette della repressione. La 28" Waffen SS Wallonie concluderà l'epopea sulla linea dell'Oder, nello sforzo finale contro le offensive sovieti-che e contribuendo a far filtrare in Occidente gran parte dei milioni di esuli in fuga dalle orde di Stalin. Alcuni superstiti, ripiegati sullo SchleswigHolstein, saranno fatti prigionieri dagli Inglesi e consegnati alle autorità belghe.

Leon Degrelle, salito con pochi camerati su un Heinckel abbandonato, dopo un volo di 2.300 chilometri dalla Norvegia alla Spagna si schianta nella rada di San Sebastiano (Golfo di Biscaglia): siamo all'8 maggio 1945, l'intera Europa è in mano agli Alleati. Degrelle, seriamente ferito, sopravviverà, ma, considerato traditore nel proprio Paese e criminale dalle potenze vincitrici, dovrà vivere il resto dei suoi giorni in Spagna, dove morrà nel 1994. Le sue ceneri, secondo le ultime volontà, verranno disperse da fedelissimi nel luogo da lui prescelto, nei pressi della natìa Buglione; clandestinamente, giacché il governo belga, mosso fino all'ultimo da odiosa quanto ridicola ostinazione, perfino al suo cadavere ha voluto negare, con specifica legge, il rimpatrio.

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